Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire, vince il XXV° Premio internazionale Silone

Pescina – Terminata il 22 agosto la XXV^ Edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone istituita dal Comune di Pescina. Un’edizione che ha visto attribuire il prestigioso riconoscimento a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, il quotidiano di ispirazione cattolica della Conferenza Episcopale Italiana.

Per la seconda sezione il Premio è stato conferito al dott. Roberto Petrarca, per la sua tesi: “Il folklore abruzzese nei romanzi dell’esilio di Silone “

Ulteriori riconoscimenti sono stati assegnati nelle varie sezioni, oltre alle Menzioni Speciali “Che fare?” conferite a Gianni Maritati (Giornalista); Antonio Rotondi (Presidente Provinciale UIC); Istituto Comprensivo Statale “Don Lorenzo Milani” di Pizzoli; Silvia Grossi (Antropologa); Sebastiana Ferrari e Martorano Di Cesare (Esperti Archivisti Siloniani).

«L’uomo mutilato della sua fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile. Per non morire bisogna cominciare col riscoprire la fraternità. Amici, io sono venuto per dirvi questo. È necessario, è urgente stare assieme, metterci insieme, creare in questo paese cellule viventi di uomini interi, cioè, fraterni. Difenderci dal contagio della morte».

È la citazione di un’opera teatrale tratta dal romanzo siloniano, Vino e pane, con cui il direttore di Avvenire si rivolge alla platea e al tavolo delle autorità, dove, accanto a Luca Di Nicola, presentatore della kermesse,  siedono il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, l’assessore Guido Quintino Liriis, il Sindaco di Pescina Mirko Zauri, i consiglieri regionali, Mario Quaglieri e Simone Angelosante, il vice Presidente del Consiglio del Comune di Procida, Città della Cultura 2022, Luigi Primario e la Presidente del Centro Studi Ignazio Silone, Tiziana Cucolo.

«Se c’è un programma per questo nostro tempo, è questo». È la chiosa di Tarquinio al termine della citazione. Il direttore di Avvenire prosegue sottolineando come ci sia estremo bisogno, oggi, di uomini e donne che abbiano la capacità di saper vivere questi tempi in cui sembra si siano sommate una serie di sfide del tutto simili a quelle dei primi decenni del secolo scorso. «Sfide che ci mettono di fronte alla responsabilità di fare di questi anni venti, anni diversi da quelli». 

Una delle menzioni speciali Che fare? È stata attribuita a Silvia Grossi, antropologa e etnografa pavese, profonda conoscitrice del Sud-Est Asiatico. Studiosa che collabora con diverse riviste nazionali di viaggi e cultura oltre che con Enti della Cooperazione Internazionale. Impegnata da anni in un’intensa opera di divulgazione scientifica volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi legati ai cambiamenti climatici.

Il riconoscimento scaturisce dall’apprezzamento ricevuto dal suo romanzo, L’ultimo respiro del soleLaurana Edizioni. Un libro che parla delle devastanti alluvioni avvenute nel sultanato del Kelantan, in Malesia, nell’inverno fra il 2014 e il 2015 anni in cui quella regione fu letteralmente cancellata da una delle alluvioni più devastanti che si ricordino a memoria d’uomo.

La furia dell’acqua, favorita dalla deforestazione e dalla distruzione di vaste aree di mangrovie, destinate alle coltivazioni di olio di palma e all’industria mineraria, trasformò tutto in fango, dolore e rabbia. Ma il racconto non riguarda solo le devastazioni ambientali, è anche il resoconto tragico della devastazione culturale e del pervicace tentativo di annientare un’etnia, quella degli Aborigeni Temiar che resistono ostinatamente alle deportazioni verso le anonime periferie delle megalopoli.

L’epopea dei Cafoni di Silone e quella degli aborigeni Temiar della Malesia, descritti dalla Grossi nel suo romanzo, raccontano la condizione degli ultimi in un mondo che si arroga il diritto di calpestare le esistenze dei più deboli costringendoli a resistere facendo leva su una rabbia antica.

Come i cafoni di Fontamara, oppressi dall’ingiustizia in una società permeata dalla dittatura fascista, anche i Temiar del Kelantan, cacciati dalla foresta pluviale per far posto alle produzioni imposte dalle multinazionali, fanno ricorso al sentimento atavico della rabbia sotterranea di un intero popolo che si trasforma in strenua resistenza, quella di coloro, che dopo aver perso tutto, hanno ancora la forza di lottare per non perdere le uniche cose rimaste: dignità e libertà.

(A seguire i video degli interventi del direttore di Avvenire Tarquinio e della dottoressa Grossi)

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