Sicurezza sismica / 11 – La sindrome (isterica) di Campotosto

Prefettura dell'Aquila - 7 aprile 2009

Il contagio è partito da un comunicato del Dipartimento della Protezione civile, con il quale, a due giorni dalle scosse del 18 gennaio di magnitudo 5, quell’istanza ha palesato quale fosse l’opinione della Commissione Grandi Rischi – che è il suo massimo e autorevole organismo tecnico-consultivo – sulla situazione in atto. Il testo di detto comunicato, apparso in evidenza sul sito istituzionale del Dipartimento, merita di essere riportato per intero.

Terremoto centro Italia: si riunisce la Commissione Grandi Rischi-Settore Rischio Sismico
20 gennaio 2017
La Commissione Grandi Rischi, d’intesa con il Capo Dipartimento della Protezione Civile, si è riunita il giorno 20/1/2017 a seguito della ripresa della sismicità che ha colpito l’Appennino Centrale a partire da Agosto 2016. Le risultanze della riunione sono contenute nel Verbale consegnato al Dipartimento, di cui si riporta qui una sintesi.
Lo scopo della riunione era la valutazione dei possibili scenari evolutivi della sismicità in corso, alla luce delle informazioni attualmente disponibili.
La sequenza sismica che ha colpito l’Appennino Centrale su una lunghezza complessiva di oltre 70 km, ha avuto sino ad ora quattro momenti principali di rilascio sismico: il 24 agosto, con l’evento di M6 di Amatrice; il 26 ottobre, con due eventi principali di M5.4 e M5.9 che hanno esteso la sismicità verso nord; il 30 ottobre, con l’evento di M6.5 che ha ribattuto la zona a cavallo degli eventi precedenti; il 18 gennaio, con 4 eventi di magnitudo M5.0-5.5, su una lunghezza di circa 10 km nella parte meridionale della sequenza, nell’area di Montereale, che si ricongiungono alla sismicità aquilana del 2009.
Si tratta di una singola sequenza sismica. L’area era già stata colpita da sequenze simili e da grandi terremoti in passato, in particolare dall’evento del 1639, e non era stata interessata dagli eventi recenti di Colfiorito (1997) e dell’Aquila (2009). Questa sequenza può essere considerata come tipica dell’attività sismica appenninica, e come tale aspettata sulla base della storia sismica e del contesto sismo-tettonico regionale.
Un aspetto della sismicità di questa regione è la possibilità che le sequenze possano avere una ripresa e propagarsi alle aree limitrofe, come già avvenuto ad esempio per la sequenza del 1703 (con una durata di oltre un anno e due eventi di magnitudo tra 6.5 e 7 a distanza di un mese), del 1639 (almeno due eventi comparabili a distanza di una settimana), di Colfiorito (1997, M6.0, con una sequenza di sei eventi di magnitudo oltre 5.2 su una durata di sei mesi) e ora nella zona di Amatrice, con tre eventi di Mw5.9-6.5 negli ultimi cinque mesi.
La Commissione conferma l’impianto interpretativo già formulato a seguito degli eventi del 24 agosto e del 26 e 30 ottobre. Ad oggi non ci sono evidenze che la sequenza sismica sia in esaurimento. La Commissione identifica tre aree contigue alla faglia principale responsabile della sismicità in corso, che non hanno registrato terremoti recenti di grandi dimensioni e hanno il potenziale di produrre terremoti di elevata magnitudo (M6-7). Questi segmenti – localizzati rispettivamente sul proseguimento verso Nord e verso Sud della faglia del Monte Vettore-Gorzano e sul sistema di faglie che collega le aree già colpite dagli eventi di L’Aquila del 2009 e di Colfiorito del 1997 – rappresentano aree sorgente di possibili futuri terremoti.
I recenti eventi hanno prodotto importanti episodi di fagliazione superficiale che ripropongono il problema della sicurezza delle infrastrutture critiche quali le grandi dighe. La Commissione esprime la sua vicinanza alla popolazione colpita dalla sequenza e si complimenta con il DPC per l’efficacia con cui sta affrontando l’emergenza. [tratto da: protezionecivile.gov.it ]

