Le nuove povertà – Francesco Barone tra speranze e fame di uguaglianze

Se potessimo rappresentare con una foto la condizione in cui vive la popolazione del nostro pianeta, l’immagine che ne deriverebbe sarebbe questa: troppo a pochi e poco a troppi. Come è noto, fin dalle origini del pensiero occidentale, la povertà è connessa alla passività, alla mendicità, all’improduttività. Ciò che è davanti agli occhi di tutti è che la povertà aumenta laddove c’è sfrontata ricchezza. Secondo il pensiero comune, la povertà rimanda a una mancanza, contrariamente al benessere che, invece, indica una condizione di abbondanza.

E’ comunque innegabile che il periodo neoliberale, sul piano globale, conosce un evidente incremento di povertà e disuguaglianze. Ciò che resta immutabile, rispetto al passato è che la povertà continua ad essere un fenomeno quasi naturale e tendenzialmente immodificabile. Se da un lato possiamo riconoscere che nel secolo scorso vi sono stati miglioramenti relativamente alla condizione umana, dall’altro bisogna ammettere che tali miglioramenti hanno avuto una distribuzione diseguale.

Questo divario non è riconoscibile solamente tra nord e sud del mondo, ma anche all’interno dei singoli Stati. Siamo sempre più vittime di un tempo velocizzato, non più nostro. La quotidiana corsa irrefrenabile e i ritmi accelerati del cambiamento, stanno rendendo non afferrabili i momenti più significativi e intimi dell’esistenza umana. Lo sviluppo che dovrebbe farci risparmiare tempo e accorciare le distanze sta causando il contrario.

Prof. Francesco Barone

A una povertà evidente “ricca di carenze” si sta aggiungendo un tipo di povertà più nascosta, più timida. Quindi, siamo di fronte a nuove e differenziate forme di povertà, caratterizzate per le loro dimensioni di frammentazione e a volte di invisibilità. Ciò che appare evidente è anche l’aspetto temporale della povertà: si può passare con facilità disarmante da uno stato di tranquillo benessere a uno stato di impoverimento.

Ma chi è il povero? Oggi, il povero è colui che non dispone dei mezzi per vivere una vita dignitosa. E’ perfettamente visibile, ma passa quasi sempre inosservato, come quando gli individui sdraiati e sfiniti da un destino avverso, protetti dai cartoni, diventano statue di vetro e persone inanimate. La povertà dovrebbe essere considerata dai politici come una priorità, come il principale problema da risolvere, soprattutto per l’effettiva tenuta democratica di un Paese.

Oggi, i poveri sono collocati sull’estrema punta di una cima vertiginosa, in una perenne ricerca di equilibrio e di costruzione della propria identità e integrazione del sé. Oggi, i poveri sono quelli che, non avendo spazi e tempi certi, non dispongono di “spazi e tempi per l’anima”. In questa eterna provvisorietà, in cui l’umanità sta rischiando di perdere l’orientamento, la solidarietà rappresenta una possibile soluzione ai numerosi problemi che riguardano milioni di persone.

Ora più che mai è necessario dare voce e spazio a tutte le esperienze positive, basate sulla non violenza, sul rispetto reciproco, sulla difesa dei più deboli e sulla garanzia dei diritti. Il rischio è che tali concetti restino soltanto intenzioni astratte. Per tali ragioni, bisogna nuovamente sottolineare che la redistribuzione equa delle ricchezze e il rispetto dei diritti umani rappresentano i pilastri irrinunciabili per il conseguimento del bene comune. Non è sufficiente però chiamarla solidarietà se ci riferisce solamente a una serie di assiomi che la caratterizzano. L’elemento centrale resta l’educazione che, mediante la pienezza integrale della persona, realizza socialità, libertà, pace, giustizia, co-responsabilità, nel nome di un bene che è concetto assoluto e superiore, e che come tale va ricercato oltre e al di sopra dei propri interessi. La persona diventa così risposta autentica ai bisogni dell’altro, ed è nelle relazioni di prossimità che può identificarsi il vero atto d’unione. Viviamo in  un pianeta situato ai margini dell’universo, ma ne costituiamo in qualche modo il centro intellettuale e spirituale. Per far si che l’uomo non si senta solo in mezzo a tanti è fondamentale che la nostra coscienza collettiva non si sottragga anche alla sua funzione unificatrice. Il nostro futuro dipende da ciascuno di noi, dal nostro impegno e da ciò che sapremo meritarci.

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