Processo false pensioni – Aratari tra sequestri, dissequestri e coup de théâtre

EHI TU! Vuoi ottenere, per 10 anni e senza averne titolo, una pensione di invalidità da 1.600 euro mensili? Indipendentemente dall'esito del processo, nel procedimento n. 558/17 trovi le istruzioni per l'uso

Ancora un colpo di scena nel procedimento penale a carico di Arnaldo Aratari, accusato dalla Procura di Avezzano di Truffa aggravata ai danni dello Stato per aver percepito, senza averne diritto, una pensione di invalidità.

L’ultimo atto è il dissequestro di beni disposto dal Tribunale del Riesame dell’Aquila, che ha così annullato il sequestro emesso dal giudice Maria Proia finalizzato alla confisca di beni per un valore di 253mila euro.

Non è la prima volta che viene disposto il dissequestro dei beni dell’Aratari, questo infatti è già il secondo. Intanto il processo, tra continui colpi di scena, va avanti e non sono da escludere altre sorprese. Un processo interessante sotto molto punti di vista: per essere apprezzato in tutte le sue sfaccettature, proviamo a ricostruire i vari passaggi.

Processo alla sanità marsicana

I reati contestati risalgono a 14 anni fa. Tra i vari processi a carico di Aratari, il procedimento n. 558/17 presenta aspetti emblematici che offrono uno spaccato inquietante non solo sul funzionamento della macchina della giustizia ma soprattutto su quello del sistema sanitario e assistenziale marsicano.

Indipendentemente dall’esito finale – è compito dei giudici stabilire le eventuali resonsabilità – questo processo ha il pregio di mettere a nudo il funzionamento del sistema sanitario marsicano e i metodi con cui sarebbero state erogate pensioni di invalidità. In particolare, il processo ricostruisce i vari passaggi su come potrebbe essere possibile ottenere una dispensa dal lavoro – e poi una pensione per dieci anni –senza nemmeno presentare la necessaria documentazione clinica.

Una brutta storia lunga 14 anni

Questo è il secondo dissequestro dei beni dell’Aratari, il primo sequestro era stato già richiesto ed eseguito dai finanzieri nel 2017. Più che il percorso di un processo, sembra ormai una corsa sulle montagne russe.

In occasione del primo sequestro, il giudice, sulla scorta della relazione del CTU professor Christian D’Ovidio, aveva rigettato la Richiesta di sequestro preventivo, avanzata dal pubblico ministero, per “mancanza di adeguati riscontri probatori”.

Il professor D’Ovidio, in qualità di consulente dell’accusa, durante l’incidente probatorio aveva redatto una lunga perizia nella quale confermava le patologie lamentate da Aratari. Patologie che nel 2007 erano state riconosciute anche dalla Commissione sanitaria regionale, consentendogli così di ottenere una dispensa dal lavoro di insegnante di educazione fisica e poi, per più di dieci anni, la relativa pensione.

Secondo gli inquirenti, però, la commissione medica, ai tempi presieduta dal dott. Libero Panella, avrebbe riconosciuto tali patologie senza che il paziente avesse esibito l’adeguata documentazione sanitaria permettendo così al professore di Gioia dei Marsi di lasciare il lavoro già all’età di 49 anni con una pensione di circa 1.600 euro mensili.

Queste le patologie lamentate dall’Aratari: rinofaringite cronica, ipertensione arteriosa, sindrome depressiva con disturbi di ansia e due ernie discali alla schiena. Patologie che secondo la procura erano però inesistenti. Accuse da dimostrare nelle prossime udienze di un processo che si prospetta tutt’altro che scontato e dove non sono finora mancati clamorosi colpi di scena nelle udienze preliminari e durante l’incidente probatorio, con gli avvocati difensori che sono arrivati a chiedere la ricusazione del giudice Maria Proia che, da parte sua, aveva denunciato in aula tutta una serie di episodi di una gravità tale che non gli sarebbero accaduti “nemmeno quando ero a Palermo“…

Per la pubblica accusa Aratari, attraverso artifizi e raggiri, avvalendosi anche di falsa documentazione medica, avrebbe indotto in errore la stessa Commissione medica di verifica dell’Aquila, che lo avrebbe così ritenuto non idoneo a continuare l’attività di docente di scienze motorie. La decisione della commissione avrebbe poi consentito ad Aratari di procurarsi un ingiusto profitto di 22mila euro lordi circa l’anno ai danni dell’Inps, per un totale di 199mila euro (dal 2007 al 2017). Ed è proprio uno dei membri della commissione medica sanitaria, il dottor Cosimo D’Angelo, che solo dopo aver visionato la cartella medica di Aratari ha poi affermato nel processo: “mi sento di poter dire che probabilmente andava concessa una dispensa temporanea, da rivedere nei successivi 6/12 mesi, ovviamente con nuove e più aggiornate certificazioni mediche”.

Nel corso delle indagini gli uomini della guardia di Finanza di Avezzano, guidati dal capitano Alessio Grillo, avrebbero documentato che l’imputato, al momento della richiesta della dispensa dal lavoro, in realtà non era afflitto dalle patologie riconosciute invece dalla commissione medica regionale. Mediante l’acquisizione di alcuni filmati, gli inquirenti avrebbero riprodotto una serie di immagini che vedevano Aratari impegnato in azioni quotidiane anche faticose – come trasportare mobili, scendere da un trattore agricolo, riparare l’autovettura – a dimostrazione del fatto che lo stesso conducesse uno stile di vita normale. Insomma secondo l’accusa le patologie lamentate da Aratari, oltre ad essere insufficienti per la concessione di una pensione privilegiata, sarebbero state addirittura del tutto inesistenti.

