L’Attualità di Ignazio Silone

1° Maggio 2020, sono trascorsi 120 anni dalla nascita di Ignazio Silone, ma il suo pensiero è sempre molto attuale. In questa ricorrenza ho voluto riportare una relazione redatta nel 1994 e mai pubblicata, dall’Associazione “Luigi Micalizio” di Tagliacozzo (AQ) della quale è presidente la Prof.ssa Laura Micalizio, in occasione di un convegno organizzato dalla stessa associazione sullo scrittore marsicano tenutosi nella cittadina abruzzese. Al convegno partecipò il Prof. Vittoriano Esposito di Celano (AQ), uno dei custodi del patrimonio della saggistica italiana e grande studioso di Ignazio Silone. Il Prof. Esposito fu Direttore, con Luce D’Eramo e Giuseppe Tamburrano, dei Quaderni Siloniani, organo ufficiale del Centro Studi su Ignazio Silone di Pescina.

Nella relazione si evidenzia la sensibilità di Silone e la sua profonda ribellione verso l’ingiustizia sociale, la miseria e lo sfruttamento delle masse, soprattutto si ricostruisce il percorso politico e culturale dello scrittore della Marsica e dei cafoni, del cristiano senza chiesa, del comunista senza partito.

L’Attualità di Ignazio Silone

E’ noto che la cultura arricchisce la vita dello spirito e ci eleva moralmente in quanto da ciascun poeta, storico, scrittore, recepiamo un messaggio o di fede patriottica o di fede umana ma il messaggio più alto e significativo che da essi tutti ci viene è quello di esserci di conforto e di spronarci ad un retto agire per una miglior convivenza sociale e civile.
Se dunque la cultura si avvicina alla vita, la vita non può svolgersi ignorando la cultura. Infatti essa collabora a corroborare il nostro spirito, a non lasciarci fuorviare dalle tante sirene allettatrici che ci proponessero di transigere con la nostra coscienza, a suggerire una giusta valutazione dei veri valori di cui rifulge la vita.
E’ stato detto che “immenso è il bene che nasce da un savio e virtuoso scrittore “ ma è anche vero che affinché nasca tale bene si devono conoscere i suoi scritti perché chiunque cercherà di uscire dalla palude dell’ignoranza sarà sempre recuperabile alla verità da cui non può essere disgiunta né libertà né umanità.
Comincino, quindi, i giovani abruzzesi, marsicani, comincino le scuole a leggere Silone perché egli insegna ai nostri giovani a dare consistenza e non apparenza al loro agire, perché egli appartiene alla generazione dei nostri nonni che sognavano un futuro migliore non certo per se stessi ma almeno per i figli. “La vostra vita sarà migliore della nostra, dicevano, ma solo voi sarete in grado di perseverare nella lotta onesta e giusta farete il bene delle generazioni future.
Questi figli, però, tradite le aspettative dei padri e persa la loro perseveranza e onestà, operando dissennatamente non solo hanno mandato in malora le grandi pazienze e le grandi sopportazioni dei padri ma consegnano alle generazioni future una società in pieno sfacelo, morale oltre che economico e politico. L’unica salvezza è sperare che i nipoti, traditi dai padri, riallaccino i loro ideali a quelli dei nonni per riprendere, sia pure in ritardo di una generazione, la loro lotta onesta e giusta, più costruttiva e lungimirante. Ecco perché voi nipoti, giovani di oggi, avete l’obbligo di leggere gli scritti di questo figlio d’Abruzzo e meditare sulle verità universali che da essi si recepiscono per trarne nutrimento per attuare società più giuste e più sane: giustizia, libertà e moralità. Esse sono tutela della dignità umana, abolizione di sfruttamento, salvaguardia dei deboli e dei diseredati, arma degli inermi, schermo contro i falsi profeti, contro rivoluzionari, contro disperazioni e catastrofi.
