FRAMMENTI [ 3 ] – Le voci dei campi

articolo originale 6 novembre 2009

La voce del campo è una polifonia che racconta dei suoi abitanti. Al mattino e alla sera, quando vive di vita propria e non solo del lento passaggio dei volontari della protezione civile, il campo parla di sé.Alla base c’è la televisione, naturalmente. Un grande schermo al plasma che campeggia, anche lui, nella tenda refettorio e che orienta i pasti degli sfollati. Se il campo può essere visto, a seconda delle ore e delle prospettive, come una città in miniatura o come una grande famiglia, la televisione è al contempo la piazza intorno a cui si discute e la mamma che raduna la famiglia per il pasto. Chiaramente la tivù è come sempre per lo più “una compagnia”, ma il livello di attenzione sale immediatamente non appena si parla di Abruzzo.

A proposito, un inciso: agli aquilani proprio non va giù questa storia che il terremoto sia associato alla regione intera. Il terremoto è dell’Aquila, e della sua provincia naturalmente. Punto e basta.
Quest’estensione indebita delle sventure non è proprio capìta; e in effetti da quaggiù fa un po’ strano parlare del terremoto dell’Abruzzo, perché tutto in realtà si circoscrive ad un’area molto molto più ristretta.
Comunque, quando la televisione racconta il terremoto, tutti si fermano in ascolto; quasi sempre rimanendone delusi. A Fossa quando viene inquadrato Berlusconi s’alzano i fischi. Ma forse solo qui.

Oltre alla televisione, la voce del campo è anche la voce degli annunci agli altoparlanti, la voce delle radio ricetrasmittenti con cui gli uomini della protezione civile si tengono in contatto tra loro (a pochissimi metri di distanza l’uno dall’altro,quasi sempre; ma l’aura di professionalità intrisa di un pizzico di avventura del walkie-talkie è ineguagliabile).
Questa è, appunto, la voce dell’altra metà del cielo tendato: gli uomini (e le donne) della protezione civile. Che, si può dire senza alcun imbarazzo, si sentono investiti di una missione e di un compito salvifico e di conseguenza si comportano. Alle volte mettendo dell’eroismo anche dove non ce n’è affatto bisogno, con risultati che rasentano il grottesco. Agli uomini della protezione civile spetta anche dare gli annunci comuni all’altoparlante, come chiamare gli abitanti ai pasti: “…si comunica alla popolazione che la cena è servita”. Un tono molto distaccato e ufficiale che irrita gli accampati.

Infine, la voce del campo in questo mattino agostano è fatta delle canzoni degli scout che si preparano per festeggiare la loro ultima giornata qui con una festa serale a cui l’intero paese sarà invitato. Gli scout, e in generale i giovani volontari, sono una presenza costante, fortissima nei campi. Al campo di Piazza D’armi il 6 agosto il rapporto tra volontari e popolazione residente era di 1 a 5. Un’esagerazione, probabilmente. Dopo quattro mesi esatti dal sisma questa è un’espressione di generosità salutata con sorpresa ed estrema gratitudine, ma si ha l’impressione che quest’eccesso finisca per snaturare un po’ tutto.
La popolazione terremotata ha grossi disagi dal punto di vista abitativo, ma nel 99,9% dei casi, a maggior ragione se si trova in un campo, non ha problemi fisici invalidanti. Questa continua premura, queste attenzioni infarcite di buoni sentimenti, spesso finiscono per disturbare. Le gente qui preferisce non chiedere il bis a cena e andare a letto affamata piuttosto che doversi confrontare con il chiedere di essere serviti nuovamente, e sentirsi dire prego, grazie, si accomodi. “Sono capacissimo di cucinare, mi vergogno a dovermi far servire così”, racconta un ragazzone grande e grosso.

In questa partitura di suoni e rumori, quello che si sente meno nel campo sono le voci degli abitanti. Che tutto sommato rimangono nell’ombra, o forse semplicemente continuano a condurre la loro vita normale, fatta di parole dette piano, di conversazioni minute, mentre tutt’ intorno si eleva un gran vociare di apparati d’aiuto. O forse un po’ la voce l’hanno persa in tutto questo altro gran baccano, come il gattino terremotato incontrato oggi a Onna, che mentre si prodigava in mille effusioni miagolava, muto. Pareva che lui, la voce, l’avesse lasciata tra le macerie.

L’Aquila, 7 agosto 2009

Camilla Endrici
[ camilla.endrici@libero.it ]

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