Terremoto – Le fosse comuni di Fontamara

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Tra le incombenze principali che la truppa all’epoca accorsa in soccorso dei colpiti dal disastro del 13 gennaio 1915 ebbe a disbrigare, vi fu quella di fornire sepoltura alle vittime; e di farlo con la sollecitudine che, più che la pietà, le convinzioni mediche al tempo invalse – e che oggi sappiamo non esattamente fondate – suggerivano ed imponevano onde evitare contagi ed epidemie.
Le fonti di archivio narrano che in tale sforzo, almeno ove l’impatto del disastro fu tale da richiedere l’azione della fanteria, la stessa trovò ben poca collaborazione in loco, tra superstiti non in grado, materialmente e psicologicamente, di fornire un ausilio.
Per una discreta quota di «quei 24.435 abitanti [che] su di un totale di 124.530 furono sepolti» nel circondario di Avezzano (numero di morti che è presente nella coeva relazione del maggior generale Carlo Guicciardi di Cervarolo, comandante della zona militare di Avezzano: dato al quale misteriosamente non si è fatta, successivamente, fiducia: sino ad arrivare a trentamila morti), gli oltre undicimila soldati dell’Esercito che operarono nella Marsica furono costretti a creare delle fosse comuni. La più nota di queste – intorno alla quale è sorto il cimitero nuovo della città – è quella di Avezzano, e ancor oggi, all’interno di quel complesso, l’area che per molti anni ha ospitato i resti delle vittime del sisma ha una sua visibilità simbolica; ma non è stata l’unica. Delle altre, in una sorta di damnatio memoriae, si è perso non solo il ricordo ma persino la coscienza della loro trascorsa esistenza.
2-pa3.jpgQuest’oblio è in buona parte legato alla circostanza che tali sepolture collettive, oltre che essere ragione di indiscutibile imbarazzo delle popolazioni e fomite di autentica sofferenza per i parenti, nella maggior parte dei casi non ebbero la felice ventura di venire successivamente ricomprese nel muro di cinta del cimitero, giacché ubicate in località decise di volta in volta dai militari, senza che costoro potessero farlo sulla base di un’effettiva conoscenza delle situazioni locali; più spesso, unita alla fretta, vi era il desiderio degli ufficiali di individuare un luogo di sepoltura facilmente raggiungibile e accessibile dai centri distrutti giacché anche il trasporto, in quei frangenti, implicava un aggravio di mezzi (dai camion ai carretti trainati a mano) non sostenibile.
Comprensibile dunque che simili eredità vengano liquidate senza troppo clamore. Meno spiegabile il silenzio delle fonti al riguardo, ricomprendendo, nell’ambito, anche e soprattutto tutte quelle attività che successivamente le singole collettività dovettero sostenere per ricomporre e ricongiungersi con quei corpi non pietosamente composti, e non da loro, in un momento di stato eccezionale.
Le poche immagini delle fosse comuni del 13 gennaio a nostra conoscenza sono quelle tramandataci dal capitano Gambelli per Ortucchio ed un’altra – esattamente come quelle del Gambelli non ben riuscita – del medico Roccatani di Sora, inserita quasi incidentalmente in una fenomenale relazione che quel sanitario stese illustrando i danni subìti dal camposanto sorano con la scossa del 13 gennaio. Con il che si dimostra che a inumazioni comuni si ricorse anche dove le vittime avevano tutte dei parenti vivi e la situazione, con duecento vittime, come a Sora, per quanto gravissima non fosse ingestibile come in altri luoghi totalmente spazzati via dalla furia tellurica. Ciò anche in virtù del fatto che i cimiteri all’epoca esistenti patirono quasi tutti dei danni ingenti, e rimasero per lungo tempo, anche quelli relativamente lontani dall’epicentro, inutilizzabili, cosicché ricorrere a dei terreni marginali all’interno dello stesso o adiacenti al suo perimetro fu giocoforza, come nel caso di Pescina.
