LE OPERE DELLA “MANIFATTURA CHINI” di BORGO SAN LORENZO (FI) NELLA MARSICA

Forse non molti conoscono le opere presenti nella Marsica prodotte dalla fornace manifatturiera “Chini & C.” di Borgo San Lorenzo nel Mugello fondata nel 1905 da Galileo Chini (1873 – 1956) e suo cugino Chino Chini (1870 – 1957), rimase attiva fino al 1944 realizzando ceramiche e vetrate artistiche in tutta Italia. Appena fondata la manifattura acquistò subito notorietà nel campo delle arti cosiddette “minori” grazie anche alla direzione artistica di Galileo Chini: pittore, decoratore, scenografo e ceramista. Quando fonda l’azienda assieme al cugino, Galileo ha già una vasta esperienza nel campo artistico; lavorando nella manifattura “Arte della Ceramica” partecipa nel 1898 all’Esposizione Internazionale d’Arte di Torino dove ottiene una medaglia d’oro e all’Expò di Londra.

            Sotto la sua direzione le fornaci ottengono importanti incarichi in tutta Italia; nel 1925, dopo aver partecipato all’Expò di Parigi, Galileo abbandonò la ceramica dedicandosi alla pittura, alla scenografia e alle decorazioni murarie, lascia anche la direzione artistica della manifattura al nipote Tito Chini (1898 – 1947) figlio di Chino. Con Tito la produzione acquista un nuovo indirizzo di tipo modernista incentrato soprattutto alla realizzazione di vetrate artistiche.

            A partire dagli anni ’30 collabora con grandi architetti alla realizzazione di importanti strutture come il complesso termale di Castrocaro, il Sacrario di Pasubio, la sede della Cassa di Risparmio di Firenze e tante altre.

            Noi nella Marsica abbiamo la possibilità di vedere opere della manifattura Chini relative alle due diverse fasi cronologiche nonché artistiche che hanno distinto la produzione: quella di ispirazione all’Arte Decò riconducibile alla direzione artistica di Galileo e quella modernista – razionalista di Tito. Alla prima fase appartengono le ceramiche decorative dell’edificio pubblico (ex-asilo) di Paterno, realizzato tra il 1920 – 1923 dal Corpo Reale del Genio Civile.

Si tratta di maioliche in terracotta smaltata di color verde, alternate ad altre a decorazione in rilievo raffigurante una rosa rossa racchiusa entro quattro petali verdi di chiara ispirazione Decò. L’attribuzione alla fornace di San Lorenzo è stata possibile in quanto le maioliche sono state staccate a seguito dei lavori di ristrutturazione del fabbricato nel corso del 2010 e riposizionate in sito dopo il restauro. In quell’occasione è stato possibile rintracciare sul retro delle maioliche il sigillo tipico della fornace: la graticola di San Lorenzo e sotto la scritta CHINI & C. MUGELLO.

Presumibilmente appartengono alla stessa produzione, anche artistica, le maioliche decorative apposte sull’ex edificio scolastico di Albe Fucens: si tratta sempre di maioliche smaltate a motivi floreali di pregevole fattura d’ispirazione anche queste all’Arte Decò. L’edificio è stato realizzato negli stessi anni di quello di Paterno, sempre dal Corpo Reale del Genio Civile, con fondi dipendenti dal terremoto del 1915

Di diversa natura è l’opera che Tito Chini ha lasciato nella Marsica e precisamente ad Aielli Stazione: trattasi delle vetrate artistiche (e non solo) della Chiesa di San Adolfo oggi parrocchia di San Giuseppe.

La chiesa insieme al Sacrario dei Caduti e alla Casa Littoria, furono realizzati tra il 1936 e 1937 ad Aielli Stazione per interessamento del Prefetto del Regno Guido Letta nativo del luogo; l’intento era quello di imprimere con queste strutture un’accelerata alla rinascita socio-culturale di queste popolazioni dopo il disastroso terremoto del 1915.

SACRARIO

Per questo lo stesso Letta aveva promosso la realizzazione lungo la Tiburtina Valeria, in prossimità dell’incrocio per Aielli, un molino industriale (ex pastificio Zaffiri in funzione fino agli inizi degli anni ‘90) della Società Anonima Industria Nazionali Aiellesi (S.A.I.N.A.) e l’albergo ristorante. In programma era anche la costruzione della casa della Madre e del Fanciullo e Asilo Infantile, uno stabile da erigersi sul lato prospiciente il molino all’altro lato della Tiburtina, mai realizzato. Il complesso delle costruzioni realizzate ad Aielli Stazione, sintetizza in maniera mirabile lo stereotipo degli edifici pubblici in architettura razionalista: uno stile monumentali stico, celebrativo dalle linee classiche spoglie di ogni decorazione eccessiva. La chiesa in particolare merita un approfondimento che si rimanda ad altro articolo data la sua importanza nel panorama della produzione artistico – architettonica fra le due guerre mondiali. Le vetrate sono l’attrattiva maggiore della chiesa in quanto lo sfavillio di luci e colori che si rifrangono sui muri volutamente lasciati di colore avorio, colpiscono subito il visitatore. Si tratta di diciotto grandi vetrate laterali e due enormi trifore in corrispondenza dei due bracci del transetto.

VETRATE

            In queste vetrate è sintetizzata tutta l’abilità artigianale e l’estro artistico di Tito Chini e della sua fornace: l’accostamento dei colori e la plasticità delle figure denunciano un suo stile modernista rispetto alle forma dell’Arte Decò proprie della passata produzione.

La descrizione delle vetrate sarebbe troppo lunga, ci riserviamo la trattazione più dettagliata in un prossimo articolo, pertanto aggiungiamo solo che sempre alle manifatture Chini è da attribuire la lunetta in ceramica che sovrasta il portale d’ingresso dove è rappresentata una giovane fascista e un avanguardista nell’atto di offrire a Dio la chiesa. Si tratta dei figli di Guido Letta, Maria Luisa e Adolfo, che sono ritratti anche all’interno della chiesa sulla vetrata a sinistra dell’altare maggiore.

Sempre dalla stessa fornace sono state realizzate: la vetrata a canne d’organo sulla facciata, in corrispondenza della parte centrale del campanile, e la croce vitrea antistante la vetrata stessa.

            Sulla struttura dell’ex Casa Littorio, e precisamente sulla parete principale, è murato un pannello di ceramica riproducente la carta dell’Impero, mentre la scritta “Casa Littorio” in ceramica posta sulla fascia superiore della parete stessa, è stata rimossa dopo la guerra assieme al bassorilievo riproducente la testa del Duce opera dello scultore Alessandro Monteleone di Roma.

            Il 30 dicembre del 1943 un bombardamento alleato distrusse completamente la fornace che nel dopo guerra venne riattivata da Augusto Chini (1904 – 1998) fratello di Tito; nel 1955 entra nell’assetto della ditta come socio il commerciante di ceramiche Franco Pecchioli e la manifattura prende il nome “Pecchioli Ceramiche”, nome con il quale prosegue a tutt’oggi la sua attività.

Scritto a quattro mani con l’architetto Clara Cipriani

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