Si alla pace. No alla guerra

di Francesco Barone

Da quanti anni si parla di armi batteriologiche? E soprattutto, a cosa dovrebbero servire? Non di certo a realizzare giocattoli per bambini, origami o merletti. E perché la società civile dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a questa pazzia? No. Non è più possibile restare indifferenti.

In questi giorni mi è tornata in mente una conversazione intercorsa con Denis Mukwege, Premio Nobel per la pace, durante la quale mi disse: “la responsabilità di una grave azione contro l’umanità non è soltanto di chi ne è direttamente l’autore, ma anche di coloro che restando in silenzio diventano complici”.

Le armi batteriologiche che sono relativamente facili da produrre e certamente più facili da nascondere, rappresentano il vero rischio per l’intera umanità. “Queste armi influenzeranno molti aspetti della nostra vita, mandandoli fuori schema. Porteranno il terrorismo sulla soglia di casa di ognuno di noi”. Sono queste le parole di Sharad S. Chauhan che nel 2004 scriveva nell’introduzione del suo libro dal titolo “Biological Weapons”. Per carità, lungi da me avanzare tesi complottiste, ma non possiamo comunque esimerci dall’incuriosirci nei confronti di certi fatti.

Ci sono casi in cui i dubbi possono anticipare le verità, perché affinché si dubiti è necessario in qualche modo conoscere. Dubitare può anche essere inteso come l’avvertimento che al conoscere manchi qualche cosa che lo completi.

A tal proposito, uno scienziato che si presta a sperimentare le armi per uccidere altri esseri viventi è eticamente immorale rispetto a qualsiasi altra persona che rifiuta le armi, la guerra e si batte per la pace. E questo vale anche quando lo scienziato non è disposto ad ammetterlo, come nel caso di Julius Robert Oppenheimer, realizzatore della prima atomica. Non rinnegò mai la responsabilità morale del suo risultato, affermando di non provare sensi di colpa, fatto salvo, quando successivamente, la crisi di coscienza lo indusse a rifiutare di lavorare per quella all’idrogeno e citando il Bahagavadgita, disse: “Io sono diventato morte, distruttore di mondi”.

E’ innegabile che la realizzazione delle armi batteriologiche comporta gravissime conseguenze nei confronti dell’umanità. Sono lesive della dignità umana anche prima di essere utilizzate. Basta solo il pensiero, l’intenzione di realizzarle e per quanto mi riguarda è già un modo chiaro per dichiarare guerra all’umanità.

Tale intenzionalità rappresenta un elemento potenzialmente lesivo della coesistenza pacifica. Nel mondo contemporaneo la guerra non è affatto scomparsa, sta solamente mutando la forma. E’ cambiata la “governamentalità” bellica. In tal senso, molto eloquente è il pensiero di Carl von Clausewitz, generale, scrittore e teorico militare prussiano, infatti, a lui si associano alcune definizioni sulla guerra, tra le quali, la più nota e significativa è la seguente: “La guerra è la politica di uno Stato fatta con altri mezzi”.

La pace, invece, è un addestramento notevole per il ragionamento e in questa palestra, ci si allena seguendo due stili: predicandola e praticandola. La pace costituisce il punto di incontro più nobile tra morale, libertà e democrazia, in un reciproco riconoscimento dell’accettazione dell’alterità e nel pieno convincimento che nessuna forma di distruzione potrà avere senso e giustificazione. La pace è la lotta contro la disumanizzazione e non necessariamente soltanto l’opposto della guerra, è l’idea secondo la quale non debba mai prevalere il lato oscuro della ragione.

La pace rappresenta il bene pubblico globale per eccellenza, richiede l’indivisibilità sociale e, nutrendosi di giustizia, favorisce gli abbracci tra tutti gli abitanti dell’intero pianeta. Questo mondo che sta diventando sempre più fragile e provvisorio, ci pone di fronte a una scelta: decidere se restare muti, oppure dire e fare a difesa della pace.

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