Come si legge, questo comunicato riepiloga quanto la Commissione Grandi Rischi – Settore Rischio Sismico ha appena messo a verbale. Non solo: nell’ambito della riunione della Commissione – come si capirà all’atto dell’inoltro del verbale completo alle Amministrazioni interessate (una trafila burocratica di protocolli informatici che, in pratica, dalla Protezione Civile nazionale al Centro operativo della Regione Abruzzo, e poi dal Centro operativo di L’Aquila ai municipi e alle altre istanze del territorio interessato, farà sì che i destinatari finali potranno leggere questo verbale completo solo tre giorni dopo: un’eternità, ci pare di poter affermare, nel mondo liquido e veloce del XXI secolo) la stessa Commissione, memore forse di accadimenti passati e consapevole della necessità di una particolare cautela nella comunicazione delle informazioni (sul tema, avevamo appena modestamente scritto, al riguardo: “2017: Terremoto tra Comunicazione e Scienza”) aveva dedicato buona parte della riunione per verificare puntualmente che quel che si voleva dire lo si fosse scritto, e non altro

foto1 - webed in effetti, non pare che il testo su riportato del comunicato, come pure quanto contenuto nel verbale della Commissione Grandi Rischi del 20 gennaio 2017 [per scaricarlo clicca QUI ] possano essere oggetto di particolari censure o contestazioni, o essere accusati di vellicare o ingenerare panico. Senza tema di smentita, comunicato e verbale si iscrivono nel solco di quanto efficacemente sintetizzato nel sito della Protezione civile regionale abruzzese:

Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile prevedere il momento, il luogo e l’energia che libererà un terremoto; per previsione si deve quindi intendere una valutazione sulla probabilità che accada un evento tellurico. Tale valutazione si basa sulla sismicità storica e sulla periodicità degli eventi sismici e ci permette di individuare le aree più pericolose in cui è prevedibile che si verifichi un sisma; su tali territori è necessario agire con azioni di prevenzione in modo da ridurre al massimo i danni soprattutto attraverso la realizzazione di edifici capaci di resistere a violente sollecitazioni.

Nel verbale della Commissione Grandi Rischi del 20 gennaio si fa proprio questo discorso, in termini probabilistici e storici; e quello che vari sistemi e segmenti di faglia «hanno il potenziale di produrre terremoti di magnitudo 6-7» appare tutt’altro che un vaticinio, essendo, allo stato delle conoscenze scientifiche, un mero dato di fatto. Non sembra un approccio disdicevole. Ed è quello che immediatamente chi studia e fa ricerca ha adottato, sin dall’imminenza delle scosse del 18 gennaio, a cominciare dal responsabile della sede INGV aquilana Fabrizio Galadini, che dichiara a Avvenire.it: Terremoto. «Colpa» della faglia di Campotosto, rimasta in silenzio fino ad ora

In questo approccio stocastico, cala, è vero, una esternazione del Presidente della Commissione:

