7. IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AVEZZANO P.G.91: le malattie e il lavoro dei prigionieri

Nonostante gli sforzi del personale medico, la mancanza d’igiene contribuì alla diffusione nel campo di malattie epidemiche e dissenteriche; ad aggravare la situazione si aggiunse l’epidemia febbrile conosciuta come la Spagnola che tra il 1918 e il 1919 causò la morte di centinaia di persone. Nel campo di concentramento la mortalità era elevata: giovani tedeschi, polacchi, serbi, croati, ungheresi, boemi e rumeni morirono in larga parte per malattie alle vie respiratorie, tubercolosi, paralisi cardiaca o per malaria, ed alcuni anche per disperazione. Per dare sepoltura a questi giovani soldati fu riaperto il primo cimitero di Avezzano sito sotto le pendici del monte Salviano, in località Chiusa Resta, aperto nel 1656 per le vittime di un’epidemia di peste, poi trasformato in cimitero comunale fino al 1881 quando, a seguito dell’emanazione di una nuova norma tecnica ed igienica, il cimitero fu trasferito in località Cappuccini, a sud dell’abitato sulla strada per Luco dei Marsi, oggi Via Sandro Pertini già Via Cavour.

Al tempo della sua riapertura nel vecchio cimitero si conservava una lapide a ricordo della morte di un operaio deceduto durante i lavori di prosciugamento del lago Fucino, di cui oggi si è persa ogni traccia, inoltre l’area era stata già riutilizzata per seppellire alcune vittime del terremoto, data la grande necessità che si era creata di reperire zone dove inumare le vittime del sisma. A causa dell’epidemia febbrile, la Spagnola, si dovette ricorrere ad allargare il vecchio cimitero, in tal modo si definirono due settori distinti quello per i soldati rumeni e quello per gli austriaci. I prigionieri deceduti nel campo di concentramento di Avezzano furono circa 850, gli ufficiali erano inumati nel nuovo cimitero comunale.

Negli anni 1969-70 furono esumate 542 salme che erano state già raccolte in un ossario del cimitero vecchio di Avezzano, in località Cappuccini; in ricordo resta una lapide con  l’iscrizione <Qui sono raccolte le spoglie mortali di 542 prigionieri di guerra dell’esercito austro-ungarico, che concorsero alla ricostruzione di opere distrutte dal terremoto dell’anno 1915>. Queste spoglie furono trasferite nel cimitero di guerra di Asiago, dove trovarono sistemazione nel 1991 altre 300 salme.

Come riportato anche nell’iscrizione commemorativa conservata nel cimitero di Avezzano, è indubbio che l’opera dei prigionieri di guerra contribuì fortemente alla rinascita della città; squadre di prigionieri furono adoperate per l’attività di sgombro delle macerie pubbliche e private, l’apertura di nuovi tracciati stradali, la costruzione di opere pubbliche come reti fognanti, idriche. É certa la loro partecipazione alla costruzione del muro di cinta del nuovo cimitero della città lungo ben 750 metri e realizzato in pietra concia; contribuirono allo scavo della galleria del monte Salviano per una nuova conduttura di acqua e al rimboschimento delle pendici dello stesso monte; non da ultimo coadiuvarono il lavoro dei contadini nelle operazioni agricole nella piana del Fucino, soprattutto a servizio dell’amministrazione Torlonia, proprietaria delle terre bonificate. Durante la stagione della mietitura furono utilizzati anche i prigionieri di guerra internati nel vicino campo di prigionia di Sulmona.

Riferimenti bibliografici:

  • Lodovico Tavernini “Prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento italiani 1915-1920”
  • arch. Clara Antonia Cipriani “Il Campo di concentramento di Avezzano. L’istituzione di un campo di prigionieri di guerra austro-ungarici e la nascita della “Legione Romena d’Italia” ad Avezzano” in Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915 di Simonetta Ciranna e Patrizia Montuori
  • Prigionieri di guerra ad Avezzano – “Il campo di concentramento. Memorie da salvare” di Enzo Maccallini e Lucio Losardo
  • Le foto sono tratte dal web
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