1.   IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AVEZZANO P.G.91: istituzione dei campi di prigionia in Italia.

Lo storico Lodovico Tavernini, nel suo studio sui prigionieri della Grande Guerra, ha censito in Italia ben 269 campi di concentramento realizzati nel corso della 1^ guerra mondiale, dislocati soprattutto nelle regioni centro-meridionali; in Abruzzo cinque di cui due in provincia dell’Aquila: Sulmona e Avezzano.

Dopo la cattura i prigionieri erano avviati dalle prime linee ai centri di raccolta che ogni armata istituiva nelle retrovie del fronte. Tali centri, che durante la guerra cominciarono ad essere chiamati campi di concentramento, erano inizialmente organizzati sulla tipologia degli attendamenti che l’esercito italiano apprestava durante le grandi manovre di inizio secolo. I prigionieri venivano alloggiati in tende allineate in lunghe file, recintate da reticolati sorvegliati. In breve tempo i campi furono dotati di baracche per i servizi come cucine, infermerie, bagni, comandi, reparti di sorveglianza, locali igienici, ecc.

Ai prigionieri, prima di essere inviati nei luoghi di detenzione, si faceva trascorrere un periodo di quarantena a causa del pericolo della diffusione di malattie infettive come il tifo esantematico, il colera, la tubercolosi, ecc., molto temute dalle autorità sanitarie militari. Per scongiurare tali epidemie e isolare i casi infetti, i prigionieri erano sottoposti a visite mediche, disinfezioni, esami batteriologici e vaccinazioni. Le disposizioni prescrivevano che per ogni prigioniero si dovesse compilare un documento contenente i dati personali, le vaccinazioni e i risultati delle visite mediche; tale documento avrebbe dovuto accompagnare, anche se in realtà non fu sempre così, il prigioniero per tutta la sua detenzione. Fino ai primi mesi del 1916 i prigionieri furono alloggiati perlopiù in vecchie fortezze in disuso, già in possesso dell’amministrazione militare, solo successivamente furono costruiti ex-novo i primi veri campi di concentramento, il cui uso ebbe termine dopo la firma dei Trattati di pace del 1919 – Trattato di Saint Germain e 1920 – Trattato di Rapallo. In questi campi contumaciali ai prigionieri era consegnata una cartolina speciale prestampata che non doveva essere affrancata, con la quale potevano inviare ai famigliari brevi notizie sul loro stato. Nel corso del conflitto vi fu quindi un’evoluzione e una razionalizzazione del sistema di detenzione, anche se i risultati di tali sforzi conobbero vari esiti a seconda delle emergenze cui dovettero fare fronte. Generalmente le condizioni di vita nei campi di concentramento italiani sembra fossero relativamente accettabili, ma vi furono luoghi e periodi nei quali la sopravvivenza dei prigionieri fu alquanto precaria e difficile. Una volta superato il periodo di quarantena, i prigionieri venivano trasferiti a mezzo ferrovia nei campi di concentramento definitivi, dislocati fuori della zona di guerra e soprattutto nell’Italia centro-meridionale come abbiamo già detto.

Alla fine della guerra l’esercito italiano catturò in totale 415.166 prigionieri, un numero elevatissimo che creò non pochi problemi al sistema messo a punto nei tre anni precedenti. I campi non erano sufficienti per contenere una tale massa di persone e si verificarono situazioni di vera emergenza che provocarono allarmate proteste austriache e perfino appelli alleati. I campi di concentramento permanenti potevano ospitare da poche centinaia di prigionieri, quelli che utilizzavano modesti edifici preesistenti, alle diverse migliaia dei più grandi campi costruiti appositamente dal Genio militare come ad Avezzano, Sulmona, Padula, Asinara, ecc. I luoghi di detenzione alla fine del conflitto furono svariate centinaia, tanto che è difficile stilarne un elenco completo e attendibile.