TERREMOTO. COMMISSIONE GRANDI RISCHI: RISCHIO VAJONT PER LE DIGHE – 2017-01-22 16:04:00
ZCZCDIR0067 3 POL 0 RR1 / POL  TERREMOTO. COMMISSIONE GRANDI RISCHI: RISCHIO VAJONT PER LE DIGHE  (DIRE) Roma, 22 gen. – “La temperatura simica di questa sequenza non si abbassa. Ci sono ancora molti scuotimenti. C’e’ una situazione in evoluzione per cui sarebbe pericolosissimo abbassare la guardia, soprattutto per quanto riguarda gli edifici strategici: le scuole e gli ospedali”. Ad affermarlo al Tg3 e’ il presidente della Commissione Grandi Rischi, Sergio Bertolucci. “Nel caso delle dighe- aggiunge- nella zona di Campotosto, che e’ una delle zone sotto osservazione, c’e’ il secondo bacino piu’ grande d’Europa con tre dighe. Una di queste dighe e’ essenzialmente su una faglia che si e’ parzialmente riattivata e ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago: per dirla in maniera semplice con effetto Vajont. Se in questi casi si avverte un aumento del rischio, bisogna renderlo immediatamente trasparente alle autorita’ e alla popolazione”. (Mar/ Dire)16:04 22-01-17
Esternazione, quella del Presidente della Commissione, duramente stigmatizzata da più parti, che provoca però l’immediata ritrattazione dell’esempio Vajont:
Terremoto, Bertolucci (Ingv): mio errore usare parola Vajont – ASKA
2017-01-23 14:01:00
Terremoto, Bertolucci (Ingv): mio errore usare parola Vajont ZCZCASKanewsPN_20170123_004364 cro gn00 XFLA Terremoto, Bertolucci (Ingv): mio errore usare parola Vajont. Oggi riunione al ministero: continuare monitoraggio su diga Roma, 23 gen. (askanews) – “Il mio errore? E’ stato usare la parola Vajont”. Così Sergio Bertolucci, presidente della Commissione Grandi Rischi, in una intervista a SkyTg24, torna sulle polemiche scatenate dopo quanto ha dichiarato ieri al Tg3 (‘nella zona di Campotosto, una delle zone che sono sotto osservazione, c’è il secondo bacino più grande d’Europa, con tre dighe: una di queste dighe è su una faglia che si è parzialmente riattivata, ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago e per dirla semplice è l’effetto Vajont’).I terremoti e fenomeni di questo tipo – prosegue Bertolucci –non possono essere determinati con una certezza matematica. “Se fosse possibile determinare un terremoto non saremmo qui a parlarne.La nostra posizione come consulenti scientifici è molto delicata perché bisogna sviluppare in questo paese una corretta modalità di comunicazione”. Quali saranno i provvedimenti che potranno essere presi nella riunione convocata oggi al ministero delle Infrastrutture? “Le misure sono continuare monitoraggio che c’è su questa diga (Campotosto, ndr)e di estenderlo ad altre. Penso che tutte lemisure prudenziali che sono già iniziate da tempo”, come la graduale riduzione del bacino

Ritrattazione fatta con modalità persino umilianti. Già nel pomeriggio del 22 gennaio il Presidente Bertolucci prende cappello, si scusa più volte, mostra sincero rammarico per quel passaggio sull’effetto Vajont, fa esercizio di profonda contrizione in diretta tv, su Rainews (in contraddittorio c’è nientemeno che il sindaco di Leonessa, che a seguito di quelle parole sulla diga di Campotosto ha emanato un’ordinanza di chiusura “sine die” delle scuole del paese, e che ora dovrà tornare sui suoi passi. Sindaco che già che c’è chiede cosa debba fare per il proprio centro storico, se evacuarlo o meno, ecc… Il Presidente della Commissione è così concentrato sulla propria abiura che omette di formulare una semplice domanda al primo cittadino con il quale sta parlando: “sindaco, la scuola che hai chiuso, che indice di vulnerabilità sismica ha?“. Sì, perché se i comuni si provvedessero di una struttura a norma, non si troverebbero nella condizione di ascoltare ad ogni scossa scienziati e aruspici [più i secondi che i primi], potrebbero tenere la struttura sempre aperta e, al limite, addirittura tenerla presente nel caso occorra ricoverare eccezionalmente una parte di popolazione….).

Così, l’intera strategia comunicativa adottata da Commissione e Dipartimento a questo punto è già saltata, e sorge una robusta doglianza sul preteso eccesso di allarmismo sfoggiato, inquadrato, per sovrammercato, alla luce dei fatti del 31 marzo 2009 a L’Aquila. Così Stefano Cianciotta – docente di Comunicazione di crisi all’Università di Teramo – su il Messaggero del 23 gennaio 2017:

Dalle rassicurazioni del 2009 agli allarmismi del 2017 sulla possibilità che si verifichino nuove scosse di forte intensità. La nota con la quale ieri la Commissione Grandi Rischi, organismo consultivo della Protezione civile nazionale, ha ipotizzato nuove scosse, pone degli interrogativi sulla strategia e sulla competenza con la quale vien gestita la comunicazione di emergenza. Nel 2009 era improntata alla rassicurazione, mentre oggi, dopo il processo agli scienziati, va nella direzione opposta, aggiungendo altro caos alla cronaca degli ultimi giorni […].

