Processo a Di Pangrazio: la parola alla difesa. Nuova udienza il 5 luglio: parla il sindaco?

"Auto blu" e non solo: per il sindaco di Avezzano i Pm hanno chiesto 4 anni e mezzo di carcere. Ieri le arringhe della difesa: mosse eccezioni di incompetenza territoriale del Tribunale dell’Aquila. Prossima udienza il 5 luglio: forse Di Pangrazio rilascerà delle dichiarazioni spontanee

Fissata per il 5 luglio la prossima udienza che vede il sindaco di Avezzano Gianni Di Pangrazio alla sbarra insieme ad altri 4 dipendenti della Provincia dell’Aquila.

Nel processo, ormai alle battute finali, insieme al Sindaco di Avezzano sono imputati anche la Dirigente Paola Contestabile e i tre autisti Anna Maceroni, Maria Pia Zazzara e Mario Scimia, che rischiano però pene di poco più lievi, comprese tra 3 anni e otto mesi e 1 anno. Un altro autista Ercole Bianchini, coinvolto inizialmente nella stessa inchiesta, ha già patteggiato una pena a 2 anni.

Secondo voci ufficiose, molto probabilmente, nella prossima udienza lo stesso Gianni Di Pangrazio prenderà la parola per rilasciare delle dichiarazioni spontanee. Non è escluso che, sempre il 5 luglio, potrebbero tenersi anche delle eventuali repliche dei Pm Stefano Gallo e Roberta D’Avolio, l’ultimo atto prima della attesissima sentenza del giudice Ciro Rivezzo.

La parola alla difesa

Nell’udienza di ieri si sono tenute le arringhe difensive degli avvocati Giovanni Marcangeli, Benedetti, Stefano Massacesi e Roberto Verdecchia, che assistono il sindaco di Avezzano e altri 4 imputati. Contestata di nuovo l’incompetenza territoriale del Tribunale dell’Aquila.

I legali della difesa hanno provato, punto per punto, a smontare l’impianto accusatorio che secondo loro presenterebbe anche alcuni vizi procedurali. “Al termine di questa udienza, l’impianto accusatorio sembrerebbe fortemente venir meno – afferma l’avvocato Roberto Verdecchiaoggi ad esempio é stata eccepita nuovamente l’incompetenza territoriale nei confronti di Maria Pia Zazzara e Paola Contestabile, entrambe imputate nello stesso procedimento penale, poichè quello dell’Aquila non era il tribunale naturale per decidere questo processo, come ampiamente dimostrato durante l’istruttoria da ben cinque testimoni“.

Per i Pm, non solo “Auto blu

L’inchiesta condotta dai Pm Stefano Gallo e Roberta D’Avolio della Procura dell’Aquila – nota alle cronache come “Inchiesta Auto blu ha suscitato molto clamore soprattutto per il coinvolgimento di Gianni Di Pangrazio, all’epoca dei fatti alto dirigente della Provincia dell’Aquila e sindaco di Avezzano.

L’inizio del processo risale al 2016 ma i fatti che gli inquirenti contestano si sarebbero verificati a partire dal 2011. I reati ipotizzati a vario titolo nei confronti dei 5 imputati, vanno dal falso al peculato, dalla truffa aggravata ai danni dello Stato al favoreggiamento.

Nell’udienza tenutasi alla fine dello scorso maggio i due Pm hanno tenuto una requisitoria, durata oltre 5 ore, nel corso della quale hanno ricostruito almeno 7 episodi in cui Di Pangrazio avrebbe utilizzato l’auto blu della Provincia per scopi non d’ufficio ma personali. Si parlerebbe, comunque, di cifre che ruoterebbero intorno ad appena 600 euro.

Ma i due Pm hanno contestato a Di Pangrazio anche il reato di Falso e Abuso, in merito al suo coinvolgimento diretto in un episodio per cifre ben più consistenti: 18mila euro l’anno.

Si tratterebbe di un episodio di cui Di Pangrazio si sarebbe reso protagonista in merito alla regolarità tecnica della riorganizzazione della Provincia, ente di cui era dirigente Si tratterebbe, in particolare, di una Delibera del 2011 con la quale la Provincia dell’Aquila istituiva un Dipartimento speciale.

Secondo la pubblica accusa Di Pangrazio – nella sua veste di Dirigente della Provincia – avrebbe omesso di astenersi dalla partecipazione alla formazione di quell’atto nonostante la sussistenza di un suo presunto interesse personale, in quanto:

perfettamente a conoscenza che il giorno successivo sarebbe stato nominato Direttore dell’istituendo Dipartimento speciale, nomina frutto di composizione che lo vedeva interessato, procurandosi così l’ingiusto profitto di 18mila euro annui quale retribuzione accessoria”.

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