3-lettera-1923-a.jpg4-lettera-1923-b.jpgInvero, nella Marsica, oltre ad Avezzano, si segnalano casi di inumazioni comuni in diverse frazioni molto colpite (Paterno, Albe), dove si arrivò a seppellire le vittime del sisma in vigne e terreni del tutto occasionali, se non proprio inidonei (Cappelle di Scurcola: ove i fanti, scavando, trovarono l’acqua ad un metro e pochi centimetri: vera e propria tregenda per i corpi che vi finirono, un’ultima offesa portata dagli uomini e dalla natura) ma il ricorso a queste fosse si ebbe soprattutto in quel settore della conca del Fucino che ricomprende i centri di Collarmele Pescina San Benedetto dei Marsi Gioia Ortucchio Lecce nei Marsi (8.000 vittime complessive). Tutti centri riuniti in una sottozona militare – quella di Pescina, guidata dal colonnello Andrea Graziani – per la quale, purtroppo, non si dispone, ad oggi, di relazioni di truppa dettagliate.
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Le risultanze certe di stato civile – a loro volta incardinate su una lunga e complessa procedura di accertamento legale dei decessi fissata dal Governo centrale nonché asseverate, per differenza, dai censimenti dei superstiti che le autorità di pubblica sicurezza condussero nelle settimane immediatamente seguenti al sisma – attestano, che il terremoto del 13 gennaio 1915 cagionò, nel Comune di Pescina, circa 3.650 vittime, che possiamo ascrivere al centrale e alla frazione Venere per circa 1.350 e all’allora frazione di San Benedetto dei Marsi per circa 2.300 persone, gruppi di popolazione già al tempo serviti da due diversi uffici di stato civile.
5-testo-fosse-1923.jpg6-testo-fosse-sotto-1923.jpgQuesto dato è da considerarsi scientifico, incontrovertibile; se non per qualche dubbio che potrebbe sussistere su dei singoli casi (ovvero su alcuni – non molti – casi di decesso avvenuti ad alcuni giorni o settimane dal fatto, per le conseguenze fisiche delle ferite riportate in quella mattina, se non per afflizioni contratte o non debitamente curate nei giorni immediatamente successivi) e porterebbe a far divergere sulla questione di chi si possa e debba considerare, tecnicamente, “vittima” del terremoto.
In una sua nota stesa cinquant’anni dopo i fatti, l’avvocato Serafino Macarone ricorderà dell’arrivo, a Pescina, quale prima autorità dopo il sisma, del prefetto aquilano Buglione di Monale, che rivestiva invece il ruolo di sottoprefetto di Sulmona e che, dopo aver attivato un canale di soccorsi attraverso il quale dirottò molti nostri concittadini feriti nella città peligna e sulla Costa adriatica (sino a Giulianova e Lanciano), lo investì della responsabilità dello stato civile di quel municipio pescinese che aveva guidato sino all’anno prima, sconfitto dalla lista delle lega dei contadini. E’ proprio il notaio Macarone a tentare di stilare i primi atti di morte attestanti la tragedia; e per quanto questi verranno posti nel nulla dal decreto nel frattempo assunto a Roma per la dichiarazione formale dei decessi, questi risultano assai interessanti in ragione dell’indicazione delle vie nelle quali risultano essere avvenuti i decessi. Settanta atti non costituiscono certo un campione statisticamente attendibile – diverse registrazioni si riferiscono poi a persone dello stesso nucleo familiare – ma la sensazione che in quel sedici di gennaio che Macarone dedicò a quest’incombenza i morti accertati fossero in misura maggiore appannaggio di quelle poche zone di Pescina vecchia che possiamo ancor oggi calpestare piuttosto che di quelle che oggi, letteralmente, non esistono più, da sola fa riflettere su cosa dovettero passare i nostri Avi in quei primi terribili giorni.
Diverse cartoline illustrate ed immagini – quelle che oggi ci siamo pervicacemente rifiutati di mostrare – ritraggono crolli dell’epoca con a corredo corpi o bare. Immagini anche del non immediato post-sisma, vi è da dire. Ed in effetti, nei centri più colpiti si continuò a scavare per lungo tempo.
I documenti che qui si riproducono – e che meriterebbero ben più ampia trattazione – descrivono quale fu l’accidentato e triste percorso dei corpi delle vittime del terremoto a Pescina. Percorso che di riflesso dice molto sul pensiero e sullo stato dei sopravvissuti. Percorso che, ci corre l’obbligo di precisare, non fu dissimile da quello dei centri viciniori, e che per Pescina si concluse, con l’esumazione decennale e la realizzazione dell’ossario, ben prima della frazione di San Benedetto dei Marsi

COLLETTIVO 15

in Territori in movimento n. 8 – SCARICA PDF

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