Senza voler mettere in dubbio le parole di un professore, e consapevoli della circostanza che di un qualsivoglia messaggio inviato e comunicato vada valutata anche la sua potenziale attitudine distorcente o distorcibile… nessuno dei due estremi del pendolo 2009-2017 è, a nostro modesto avviso, per come sommariamente essi estremi descritti, esatto, e solo per una modesta parte corrisponde a verità (il Presidente della Commissione Grandi Rischi del 2009 è stato sì condannato; ed anche l’attuale ha avuto una esternazione poco infelice; ma il discorso si farebbe troppo lungo / e complicato, almeno per noi; in specie dove in una nebulosa indistinta qualcuno tende a confondere – più o meno volontariamente – ruoli scientifici tecnici operativi e politici, shakerando il composto per sfornare il cocktail desiderato, o lasciare tutti precipitati in un panorama oscuro dove tutti i gatti sono grigi). Intercorre una differenza tra l’ipotizzare nuove scosse e dire che è nella natura del fenomeno che in futuro possano registrarsi dei terremoti in quelle che la Commissione indica il giorno 20 gennaio come «aree sorgente di possibili futuri terremoti» (dicesi i «segmenti – localizzati rispettivamente sul proseguimento verso Nord e verso Sud della faglia del Monte Vettore-Gorzano e sul sistema di faglie che collega le aree già colpite dagli eventi di L’Aquila del 2009 e di Colfiorito del 1997»).

La questione è che si annette, sul Territorio, alle parole della Commissione (e, dopo l’esternazione Vajont, anche a quelle vergate nero su bianco nel verbale, che nessuno peraltro ancora ha letto nell’intierezza), un intento di previsione di un sisma che le stesse evidentemente, a far fede alla lingua italiana, parrebbero non contenere. E non è un caso che accanto a questa accusa coesista quella – logicamente, in astratto, contraria – di non aver detto nulla se non delle ovvietà, delle banalità. Mirabile compendio di quest’atteggiamento ambivalente è rappresentato dalle parole del sindaco di L’Aquila, Cialente: «Ho chiesto, con molta chiarezza, al capo della protezione civile, Curcio, come i sindaci devono comportarsi rispetto alla valutazione della vulnerabilità degli edifici pubblici, mi è stato risposto che non esiste un metro di giudizio in base all’allarme lanciato dalla Commissione grandi rischi […] Loro hanno le spalle coperte. Sono al sicuro ormai, avendo paventato la possibilità che si verifichi un altro, potente, terremoto. La responsabilità ricade unicamente sui sindaci, che devono prendere da soli le decisioni. Non siamo tecnici, neppure sismologi […]» (23 gennaio 2017). Bah! Se ogni decisione dovesse essere assunta dai tecnici, forse il ruolo di sindaco non avrebbe ragion d’essere….

Forse la Commissione non ha lanciato allarmi ma moniti, su quel che l’osservazione e la scienza ci dicono, ripetiamo, in ottica probabilistica. Passa però la vulgata dell’allarme.

I primi cittadini si precipitano a scrivere alle Autorità, da Aielli a Tornimparte sino a Teramo capuologo, chiedendo a tutti (dal Prefetto alla stessa Commissione Grandi Rischi) cosa debbano fare non solo degli edifici strategici ma anche dei loro centri storici e, più in generale, domandando la qualunque, sino agli interventi più incredibili, in linea tecnica e amministrativa. Missive in buona parte imbarazzanti per contenuto (disastrosa quella del sindaco di San Benedetto dei Marsi) nelle quali crediamo di intravedere un qualcosa che potremmo ascrivere al rimorso della cattiva coscienza, oltre che alla legittima preoccupazione per i destini delle rispettive comunità e per le responsabilità dei singoli (è lo stesso Cialente ad evocare il carcere).

