Primadanoi.it – Emergenza Gran Sasso, paghiamo gli errori di 60 anni di politica nociva

Segnalazioni & Recensioni

Nobili fini (pubblici) oscure trame per opere immense realizzate male, scelte sbagliate e responsabili sempre salvati

di Alessandro Biancardi

ABRUZZO. La lunga emergenza Gran Sasso è una storia torbida, ancora tutta da scrivere, dove le verità ed i segreti sono ben custoditi e reggono ai decenni e alle generazioni di politici e amministratori. Nonostante si giochi d’azzardo con la salute di circa 700mila persone.

Conoscere questa storia è vitale per capire perchè oggi accadono queste cose.

La prima pagina venne scritta nel 1963 quando il Parlamento decise di portare fuori dall’isolamento l’Abruzzo con la costruzione di una autostrada che da Giulianova arrivasse a Roma. L’ultima pagina (per ora) parla di opere costruite male che da almeno 30 anni impongono ai cittadini della Provincia di Teramo il rischio di bere acqua contaminata con l’aggravante che nessuno glielo ha mai detto in tutto questo tempo.

Oggi, nel 2017, il vicepresidente Lolli -che si è preso questa «rogna» come la definisce- non denuncia, non spiega come e perchè siamo arrivati fino a qui, chi ha sbagliato e perchè, non ha portato carte in procura, non ha fatto nomi e cognomi dei responsabili di questo scempio ambientale e amministrativo. Ha detto di aver incaricato -non si sa con quali procedure- già un progettista (e non uno a caso) per studiare soluzioni che dovevano essere già trovate almeno 10 anni fa.

Tutta la vicenda in 70 anni ha un filo conduttore: l’eterna pressione della politica nel realizzare opere senza però curarsi di come poi si realizzino e senza avere un quadro di insieme o una capacità programmatoria chiara, improntando tutto all’improvvisazione e al rattoppo o a soluzioni di comodo in corso d’opera. E queste soluzioni o deviazioni dall’idea originaria creano conseguenze gravi.

Come è accaduto sotto il Gran Sasso.

Tra le tante relazioni illustrative firmate dal commissario Angelo Balducci nominato nel 2003 dal governo Berlusconi) ce n’è una del 23 febbraio 2006 che inquadra perfettamente la causa del problema acqua, una risorsa che era immensa, preziosa, unica.

La relazione -che arriva dopo 3 anni di studi e progettazioni di moltissimi tecnici incaricati per capire come risolvere- va dritta al punto nelle prime tre righe:

«Le problematiche connesse con l’emergenza socio-ambientale del Gran Sasso possono essere ricondotte alla stretta interazione esistente tra il traforo autostradale, i laboratori sotterranei di fisica nucleare e la captazioni idropotabili e l’acquifero. Tale situazione deriva direttamente dalla modalità con cui le opere infrastrutturali sono state a suo tempo realizzate ed è ulteriormente complicata dalla impossibilità pratica di sospenderne anche solo temporaneamente l’esercizio».

Dunque Balducci (ri)spiega che il problema è la coesistenza dell’autostrada, i laboratori e la captazione dell’acqua potabile;  tre opportunità che devono dividersi una montagna -benché la più grande dell’Appennino- forse troppo angusta per poter pretendere che non vi fossero rischi.

Utilizza le stesse parole nel 2017 anche Giovanni Lolli, ex parlamentare che del traforo si è interessato nel 2001 da parlamentare, oggi il vice presidente della giunta regionale che in più occasioni ha ripetuto gli stessi concetti di Balducci con un decennio di ritardo dopo silenzi assoluti sull’argomento.

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