Auschwitz/Birkenau – il capolavoro di occultamento, andata e ritorno

“… Sono qui per mantenere viva la memoria dei milioni di uomini, donne e bambini massacrati, affinché continuino a vivere nella santità. Sì, mi permetto di dire santità poiché sono tutti, indistintamente, martiri di un genocidio nel rispetto e nel nome dell’uguaglianza e della dignità degli uomini”. Questo ho pensato varcando il cancello arrecante in sommità una inferriata con la frase illusoria: Arbeit Macht Frei (Il Lavoro rende liberi).

Auschwitz è stato il primo campo di concentramento nazista allestito nel 1940 nei territori polacchi occupati dalla Germania e divenne il più grande campo di sterminio tra tutti quelli costruiti dal terzo Reich. Il 1944 ha rappresentato il periodo di massimo vigore omicida, risultava composto da tre partizioni Auschwitz I, Auschwitz II (Birkenau) noto come “campo di sterminio” e Auschwitz III (Monowitz), insieme ad altri 45 sottocampi costruiti durante l’occupazione tedesca della Polonia. Questo complesso è il più grande mai realizzato dal nazismo; la località è stata scelta per la sua posizione ottimale e centrale rispetto ai luoghi di deportazione, nel cuore dell’Europa orientale. Questo enorme complesso ha svolto un ruolo determinante per “La soluzione finale della questione ebraica” che riuscì a restare un segreto di stato, definito al Processo di Norimberga “un capolavoro di occultamento”.

Vi voglio parlare del mio viaggio Auschwitz-Birkenau andata e ritorno. Esatto. Andata e ritorno, perché vivo nel 2019, sono una persona libera e sono entrata ed uscita come una turista. Turista Italiana in uno, anzi in due campi di sterminio. Dire turista è sbagliato, non si può essere turisti, in quei posti là si è pellegrini. Così come non posso dire viaggio, piuttosto direi pellegrinaggio.

Considerandomi una pellegrina mi sono sentita migliore:”Sono qui per mantenere viva la memoria dei milioni di uomini, donne e bambini massacrati, affinché continuino a vivere nella santità. Sì, mi permetto di dire santità poiché sono tutti, indistintamente, martiri di un genocidio nel rispetto e nel nome dell’uguaglianza e della dignità degli uomini”. Questo ho pensato varcando il cancello arrecante in sommità una inferriata con la frase illusoria: ARBEIT MACHT FREI (Il Lavoro rende liberi), con quella B rovesciata, volutamente posta capovolta, per sedizione verso i nazisti, da colui che fu costretto a realizzarla, un prigioniero di nome Jan Liwacz, fabbro e oppositore politico polacco, non ebreo.

Sono entrata e sono uscita dai campi di sterminio, che per milioni di persone, uomini, donne, bambini sono stati prigione, lavoro estremo, sofferenza, freddo, fame, sete, paura, terrore. Il tutto servito in un unico pacchetto del quale il prezzo era “solo la vita”. Tutto questo per affermare l’aberrante ideologia nazista: l’odio per la democrazia, il comunismo, gli ebrei e la convinzione della supremazia del popolo tedesco sugli altri popoli.

Alla base della politica espansionistica del terzo Reich (1933-1945) vi era, oltre alla sete di dominio politico in Europa, anche il progetto di realizzare in Europa orientale dei cambiamenti demografici, in virtù dei proclami della dottrina nazista della razza. La disuguaglianza biologica era alla base dei diritti che avanzavano i popoli germanici considerati “migliori” sugli altri “peggiori” e soprattutto sugli ebrei, sugli slavi e sui rom. Il nazismo spingeva alla germanizzazione delle persone idonee a livello razziale fino ad azioni che miravano a diminuire la prolificità e ad accelerare la morte attraverso gli stenti fino a giungere allo sterminio.
I campi di concentramento furono creati a partire dal 1933. Vi venivano confinati tutti coloro ritenuti elementi indesiderati: avversari del regime nazista, ebrei, testimoni di Geova, omosessuali tedeschi, criminali, malati di mente e portatori di handicap. Dopo lo scoppio della guerra questi campi si ampliarono nei territori occupati. Tra questi Auschwitz e Birkenau, in Polonia, che ora rappresentano i luoghi della memoria dove si può entrare, si cammina in silenzio, si guarda, ci si sconvolge e si cerca conforto negli sguardi delle persone vicine che stanno vivendo la tua stessa esperienza. L’emotività che si genera è così forte che non conosco sufficienti aggettivi per definirla. Trovandosi all’interno dei diversi blocchi, nelle stanze, nei viali, nelle ampie strade, tra i fili spinati una volta percorsi dall’elettricità, dentro i dormitori attrezzati come delle stalle, nelle latrine, nelle camere a gas, dinanzi ai forni crematoi, il fiato si fa corto…ci si sente caduti in disgrazia.

Ero bambina e ascoltavo alla radio una canzone con un nome strano: “Auschwitz”. La ascoltavo e la canticchiavo ma non immaginavo l’orrore che poteva esserci dietro quelle parole. Non me lo raccontavano.