Non è un caso che a strepitare maggiormente siano coloro che meno hanno fatto in passato di quanto competeva loro. Ad esempio, il sindaco di Cerchio – che con un’ordinanza del tutto illegittima che costituisce un caso [questo sì] di scuola – ha chiuso “sine die” il proprio edificio scolastico, è lo stesso che pur essendo magna pars in quel comune da quindici anni, ha provveduto a far effettuare le prove di verifica di vulnerabilità sismica alla sua struttura solo dopo l’occorrenza di Amatrice, e che tale edificio ha consentito si utilizzasse, sino ad oggi, per quanto in possesso di un risultato (0,30) poco incoraggiante (diciamo così). Asserragliarsi dietro un’emergenza che è a tre faglie più in là, costituisce un’autentica offesa per tutti coloro che il terremoto lo hanno patito e vissuto, eppure è la linea sposata da diversi sindaci marsicani, che in data 26 gennaio si sono alfine adunati con bellicose intenzioni. Questo il resoconto su terremarsicane.it:

Allarme grande rischi, i sindaci marsicani fanno squadra per valutare interventi condivisi
23 gennaio 2017
Celano. A seguito della nota del centro operativo regionale di Protezione civile della Regione Abruzzo (la n. 932 del 22 gennaio 2017), il sindaco di Celano Settimio Santilli propone un incontro con tutti i sindaci marsicani per valutare eventuali interventi condivisi da adottare come forma di prevenzione nel nostro territorio.
L’assemblea operativa dei sindaci marsicani, prevista per il giorno giovedì alle 18 nella sala consiliare del comune di Celano, si pone come obiettivo quello di procedere ad un esame scrupoloso di quanto riportato nella relazione redatta dalla Commissione Grandi Rischi in data 20 gennaio e fatta pervenire a tutte le amministrazioni locali abruzzesi, creando disorientamento, panico e perplessità sia nelle Istituzioni che nell’opinione pubblica, accentuando lo smarrimento e il senso di precarietà già provocato dagli eventi sismici noti e dalle avverse condizioni climatiche. I Sindaci con alto senso di responsabilità a questo punto non sottovalutano nessuna possibilità o alcuna forma di iniziativa tendente alla tutela e alla salvaguardia delle persone e delle cose. Dopo l’analisi della relazione si procederà alla formulazione di proposte, possibilmente condivise, da riportare all’attenzione degli organi regionali competenti.

Non sappiamo esattamente come sia andata, una simile lisergica riunione (di terapia di gruppo), pure ci verrebbe da dire che accanto agli indici di vulnerabilità nel nostro Territorio risultano piuttosto scadenti anche quelli… di serietà.

Per carità: più vicino al pericolo (chissà perché) c’è anche chi – come il primo cittadino di Caporciano – ha vergato parole di grande buon senso (quello evocato da Cartesio nel suo Discorso sul metodo), ma molto uscite di sindaci sono risultate assai infelici e ci sembrano improntate al secondo dei sentimenti che proprio Cartesio descriveva nell’anno 1639:

«[…] per quanto mi riguarda, distinguo due specie di istinti: uno si trova in noi in quanto uomini, ed è puramente intellettuale; è il lume naturale o ‘intuito della mente’, sul quale, solo, si deve fare affidamento; l’altro è in noi in quanto animali ed è un certo impulso della natura alla conservazione del nostro corpo, al godimento dei piaceri corporei, ecc., che non sempre deve essere seguito […]».

Istinto prettamente politico, ovvio.

Eppure basterebbe conformare e improntare la propria condotta ad un giudizioso operare, giorno per giorno, per tentare di rimediare ai tanti guasti che il passato ci ha trasmesso. E questa ci appare l’unica via (oltre quella estremistica delle dimissioni dei bellicosi primi cittadini: cosa che non appare all’ordine del giorno). perché, come ha ricordato, in una intervista dai contenuti notevoli, tutta da leggere, rilasciata il 25 gennaio, il professor Domenico Giardini, che del Settore Rischio Sismico della Commissione Grandi Rischi è il responsabile, la geologia non fa sconti:

