Tutti i numeri di un fallimento. La realtà oltre lo spot del premier

Angelo Venti da L’Aquila
RICOSTRUZIONE – Berlusconi festeggia il suo compleanno in Abruzzo. Solito show, solite frasi a effetto. Ma, dopo aver costretto per sei mesi 35mila persone a vivere in tenda o in albergo, ha consegnato le chiavi di casa solo a 400 famiglie.

Per Berlusconi ieri è stata la giornata dei numeri. Il presidente, nel corso della sua 22esima visita nelle zone colpite dal sisma del 6 aprile, ha festeggiato il suo 73esimo compleanno, mentre in 2 dei 19 siti dove 5.000 operai di 16 ditte stanno realizzando 4.700 mini alloggi del Piano Case sufficienti a ospitare 16mila persone, il premier ha consegnato – dopo aver costretto per 6 mesi 35mila persone a vivere in tenda e altrettante negli alberghi sulla costa – le chiavi di casa a solo 400 famiglie. Se si guarda oltre gli spot del governo, queste cifre sono emblematiche del “miracolo” compiuto a L’Aquila. Ma se si scorrono tutti i dati si ha la misura del disastro provocato dall’emergenza e dalla ricostruzione diretta e gestita dal tandem Berlusconi-Bertolaso.

Le case in costruzione basteranno alla minima parte degli sfollati con abitazioni con danni strutturali gravi o da demolire. Altre migliaia di persone, le cui abitazioni necessitano di interven-ti più leggeri, non possono accedere agli alloggi del Piano Case e nemmeno ristrutturare, perché in sei mesi nessuno si è preoccupato di fissare le procedure per poter avviare i lavori o per sgomberare le macerie. Così decine di migliaia di persone sono ancora ospitate a spese dello Stato in alberghi sulla costa mentre, con la chiusura delle tendopoli e l’arrivo dell’inverno, si stanno reperendo altre strutture ricettive per altre migliaia. In questo quadro devastante le 400 famiglie fortunate che sono entrate nei primi alloggi hanno trovato all’interno, come promesso da Berlusconi, una bottiglia di spumante e dolci tipici aquilani e magari, visto la coincidenza, hanno anche brindato al compleanno del premier.

Bastava però affacciarsi alla finestra per vedere il resto: L’Aquila è una città spopolata, con gli abitanti trasferiti e “deportati” a decine di chilometri di distanza dai luoghi di residenza e di lavoro. Per ottenere questo risultato sono bastati due slogan, “Tutti al mare a spese dello Stato” e subito dopo “Dalle tende alle case”. Centinaia e centinaia di milioni di euro sono stati così sottratti alla ricostruzione vera, provocando danni economici e sociali che stanno uccidendo qualsiasi possibilità di rinascita della città e degli altri comuni del cratere. Eppure il dipartimento della Protezione civile, lo stesso che non aveva mosso un dito in termini di previsione e prevenzione durante i 4 mesi di scosse che hanno preceduto quella del 6 aprile, continua a sostenere che quello applicato a L’Aquila è un «modello che anche Giappone e Stati uniti ci invidiano».

«Applicabile in tutta Italia», aggiunge il premier, magari provocando gli scongiuri della nazione. In un animato convegno, per la prima volta, un gruppo di professionisti e urbanisti ha accusato: «Si stanno costruendo le case, ma non la città». Georg Frisch, docente di Urbanistica, ha redatto un dossier dal titolo emblematico: “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”. Per Frisch il progetto Case determina l’abbandono del centro storico e la dispersione della città in 19 new town nella campagna e, «se non si ricostruisce il centro storico, L’Aquila difficilmente potrà ripartire ».

Basandosi sugli stessi dati della Protezione civile, Frisch dimostra che per assistere per mesi le 10mila persone residenti nel centro storico e costruire loro un alloggio nel Piano Case si spende la stessa cifra necessaria a ricostruire le abitazioni distrutte. Aggiunge anche altri due particolari: ai costi del Piano Case vanno aggiunti quelli della ricostruzione che prima o poi si dovrà fare, mentre ricostruendo subito il centro storico si riavvia anche la rinascita dell’intera città. Tra le due soluzioni, Berlusconi e Bertolaso hanno scelto quella più costosa e dannosa.

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