Summer Sadness, il romanzo di esordio di Massimo Pietrantoni, edizioni Montag

Avezzano – Di solito, subito dopo aver terminato di leggere un romanzo ne scrivo la recensione. Con Summer Sadness, Edizioni Montag, scritto da Massimo Pietrantoni, non è stato così. Ho avuto bisogno di un supplemento di riflessione per provare ad inquadrare bene il contenuto del libro.

Parto col dire che è un testo anomalo. Non segue i dettami di una narrazione strutturata secondo i canoni di una storia che si srotola attraverso una costruzione lineare. Confesso che nonostante la lettura agile della storia, alcune descrizioni le ho trovate un po’ ripetitive ma credo che ciò dipenda dalla pratica della scrittura di getto, deliberatamente e sistematicamente adottata dall’autore.  

Lo stile richiama a tratti il flusso di coscienza, in altri emerge netta, la tecnica del flash back, che può anche disorientare il lettore. Probabilmente le 120 pagine del romanzo, hanno a che vedere con una personale esigenza di Pietrantoni, di fissare sulla carta stati d’animo, emozioni, pensieri che all’improvviso sfuggono al suo controllo.

Riflessioni che si affastellano in un gioco ripetuto di contrasti forti fra i luoghi ameni, di spiagge da sogno, e la turpitudine dei pensieri sconci di predatori occidentali di minorenni, le quali si concedono per poco, dentro stamberghe maleodoranti e sudicie, coltivando il sogno di vite migliori.  

Alla grande, struggente bellezza dei luoghi, si oppongono gli abissi dell’animo umano, dove nel buio, senza soluzione di continuità, si nascondono i mostri della perdizione e della follia, alimentati dalla più sconfinata solitudine.

Ed è proprio la solitudine l’elemento caratterizzante il protagonista della storia, che osserva il mondo in movimento attorno a lui, col distacco di chi non ha alcuna attinenza con i fatti che pure lo coinvolgono. Una sorta di untuoso nichilismo avviluppa il tempo e le parole stanche pronunciate dai personaggi che paiono avanzi di esistenze gettate in discarica.

Esistenze che si incrociano, si sovrappongono, si odiano e si amano esprimendo sentimenti primordiali, mai mediati dalla consuetudine. Un richiamo, forse inconsapevole, a certe atmosfere pasoliniane che rimandano alle periferie degradate delle grandi città e alle borgate brulicanti di umanità autentica. E forse è proprio questa l’esigenza non dichiarata dell’autore.

Quella di provare a descrivere l’essenza della vita che scorre con o senza di noi, quella di dare un senso al tempo che ingabbia gli attimi dentro il conformismo delle regole, come il senso del vivere costretti nelle convenzioni dalle quali ci si può anche affrancare, se si ha abbastanza birra in corpo da non ricordare nemmeno il proprio nome.             

E alla fine, è solo la consapevolezza che tutto è, esattamente come deve essere, a lenire il dolore silenzioso che corrode l’anima di un uomo in fuga da se stesso, un uomo forse irrisolto che vuole darsi ancora una chance. Eppure la lunga e malinconica estate tailandese, non può offrirgli altro che lo sconfinato orizzonte di un oceano troppo vasto per essere compreso e troppo azzurro per lasciare andare a fondo i pensieri.

E anche se è necessario guardarsi alle spalle per paura che il destino arrivi improvviso a dire basta, si continua ad andare avanti senza più barare con se stessi. Vivere può essere faticoso, ma una buona birra può sempre regalare attimi di eternità, e al diavolo la tristezza.            

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