L’AQUILA – “Può anche non avvenire a breve, ma i grandi eventi prima o poi ci saranno: la geologia non fa sconti e noi stiamo riassistendo a eventi che nella storia ci sono già stati”.
Non è allarmismo né previsione di forti terremoti, quello che porta a sbilanciarsi in questo modo nell’intervista esclusiva ad AbruzzoWeb Domenico Giardini, geofisico, referente del settore sismico della commissione Grandi rischi.
Ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), docente di Sismologia al Politecnico di Zurigo, è lui uno degli autori del verbale che, sintetizzato, è finito sui media e nell’opinione pubblica ha dato il via alla grande paura nell’Aquilano, già provato dal gelo e dalle scosse.
Una psicosi che si è generata malgrado gli sforzi dell’organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio, noto all’Aquila per il processo subìto nel 2009 e concluso dalle assoluzioni definitive degli scienziati, di garantire una comunicazione efficace all’organismo cui spetta per legge diffondere le informazioni, la Protezione civile.
Un rischio, quello di forti eventi, già evidenziato nelle precedenti riunioni della Cgr, ma che solo stavolta ha creato terrore, viste le “ferite” ancora fresche. Sempre in ambito comunicazione, Giardini ammette “l’equivoco” creato dalle parole del suo presidente della Cgr, Sergio Bertolucci, fisico delle particelle, che sulle dighe attorno al lago di Campotosto ha parlato di “rischio Vajont”, poi ritrattanto.
A questo giornale Giardini conferma il rischio, delineando con maggiore precisione le tre zone rimaste fin qui silenti, almeno di grandi eventi, delle quali parlava il verbale che, da qui a un tempo X, impossibile da prevedere, potrebbero rilasciare forti scosse: la prima, tra Cascia, Norcia e Montereale; la seconda, tra Amatrice, ancora Montereale, Campotosto e Pizzoli; la terza, tra Muccia e Camerino.
Come avviene la comunicazione delle valutazioni della commissione Grandi rischi alla Protezione civile?
Dal punto di vista generale, la Cgr ha un unico prodotto ufficiale, il verbale delle riunioni indirizzato al capo dipartimento della Protezione civile. Quando necessario, questo viene sintetizzato in un comunicato stampa diffuso dalla Protezione civile e il verbale integrale viene messo a disposizione su richiesta. Controlliamo con il dipartimento tutti i verbali, per essere sicuri che non ci siano incomprensioni e che loro siano in grado di fornire spiegazioni. La parola ufficiale è quella che c’è nei documenti ufficiali. Abbiamo svolto tre riunioni sulla recente sequenza di terremoti che ha colpito la regione dell’Appenino Centrale: il 25 agosto, il 28 ottobre e un’altra il 20 gennaio, dopo gli ultimi eventi più a Sud, nella zona di Montereale. Quello che è uscito, ed è andato sulla stampa, però, stavolta sembra aver creato confusione.
Conferma anche lei che l’ultima riunione della Cgr non ha detto nulla di nuovo?
Non proprio. Il rischio di eventi di magnitudo 6-7 in queste zone e le faglie più esposte erano già state evidenziate nelle riunioni precedenti. La domanda che ci poniamo sempre è se i fenomeni in atto stiano esaurendo o meno il potenziale delle faglie attivate dalla sequenza sismica. Questa è una zona molto complessa, con una serie di faglie di cui si vedono vari segmenti, ma che hanno come estensione l’intero Appennino. L’area si estende di circa 3 millimetri ogni anno, e questi 30 centimetri al secolo devono andare prima o poi in forma di terremoto: in generale, più tempo passa, più il terremoto sarà grande. La valutazione della Commissione a seguito degli eventi del 18 gennaio è che la sequenza non mostra ancora segni di esaurimento.
Da dove nasce la sequenza attualmente in corso e perché si rischia un forte evento?
Premetto che il modello di pericolosità sismica nazionale mostra che gran parte del territorio nazionale è soggetta a rischio sismico più o meno elevato. Qui parliamo solo delle zone che potrebbero essere interessate da una continuazione della sequenza in corso. Questa sequenza può essere considerata come una tipica attività sismica appenninica, e come tale aspettata sulla base della storia sismica e del contesto sismo-tettonico regionale. Un aspetto di questa sismicità è che le sequenze possano durare nel tempo e propagarsi ai segmenti limitrofi, come già avvenuto, per esempio, per gli eventi del 1703 (con una durata di oltre un anno e due grandi eventi di magnitudo circa 6.7-6.9 a distanza di un mese), del 1639 (almeno due grandi eventi comparabili a distanza di una settimana), di Colfiorito (1997, M6.0, con una sequenza di sei eventi di magnitudo oltre 5.2 su una durata di sei mesi) e ora nella zona di Amatrice, con tre eventi di M5.9-6.5 nell’arco di 2 mesi.
La sismicità della zona si concentra su due allineamenti principali, con faglie ben sviluppate e mappate in superficie, entrambi con sismicità storica importante. L’allineamento più occidentale ha prodotto in epoca storica i due terremoti del 1703, responsabili anche per la distruzione dell’Aquila, e più recentemente i terremoti di Norcia (1979, M5.9), Umbria-Marche (1997, M6.0) e L’Aquila (2009, M6.2). L’allineamento più orientale, il sistema di faglie del Monte Vettore-Gorzano, corre parallelamente al primo, con una separazione di circa 20 chilometri; in epoca storica ha registrato la sequenza del 1639 e ora la sismicità in corso da agosto. Vari sistemi e segmenti di faglia, contigui a quelli già attivati sino a oggi, non hanno prodotto terremoti di grandi dimensioni negli ultimi tre secoli, e hanno le dimensioni e il potenziale di produrre terremoti di magnitudo 6-7.
