Appalti sospetti …e informazioni strappate

articolo originale su Terranews del 30 giugno 2009

Dopo le inchieste dei giorni scorsi, si registrano strani movimenti intorno ai cartelloni che per legge devono riportare i nomi dei protagonisti dei lavori

di Pietro Orsatti

Uno strano lunedì a L’Aquila. Di tensione, sospetti, caldo e improvvisi scrolloni di pioggia. Apparentemente, a un occhio non attento, non sta accedendo nulla. Non è così. La bomba è arrivata di mattina, lanciata dal quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato, un po’ tardivamente a dire il vero, l’allarme su possibili infiltrazioni della criminalità negli appalti della ricostruzione.

Il servizio, “sparato” in prima pagina, riprendeva alla lettera due articoli pubblicati la scorsa settimana da Terra. Quelli relativi ai non troppo chiari rapporti pregressi di una delle ditte impegnate nel piano Case, la Di Marco srl di Carsoli il cui titolare era stato socio in due imprese con alcuni dei personaggi implicati nella vicenda “Alba D’Oro” di Tagliacozzo e nel riciclo del cosiddetto “tesoro Ciancimino”.

Insomma, Di Marco non era entrato nell’inchiesta giudiziaria degli scorsi mesi, ma le sue relazioni imprenditoriali avevano fatto scattare qualche campanello d’allarme. Soprattutto per il tipo di appalti, ovvero quelli relativi alla ricostruzione dopo il terremoto del 6 aprile. La nostra inchiesta aveva già provocato l’interessamento degli organi della polizia giudiziaria e la notizia rilanciata in prima pagina dal quotidiano nazionale ha accesso i riflettori e svegliato dall’assopimento i media nazionali.

Ma non solo. Da un paio di giorni a Bazzano il nome di Di Marco è scomparso dai cartelli che danno le informazioni sui cantieri (quelli obbligatori per legge con riportate ditte, date, direttori dei cantieri ecc.) sostituito da un altro relativo non a tutto l’appalto ma solo alla seconda parte di questi. Secondo la versione ufficiale, questa sostituzione è motivata dal fatto che il cantiere di Bazzano, quello più avanzato del piano Case, non prevede più “il movimento terra”, su cui Di Marco era impegnato.

Altre strane trasformazioni nella cartellonistica, proprio in coincidenza dell’uscita dei servizi giornalistici, continuano però a non convincere. Dove? In un altro cantiere del piano Case, ovviamente. A Cese De Preturo, dove esiste il secondo lotto più avanzato (l’unico, insieme a Bazzano, ben visibile dai Vip del G8 e ovviamente in fase di accelerazione nella realizzazione). Qui un cartello c’era. Ma rimane solo un tabellone con ancora un brandello di carta in cui si intravede il simbolo della Repubblica italiana. Il cartello con l’elenco ditte non c’è più. E anche la vigilanza privata non ne sa nulla. «Quale cartello?», domandano. «Quello obbligatorio per legge», rispondiamo. L’atteggiamento non è, inizialmente, né gentile né collaborativo, ma dopo un breve braccio di ferro e qualche non troppo velata minaccia di chiamare le forze dell’ordine per sapere che fine hanno fatto i suddetti cartelli (obbligatori, ripetiamolo), alla fine due responsabili del cantiere ci raggiungono per darci una notizia sorprendente: «I cartelloni sono arrivati solo oggi. Solo questa mattina la Protezione civile ce li ha consegnati».

Dopo qualche insistenza ce li fanno vedere ma ci impediscono sia di fotografarli sia di annotarci le ditte indicate. «E quelli di prima?», chiediamo. «Non ne sappiamo niente, noi ci occupiamo solo della seconda fase». Anzi, uno dei due, arriva a ipotizzare che i cartelloni non ci siano mai stati. Ma rimangono quel supporto all’ingresso e quel brandello di cartone plastificato rimasti a testimoniare ben altro e a scatenare quantomeno il sospetto che qualcuno, dopo le notizie stampa di questi giorni, abbia tagliato la testa al toro decidendo di non permettere ad altri curiosi di fare “le pulci” alle imprese mandatarie del piano Case.

Uno strappo e via, tanto siamo in emergenza. Strano lunedì, ieri. Quello in cui il prefetto convoca una conferenza stampa non tanto per smentire le inchieste giornalistiche, quanto per criticarne aspramente i toni. Nessuna smentita, dicevamo: gli accertamenti si stanno facendo e soprattutto non sono solo quelli relativi alla Di Marco assegnatario solo del 6,5 per cento dell’appalto totale.

E poi un attacco alla stampa che fa allarmismo, che è imprecisa, che «con questo tipo di scandalismo può colpire anche aziende sane e tanti posti di lavoro». Vecchio discorso, quello di ieri pomeriggio a L’Aquila.
Già sentito tante, troppe volte, quando si parla di grandi appalti nel nostro Paese.

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