Un affare che fa girare le pale

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Quello della produzione di elettricità dall’energia eolica è un affare che suscita polemiche ma anche molti appetiti, anche qui da noi nell’Abruzzo interno.
Le aree e i comuni interessati da progetti per la costruzione di nuovi impianti sono: Alto Sangro, Valle Subequana, Barisciano, Tornimparte, Aielli, Gagliano Aterno, Cocullo, Anversa degli Abruzzi, Ortona dei Marsi, Collarmele, Collelongo e Civita d’Antino, San Benedetto in Perillis, Gioia dei Marsi, Pescina, Celano, Cerchio.
Ogni volta che si parla di un nuovo impianto, si forma lo schieramento dei contrari (soprattutto per l’impatto ambientale o per la localizzazione degli impianti, spesso in aree protette), e lo schieramento dei favorevoli (di solito i Comuni, allettati dalle indennità di affitto).
Finora era opinione comune che a far proliferare le pale fossero gli affari legati ai lavori di messa in opera, magari finanziati con fondi europei, ma che poi gli impianti non producessero così tanto da giustificare la spesa. Non è così.
Approfondendo l’argomento abbiamo scoperto che il piatto è molto, ma molto più ricco. Vediamo perché.

La ricerca dei dati sull’argomento ha prodotto molti documenti inerenti le polemiche sui danni ambientali e studi sull’impatto di questi impianti, quasi nulla si è trovato sui calcoli economici. Alla fine, però, ci si è imbattuti in uno Studio di fattibilità economico-finanziaria commissionato dal Comune di Rialto (Savona) all’Università Bocconi, che ha chiarito le idee.
Dal 2002 il mercato dell’energia da fonte rinnovabile è incentivato non solo dalle convenzioni Cipe, ma anche dall’introduzione dei cosidetti Certificati verdi. La legge impone ai produttori o importatori di energia di garantire una produzione di almeno il 2,35% da fonti rinnovabili: chi non può o non vuole produrla può acquistarla al mercato dei certificati verdi.
Siccome l’eolico è il sistema più economico tra le fonti rinnovabili, c’è stata la diffusione di questi impianti, a danno del fotovoltaico ed altre fonti alternative.
Nello Studio di fattibilità economica di Rialto, si analizzano i costi di acquisto, trasporto, montaggio, allaccio alla rete e gestione annua dei vari modelli di pale in commercio e si opta per tre pale dal diamentro di 52 metri ciascuna per una potenza complessiva di 2,55 MW.
Per realizzare l’impianto completo si stimano 2.618.850 euro per le tre pale installate, 700mila euro per le opere accessorie e l’allaccio alla rete Enel, 60mila euro per lo sviluppo dell’iniziativa. Costo totale: 3.378.850 euro.
Il ricavo annuo delle tre pale è calcolato pari a 395mila euro dalla vendita di energia e 476mila euro dalla vendita dei certificati verdi. Totale annuo: 871mila euro.
Da questi dati si evince che per pareggiare il costo dell’investimento di un impianto di tre pale di una potenza complessiva di 2,5 MW bastano solo 4 anni.
La vita prevista per l’impianto è di 20 anni e i costi di gestione annuale vengono indicati pari al 2% del costo d’impianto per i primi dieci anni e al 4% per gli ultimi dieci.
Gli utili netti dal 5° al 10° anno ammontano quindi a 800mila euro l’anno e quelli dal 10° al 20° anno a 735mila euro l’anno.
Di questa quantità di denaro, finora, solo una minima parte viene riconosciuta dai gestori degli impianti all’ente locale come canone di concessione: secondo stime dell’Enea la percentuale varia dall’1,5% al 3,5% dei ricavi. Nel caso in esame corrisponderebbe a una cifra ridicola, compresa tra i 13mila e i 30mila euro l’anno.
I numeri pubblicati sullo Studio di fattibilità economica del comune di Rialto parlano da soli e il risultato è sconcertante.
Molti dei piccoli comuni che accettano di ospitare sul proprio territorio questi impianti di società private lo fanno invocando la necessità di reperire fondi per il funzionamento della macchina amministrativa, soprattutto dopo gli ultimi anni di tagli continui alla finanziaria.
Ma se i margini di profitto di un impianto eolico sono questi, perché gli enti pubblici non se li costruiscono loro, magari riunendosi in consorzio?
In fondo il vento è di tutti, ed è giusto che anche gli utili restino alla collettività, oggi chiamata solo a subire i danni. O no?

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