Il verbale parla di tre zone a rischio. Può aiutare a identificarle?
La prima zona identificata è il segmento della faglia più occidentale compreso tra le sequenze di L’Aquila del 2009 e quella dell’Umbria-Marche del 1997; questo segmento si è attivato durante i grandi eventi del 1703, ma non ha prodotto sismicità significativa negli ultimi decenni, e si trova subito a Ovest della sequenza in corso.
La seconda?
Le ultime scosse, che hanno interessato la zona di Montereale e paesi vicini, hanno avuto una magnitudo di 5-5.5 e hanno coinvolto il segmento meridionale della faglia di Gorzano che continua. È ben possibile che questo segmento possa riattivarsi con un evento di maggiori dimensioni, così come è avvenuto nella zona a Nord di Amatrice. In quel caso, l’evento di magnitudo 6.5 del 30 ottobre ha “ribattuto”, usiamo questo termine, faglie che si erano già mosse con eventi più piccoli il 24 agosto e 26 ottobre.
La terza zona di rischio?
È l’estensione a Nord della sequenza sulla faglia del Monte Vettore, verso le Marche. Attenzione. Non vuol dire che questi terremoti arrivino domani, ma queste sequenze estese nel tempo e su segmenti contigui nell’Appennino non sono eccezioni.
Per quanto tempo si dovrà stare in allerta?
La sismicità del passato mostra che le sequenze sismiche più importanti nell’Appennino possono durare anche oltre un anno un anno e, a oggi, non vediamo alcun segno che questa si stia esaurendo. Dopo novembre la sismicità è andata crescendo nella zona meridionale ed è culminata con gli eventi di magnitudo 5 del 18 gennaio. Bisogna, però, sempre sottolineare che non c’è nessun modo per prevedere i terremoti. Il nostro compito è identificare per la Protezione civile possibili scenari di cui si deve preoccupare.
Veniamo al problema delle dighe.
Le scosse sismiche possono produrre danni da scuotimento o da fagliazione superficiale. Per eventi di maggiori dimensioni, con magnitudo oltre 6 e 6.5, la fagliazione può arrivare in superficie e creare una rottura; il 30 ottobre il terreno si è rotto lungo vari chilometri e in alcuni punti con oltre un metro di rigetto in superficie. Questo può creare complicazioni se la rottura passa sotto un’infrastruttura critica o nelle sue vicinanze. L’espressione superficiale della faglia di Gorzano passa sotto il lago di Campotosto e vicino alla diga Rio Fucino, una delle tre dighe del bacino. La possibilità di un evento di grandi dimensioni su questa faglia implica anche la possibile fagliazione superficiale. Questo non significa che la diga sia necessariamente a rischio di crollo o di inondazione, ma la Commissione ha sollecitato le autorità competenti a effettuare accurate verifiche, considerando la possibilità di un tale scenario.
L’espressione “effetto Vajont” usata dal vostro presidente che significato voleva avere?
Ritengo che si tratti di un equivoco, in quanto questa espressione non viene dalla nostra comunicazione ufficiale. Il Vajont è tutt’altra zona, con una topografia molto pronunciata; una frana molto grande provocò un’onda che passò sopra la diga vuotando il lago. In questo caso, comunque, l’analisi di rischio per le dighe deve coprire sia gli effetti diretti del terremoto, scuotimento e possibile fagliazione superficiale, come pure la possibile mobilizzazione di frane che potrebbero finire nel lago.
Se lei fosse un amministratore locale della zona, oggi quali provvedimenti prenderebbe?
Questa è competenza della Protezione civile e delle amministrazioni locali. Vorrei sottolineare che l’evento di magnitudo 6.5 del 30 ottobre, ovvero un grande terremoto, non ha prodotto neanche una vittima diretta, mentre le vittime di questi ultimi giorni sono collegate a slavine e alle basse temperature. Questo costituisce quasi un miracolo, vuol dire che gli edifici danneggiati dalle scosse precedenti o comunque vulnerabili sono stati evacuati per tempo e nell’evacuarli è stata svolta un’opera gigantesca.
Può spiegare l’aspetto delle due onde, principale e secondaria, che potrebbero portare un forte sisma a fare più danni a una trentina di chilometri dall’epicentro che in sua corrispondenza?
Un terremoto produce sempre una prima onda di volume e poi una seconda onda trasversale. Queste ultime viaggiano più lentamente, ma la loro ampiezza è maggiore e, quando arrivano, fanno il grosso dei danni, sottoponendo le strutture a uno sforzo di taglio. In termini elementari, all’arrivo dell’onda trasversale la base di un edificio si sposta lateralmente, il resto dell’edificio cerca a sua volta di spostarsi, se non lo fa abbastanza in fretta, cade. Vicino all’epicentro le due onde arrivano quasi nello stesso momento. A qualche decina di chilometri dall’epicentro, le due onde fanno in tempo a separarsi e la seconda fa più danni.
Da tre giorni non ci sono stati eventi superiori a magnitudo 4, può essere un segnale positivo, pur piccolo?
Né positivo né negativo. C’è comunque un alto numero di terremoti di bassa dimensione. È una faglia che ha una grandissima produttività. A gennaio era cominciata a cadere, adesso è tornata molta elevata. Dopo eventi di magnitudo 5-5.5 è normale che ci siano aftershock, scosse di assestamento, di dimensioni più piccole. Questo sempre che la sequenza non riparta. Eventi di queste dimensioni non possono esaurire il potenziale di queste faglie, e può anche non avvenire a breve, ma i grandi eventi prima o poi ci saranno: la geologia non fa sconti e noi stiamo riassistendo a eventi che nella storia ci sono già stati. [da: Abruzzoweb.it ]