Sembrerebbe non esistere un elenco ufficiale completo di tutte le località dove furono detenuti i prigionieri austroungarici in Italia. Tutti gli elenchi reperiti dagli storici che si sono cimentati nella ricerca dei dati, hanno potuto costatare che gli archivi dell’esercito sono parziali e incompleti, ma confrontando diverse fonti e archivi, come quelli della Croce Rossa o della rilevazione del traffico postale (come cartoline, lettere e vaglia), lo storico Lodovico Tavernini è giunto all’individuazione di 269 luoghi di detenzione. In molte di queste località erano presenti campi permanenti, in altre dei distaccamenti più o meno provvisori che ospitavano prigionieri impiegati in lavori distanti dai campi principali. In genere gli ufficiali erano ospitati in campi o in luoghi di detenzione a loro riservati e godevano di un trattamento privilegiato rispetto ai soldati di truppa. Non erano obbligati al lavoro, ricevevano uno stipendio, il loro vitto era migliore rispetto a quello dei soldati e potevano avere l’aiuto di un attendente. Soldati e sottufficiali alloggiavano in camerate che potevano contenere centinaia di persone, non sempre ricevevano la paga, il loro vitto non era abbondante anche se sufficiente. Nei campi funzionavano anche degli spacci dove i prigionieri potevano acquistare generi alimentari e altro in buoni.

La corrispondenza dei prigionieri era garantita dalla convenzione dell’Aja, l’organismo preposto era la «Commissione per i prigionieri» istituita presso il Comitato Centrale della Croce Rossa Italiana e la posta giungeva a destinazione tramite la neutrale Svizzera. I prigionieri di truppa potevano scrivere mensilmente quattro cartoline, gli ufficiali otto. Il numero delle righe era limitato e la scrittura doveva essere chiara, in modo da agevolare il lavoro della censura, che controllava anche la posta in arrivo e i pacchi. Era possibile inviare telegrammi solamente per gravi motivi e il denaro veniva inviato tramite vaglia.

La Croce Rossa si occupava anche della ricerca dei prigionieri, dello scambio di invalidi tra le nazioni belligeranti ed organizzava vari comitati che operavano per raccogliere fondi e aiuti. Dalla metà del 1916 l’esercito iniziò ad utilizzare i prigionieri per lavori di carattere agricolo: dapprima rimboschimento e taglio legname, poi in varie altre attività. Tale impiego dei prigionieri suscitò proteste e interrogazioni in parlamento; si temeva che i prigionieri potessero sottrarre lavoro a contadini e operai italiani o addirittura che fossero utilizzati come crumiri durante gli scioperi. Nonostante le proteste, la possibilità di avere mano d’opera a basso costo, fece sì che nell’estate del 1918 l’amministrazione militare non riuscisse più a soddisfare le richieste di centurie di prigionieri lavoratori che venivano impiegati nelle più svariate attività come bonifiche, costruzione di strade, centrali elettriche, industrie e ferrovie, ecc. I prigionieri lavoratori ricevevano un compenso che però risultava quasi sempre inadeguato e forniva occasioni di proteste. La sorveglianza dei prigionieri era affidata a truppe territoriali, soldati per la maggior parte delle classi più anziane o ai carabinieri. Spesso si verificavano fughe che però, data la distanza dai confini di Stato, raramente avevano esiti positivi. Per rendere più difficile le evasioni era proibito ai prigionieri possedere denaro in valuta corrente e i valori venivano cambiati in buoni che funzionavano come moneta accettata solo nei campi.

Con la firma dell’armistizio la guerra combattuta ebbe fine, ma per i prigionieri che non erano delle nazionalità irredente, ormai considerate alleate, ciò non significava ancora la libertà. Infatti, secondo le disposizioni armistiziali, solo la stipula del trattato di pace impegnava gli alleati al rilascio dei prigionieri, Austria – Saint Germain 1919; Jugoslavia – Rapallo 1920.

