Le opere di Mattia Barbonetti esposte nell’ambito della XXV^ edizione della Settimana Marsicana

Avezzano – I lavori del giovane artista avezzanese nella mostra allestita presso la palestra della scuola Corradini. “Astro.fluid_art” questo il titolo dell’esposizione che presenta un percorso artistico che è prima di tutto, un viaggio dell’anima attraverso le paure e le ansie degli uomini. Non a caso, lo stesso Barbonetti, descrive con alcuni versi di una sua poesia, quello che le sue opere intendono trasmettere al pubblico.

«L’uomo è in guerra, da sempre.  Con gli altri con se stesso. Ma quando é l’artista ad essere in guerra con se stesso, e sa che sta perdendo…lì nasce l’opera d’arte. La tela è il mio psicologo. L’opera d’arte la mia liberazione. Non chiedermi cosa essa rappresenta, non so risponderti. È la mia anima tra il perenne tormento e la continua rinascita.»

Un artista che esprime la purezza di un sentire profondo, spesso sconosciuto a noi contemporanei, presi dalla vertigine di un’epoca che consuma rapidamente il tempo, da lasciarne appena qualche spicchio per contemplare la bellezza che ci circonda, ma non sempre lo facciamo. Per questo esiste l’arte, quella che permette di immergersi dentro le più intime certezze per vederle scomporsi in lampi dai colori tenui e caldi, come quelli che esaltano la tecnica pittorica di Mattia Barbonetti.

Particolare che colpisce, una tela bianca al centro della sala, dove i visitatori, al posto della firma, possono lasciare l’impronta digitale del pollice. Una testimonianza della propria presenza, come sublimazione del corpo nell’arte. La propria impronta, insieme a tante altre, diventano creazione in divenire, primordiale segno di comunità, fin dalla comparsa dell’uomo sulla Terra.   

Mattia, guardando le tele e i quadri che hai realizzato si nota una certa versatilità e una tecnica che esalta colori molto particolari. Da cosa scaturisce tutto questo?

A me piace la tecnica mista, non mi piace lavorare solamente col colore convenzionale, amo sperimentare. Uso il caffè, la sabbia, il latte. Cose alle quali non penseresti mai. Che una tazza di latte possa diventare la scolatura di un quadro, non ci penseresti.

A cosa aspiri quando realizzi un’opera?

Semplicemente rappresento il mio stato d’animo. Un mood!

Non c’è una costruzione a monte?

Se faccio una cosa figurativa sì, ovviamente faccio lo studio della figura, dei materiali che devo usare, ma per l’astratto, recupero quello che mi serve e sperimento. Quando mi piace mi fermo, altrimenti continuo.

Nei tuoi versi, scrivi che un artista quando è in guerra con se stesso e sa che sta perdendo… lì nasce l’opera d’arte.

Io penso che ogni artista sia un po’ tormentato, e quando ha in sé la consapevolezza della sconfitta, è quello il momento in cui raggiunge l’apice della creatività. La tela in quel momento assorbe tutto il mio essere, diventa il mio psicologo.

La pittura come atto terapeutico?

La mia è una esigenza personale e artistica. Se io volessi fare un quadro per venderlo, farei qualcosa di più convenzionale, uno lo guarda – ok, sì che bello! Fine della storia. Quando invece realizzo qualcosa per me stesso, mi piace capire cosa la gente vede in quel quadro, che può essere qualcosa che non ha nulla a che vedere con ciò che io ho voluto esprimere.

Quindi rappresenti le tue emozioni a prescindere. Ciò che vedono gli altri nei tuoi quadri, è un altro tema.

Sì, io esterno le mie emozioni, e mi piace il fatto che quando una persona guarda un mio quadro, guarda una parte di me. E certamente quella persona, attribuirà un significato al quadro diverso da quello che gli ho dato io. Si tratta di sentire, si tratta di vedere con l’anima. Ognuno vede ciò che la sua anima riesce a sentire. È il bello dell’arte, ognuno vede una cosa diversa dall’altra.

Guardare con gli occhi e sentire con l’anima.

Guardare un quadro da prospettive diverse, ti fa vedere la stessa cosa in modi diversi. È un modo di approcciare la vita. Alla fine siamo tutti sulla stessa barca e abbiamo tutti un orizzonte davanti, ciò che cambia è il modo di affrontare il viaggio.  

Grazie Mattia!

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