Chi non volesse accontentarsi delle parole del Giardini per convincersi di quanta “fuffa” (se non vera e propria malafede) ci sia in certe “caciare”, può tornare al Dipartimento della Protezione civile – che non siamo sospetti amare – in pochi passaggi

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che “introducono” alla lettura del verbale della Commissione Grandi Rischi del 25 agosto 2016, ab imis in tutta questa sequenza semestrale di sismi, e che testimoniano dell’approccio ragionevole delle Autorità romane in tutta questa vicenda, sin da Amatrice. [per scaricarlo clicca QUI ]

La questione, più ancora che di comunicazione, per questo Abruzzo disastrato sembra essere quella di non sapere bene cosa dire, e cosa esattamente si vuole. Ovvero: l’impossibile (in specie, ricerca ciò, chi sconosce persino il proprio Piano di emergenza comunale, non lo aggiorna; non ha un gruppo di Protezione civile accreditato, ecc.; ed urla, non si capisce bene contro cosa e perché). Soprattutto se si riflette che dal 2009 il cattivo Stato italiano ha stanziato centinaia di milioni di euro per adeguamento miglioramento ricostruzione delle scuole della Provincia di L’Aquila, e che nonostante tale ingente sforzo in questo momento molti studenti sono a casa, o a manifestare (L’Aquila, caso Cotugno), al punto che addirittura si ipotizza di derogare alla soglia dei duecento giorni per la validità del percorso scolastico annuale. Saremo normali?

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