Alla fine delle ostilità, ad aumentare i problemi logistici, contribuì anche l’enorme numero di prigionieri italiani che rientravano in patria dalle regioni dell’Austria – Ungheria. Questi prigionieri, circa 450.000, tornavano in Italia in condizioni di estremo disagio, dopo aver subito anni di fame e stenti, come ben documenta il lavoro di Giovanna Procacci nel libro “Prigionieri italiani nella Grande Guerra”, il loro arrivo portò il numero di persone da assistere ad una cifra di oltre un milione. Altri 150.000 prigionieri italiani erano ancora in Germania e giunsero in Italia nella primavera del 1919. I prigionieri italiani all’estero furono una cifra superiore ai 600.000, più di 100.000 dei quali morirono per fame e malattie, non senza responsabilità delle autorità politiche e militari italiane, che negarono l’invio di aiuti collettivi per il timore che un atteggiamento benevolo incentivasse la diserzione. Alla già difficile situazione si aggiunse un ulteriore gravissimo problema: infatti, dalla tarda estate del 1918, aveva iniziato a diffondersi anche in Italia l’epidemia di spagnola. Questa malattia, che nel mondo causò 22 milioni di morti, si diffondeva velocemente tra le grandi concentrazioni di persone e colpiva con un’incidenza maggiore i giovani tra i 22 e i 45 anni. Difficile stabilire il numero dei decessi fra i prigionieri; secondo la relazione italiana i morti fra i prigionieri austriaci in Italia furono 40.917, ma non sappiamo se tra questi siano conteggiati quelli deceduti a causa dell’epidemia e quelli affidati all’Italia dalla Serbia e concentrati perlopiù all’Asinara.

La verifica della veridicità dei dati ufficiali sui decessi dei prigionieri, e più in generale sul loro trattamento, è un argomento importante e andrà approfondito con ricerche e studi utilizzanti fonti alternative a quelle militari come archivi comunali, archivi di enti deputati all’assistenza, ecc. nell’intento di tracciare un sempre più preciso quadro della situazione. Nei campi di concentramento della Grande Guerra, vissero milioni di persone, e per la prima volta fu realizzato da vari Stati un così vasto sistema di detenzione per gli individui.

La conoscenza dei meccanismi di tale fenomeno ci permette di inquadrare, in modo più completo, le vicende dei tragici episodi concentrazionari successivi alla Grande Guerra, come quello dei campi di concentramento italiani in Libia e Africa Orientale, nonché quelli ben più tristemente noti della seconda guerra mondiale. Adunata di grandi masse di persone ed avviamento ai campi, costruzione di grandi agglomerati di alloggi semi permanenti, sistemi di sfruttamento a vari livelli di masse di persone detenute in prigionia: molto era già nell’esperienza dei campi di concentramento della Grande Guerra.

Riferimenti bibliografici:

  • Lodovico Tavernini “Prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento italiani 1915-1920”
  • arch. Clara Antonia Cipriani “Il Campo di concentramento di Avezzano. L’istituzione di un campo di prigionieri di guerra austro-ungarici e la nascita della “Legione Romena d’Italia” ad Avezzano” in Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915 di Simonetta Ciranna e Patrizia Montuori
  • Prigionieri di guerra ad Avezzano – “Il campo di concentramento. Memorie da salvare” di Enzo Maccallini e Lucio Losardo
  • Le fotografie sono tratte dal web
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Laureatosi in architettura presso l’Università La Sapienza di Roma, ha esercitato la professione di architetto per circa trent’anni, oggi insegna alla Scuola Secondaria di Primo Grado presso l’Istituto Comprensivo GIOVANNI XXIII-VIVENZA di Avezzano. Appassionato di storia recente e di politica, è autore di uno studio sulla Riforma Agraria del Fucino, che si articola in 167 tra capitoli e sottocapitoli, pubblicata sui gruppi Facebook “Ortucchio in parole e immagini” e “Luco, ieri e oggi”.