Come si può dire ad un bambino che altri bambini sono stati bruciati, dopo essere stati uccisi in una camera a gas, in una triste giornata di inverno con la neve, e che il fumo dei loro corpi saliva dai camini per entrare nel vento? Era una cosa indicibile, tanto indicibile quanto violenta che non si poteva rivelare, era una storia vicina, troppo vicina che non si poteva raccontare. Man mano che crescevo realizzavo che era successo qualcosa di disumano quando, cercando notizie dalla nonna, mentre parlava, piangeva. Tremava pronunciando la parola tedeschi e ancor più la parola nazisti e invocava il nome del fratello ventenne mai tornato dalla guerra.

Tedeschi, una parola che faceva rabbrividire. Nazisti, una parola che faceva terrore. Auschwitz, una parola che non si sapeva neanche pronunciare e che con gli anni fu associata a termini tanto immani quanto cruenti: Olocausto e Shoah, usati per indicare la stessa tragedia umana messa in atto in Europa.

Forni crematoi

Tra il 14 giugno 1940 e il 27 gennaio 1945 sono stati deportati a Auschwitz 1̇ ̇300̇ ̇000 persone di cui, 1̇ ̇100̇ ̇000 ebrei, 140mila polacchi, 23mila rom, 15mila prigionieri sovietici di guerra e 25mila prigionieri di altra nazionalità, cechi, bielorussi, tedeschi, francesi, russi, jugoslavi, ucraini e di altri paesi europei occupati dai nazisti tra cui l’Italia. 900mila ebrei vennero uccisi appena arrivati in campo nelle camere a gas.

Tra tutti i prigionieri che risultarono registrati persero la vita 100mila ebrei, 70mila polacchi, 21mila rom, 14mila sovietici e 10mila di altre nazionalità. Questi numeri sono importanti per capire la dimensione del genocidio perpetrato dai Nazisti.

Ho visto un’urna contenente le ceneri degli esseri umani recuperate nei forni al sopraggiungere dei russi: mi è apparsa come un monumento che celebra la morte, eretto per redimere gli uomini. Come recita una targa, posta in una delle pareti del blocco 4, “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo” (George Santayana).

Ho visto capelli tagliati, moltissimi, stipati dentro stanze con pareti di vetro. Capelli di ogni età e di ogni colore. Chiome di donne, ragazze e bambine, la giovane età è stimabile dai fiocchi allegri, ora sciupati, ancora attaccati a lunghe trecce. A partire dal 1942 iniziarono a raccoglierli come materia prima industriale, venivano imballati e venduti a ditte tedesche per la produzione di tessuto utilizzato per confezionare le divise dei militari tedeschi.

Ho visto cumuli di scarpe, ammassate, scarpe di ogni taglia e ceto sociale, di ogni stagione…scarpe che hanno calpestato suoli e percorso cammini di vita.

Ho visto masse di occhiali, troppi, tutti uguali, metallici, circolari, tipici. Occhiali strappati dagli occhi prima di morire.

Ho visto oggetti intimi, personali, che viaggiavano con le persone nel viaggio di speranza, di illusione, di sogni infranti: rasoi, pennelli, barattoli di schiume da barba e di lucido per le scarpe, mucchi di spazzole e di pettini.

Ho visto pentole e scodelle allegre colorate, dicono che gli Ebrei avessero la cultura di cucinare in tegami di diverso colore a seconda del cibo cui erano destinati, ora sono ammucchiate a rendere vivacemente colorato un luogo triste e maledetto.

I prigionieri sono stati depredati di tutto, i nazisti hanno fatto razzia di ogni loro bene, gli indumenti venivano sottratti al loro arrivo, separati dalle valigie e spediti in Germania per essere ridistribuiti.

Il mio viaggio di ritorno è stato nefasto, nella mente immagini della crudeltà umana, le pareti delle camere a gas annerite con i graffi sui muri che i miei occhi hanno percepito come segni di mani, di unghie, che hanno scavato sull’intonaco per sfuggire all’asfissia dei gas mortali, generati dai grani di Zyklon B., nell’ambiente ermetico delle celle mortali. La mia mente restituiva i fotogrammi dei forni crematoi con le loro porte che si aprivano all’inferno governato dai demoni.

Nel mio viaggio di ritorno ho realizzato che a Auschwitz ho respirato la sofferenza… ho visto uomini affamati, stremati, denudati delle vesti e della dignità. Li ho sentiti vagare in uno spazio confinato di mondo.

Dal buio dei forni, nella mente, rimbalzano il verde dei prati, i binari paralleli che si incontrano lontano, un laghetto deposito di ceneri, ora inverdito dalla natura prepotente.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” … è bello pensare che le ceneri, restituite alla terra, compongano l’erba, gli arbusti, gli alberi di Auschwitz che nella “memoria biologica” continueranno a raccontare le atrocità della Shoah.

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Katia Agata Spera
Agata Spera, alias Katia Agata Spera, nasce a Castelvecchio Subequo il 27 febbraio 1963, vive ad Avezzano (AQ). È laureata in Scienze Biologiche, è ricercatrice in biotecnologie, nel ruolo tecnico, presso l’Università degli Studi di L’Aquila. È coautrice di molteplici pubblicazioni scientifiche in ambito biotecnologico su riviste internazionali https://www.scopus.com/authid/detail.uri?authorId=6603105801 La scienza, l’arte e la letteratura sono i suoi interessi. È altresì autrice di racconti e poesie. Il suo primo romanzo è Riprenditi La Vita (Anfiteatro Editore).