Il Vaso di Pandora di “Tutti per uno”

Aratari è stato anche amministratore della Medisalus, struttura sanitaria accreditata al sistema nazionale sanitario.

Finita recentemente nelle cronache giudiziarie locali per irregolarità che avevano recentemente spinto il Consiglio di Stato a decretarne la chiusura: Per saperne di più LEGGI QUI.

Ma seguendo la pista della pensione di Aratari, gli inquirenti si ritrovano a scoperchiare un vero e proprio Vaso di Pandora, costringendoli così ad aprire diversi filoni d’inchiesta. Ed è proprio seguendo le tracce del presunto pensionato che, tra le altre cose, i segugi della finanza si imbattono anche nel cosiddetto Emporio dei certificati falsi.

E’ infatti il professore di Gioia dei Marsi che conduce involontariamente gli uomini delle fiamme gialle nell’ufficio dello psichiatria Angelo Gallese: parte così il filone d’inchiesta “Tutti per uno“. Nell’ambito di questo procedimento Aratari, difeso dall’avvocato Antonio Valentini, è stato già condannato a due anni e sette mesi di reclusione (sentenza confermata anche in Cassazione), per aver corrotto il dottor Gallese per l’ottenimento di certificazioni sanitarie retrodatate. Certificazioni che secondo la GdF sarebbero servite all’Aratari anche per l’ottenimento indebito della sua pensione di invalidità.

Nella sua sentenza di condanna, anche la Corte di Cassazione conferma la “inesistenza della patologia segnalata nella documentazione medica” prodotta dal professore di educazione fisica, specificando come lo stesso avesse persino “falsificato la cartella clinica per poter creare la falsa prova che gli interessati si erano rivolti nel dato momento alla struttura sanitaria pubblica“.

Molte eccezioni erano state mosse dagli inquirenti circa la sindrome depressiva lamentata da Aratari e certificata poi da Gallese. Durante le indagini, infatti, gli inquirenti avrebbero scoperto, ad esempio, che il medico di famiglia del professor Aratari non aveva prescritto alcun farmaco per la cura di quella sindrome depressiva, e anche che una serie di sedute psichiatriche – che lo stesso Aratari aveva dichiarato di aver effettuato nello studio del dottor Gallese – in realtà non sarebbero mai avvenute.

Il Valzer dei Ctu

Il processo sulla presunta falsa invalidità di Aratari, fin dalle prime battute, è ricco di sorprese e non sono mancati clamorosi colpi di scena. Riassumiamo di seguito i principali episodi, compreso il passaggio in cui gli imputati pedinano gli inquirenti.

Particolarmente illuminante è quanto successo nel corso dell’incidente probatorio richiesto nel 2019 dall’avvocato Valentini, difensore di Aratari sia in questo che in altri processi a suo carico.

Il giudice Maria Proia aveva incaricato il prof. Christian D’Ovidio di redigere una perizia proprio sulla sussistenza delle patologie che avevano consentito ad Aratari di percepire indebitamente la pensione di invalidità ma, durante l’udienza del 27 febbraio 2019, succede il finimondo. Proprio mentre il prof. D’Ovidio spiegava i risultati della sua consulenza, la situazione precipita all’improvviso e il consulente – sentendosi offeso dalle contestazioni di procura e polizia giudiziaria – rifiuta l’incarico per una ulteriore perizia. E così l’incidente probatorio che doveva servire per cristallizzare le prove attraverso l’esame del CTU, finisce per cristallizzare tutt’altre dichiarazioni che emergono nel corso del – diciamo “irrituale” – dibattito in aula tra il giudice Maria Proia, il Pm Andrea Padalino, l’avv. della difesa Valentini e il CTU D’Ovidio. Il Giudice, dopo uno sfogo iniziale, elenca una serie di episodi gravi e inquietanti che non mi sono accaduti nemmeno quando ero a Palermo“, rendendo noti una serie di episodi, tra cui interessamenti e attenzioni anche alla “sua vita privata” da parte degli indagati o di soggetti a loro vicini. E poi ancora: una prima richiesta di “astensione dal processo” presentata dal giudice al Presidente del tribunale viene da questi rifiutata; un esposto contro il giudice presentato dalla difesa dell’imputato; un esposto del giudice contro l’avv. Valentini…

Nel caos generato dai botta e risposta in aula, anche il Pm ci mette del suo e accenna anche alle manovre della difesa per ottenere l’estromissione dei finanzieri dalle indagini e di pedinamenti, con una curiosa inversione dei ruoli, in cui erano gli indagati a pedinare gli inquirenti.

Infine, il Ctu D’Ovidio che dichiara la sua indisponibilità a continuare nella consulenza. Il Gup, la dott.ssa Maria Proia, incarica così un nuovo Ctu per la cristallizzazione dell’incidente probatorio, il dottor Francesco Albo (medico operativo presso il Nucleo Sportivo della GdF a Roma) che giunge a conclusioni completamente opposte a quelle del suo precedente collega.

Ora, dopo oltre due anni, sembrerebbe essersi conclusa almeno la fase preliminare dell’incidente probatorio.

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