Figlio di una tessitrice e di un piccolo proprietario di terra, già dentro le mura domestiche ricevette una educazione tale da sensibilizzarlo alle sofferenze altrui. Il padre, soprattutto, più volte gli diede prova di grande coerenza, di grande dignità e di disprezzo di qualsiasi forma di servilismo. Episodi che lasciarono un’orma profonda sull’animo del piccolo Silone che crescendo e continuando a vivere tra i cafoni, resi immortali nei suoi racconti, sentì maturare in sé sempre più una profonda ribellione verso l’ingiustizia sociale, la miseria e lo sfruttamento delle masse. A 14 anni rimase orfano in seguito al terremoto della Marsica che “in 30 secondi, egli dice, uccise 30.000 persone”. Appena diciassettenne osò denunciare a persone autorevoli e ad alcuni reverendi sacerdoti “i numerosi brogli, frodi, camorre, truffe, malversazioni di ogni specie ( sono parole sue ) compiute dagli ingegneri statali incaricati della ricostruzione ma si sentì rispondere: “ noi non siamo mica pazzi. Noi intendiamo occuparci unicamente dei fatti nostri e di nient’altro”. Quanto ci riconosciamo in questi personaggi!!! Allora fu lui stesso a denunciare i reati con tre articoli, i primi articoli della sua vita di cui due furono pubblicati sull’Avanti e suscitarono grande scalpore e contenevano vari elementi per una inchiesta ministeriale e per un processo. Ma non accadde nulla. Gli ingegneri non si degnarono neppure di una smentita o di una rettifica e Silone dice: “A quel tempo risale l’origine della convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà un terremoto o in una guerra ma in un dopo-terremoto o in un dopoguerra”.
Lascio a voi le opportune comparazioni e riflessioni. Lo studente Silone, invece fu considerato un ragazzo strambo ed impulsivo. Di ben altro parere era il parroco Don Benedetto di Rocca dei Marsi che parlando del protagonista di Vino e Pane, Pietro Spina, che altro non è che lo stesso Silone, così dice: ”sì, è vero, era il mio allievo preferito… Egli amava molto, e forse troppo, gli amici. Non c’era nessuna considerazione di opportunità che potesse farlo tacere” e leggendo l’ultimo suo tema svolto in classe, aggiunse: ”da pochi anni era rimasto orfano e le disgrazie della sua famiglia avevano rafforzato la sua tendenza alla meditazione”. Nel tema tra le tante altre cose scriveva: ” non vorrei vivere secondo le circostanze, l’ambiente e le convenzioni materiali, ma, senza curarmi delle conseguenze, vorrei vivere e lottare per quello che a me apparirà giusto e vero”.
La verità è quel “qualche cosa” di essenziale, di personale che Don Benedetto stenta a ritrovare negli altri suoi ex alunni, era rimasto integro nell’animo di Pietro Spina ovvero Silone.
L’insegnamento di Don Benedetto, un prete coraggioso, antifascista, tenuto in sospetto dell’autorità politica ed ecclesiastica, in Silone non si era scalfito minimamente. E per questa sua fierezza e umana sensibilità, non idoneo “alla capitolazione” e alla “mortificazione dell’anima” Silone non poteva sperare in un impiego di Stato. Si trasferì quindi in città ove nemico di ogni totalitarismo e di ogni oppressione, si oppose al fascismo fin dalle origini per aderire dapprima al partito socialista e diventare poi membro della direzione del P.C.I. e suo rappresentante in varie conferenze internazionali. Egli stesso dice: “ fu una specie di fuga, di uscita di sicurezza da una solitudine insopportabile, un “terra! terra!”, la scoperta di un nuovo continente”. Ma una simile scelta lo costrinse a cambiare nome, a condurre una vita da perseguitato e da clandestino “ perché dichiararsi socialista o comunista equivaleva a gettarsi allo sbaraglio”, rompere con i propri parenti e amici. Non dimentichiamo che fino a pochi attimi prima di morire lo afflisse il dolore di aver provocato la morte del fratello Romolo, condannato a 12 anni di carcere perché accusato di essere comunista e quindi antifascista e morto a 28 anni per le torture subite. Silone poco prima di morire dirà alla moglie Darina “fu causa mia che morì innocente, colpevole solo di essere mio fratello”. Eppure quanti sacrifici aveva fatto in Svizzera per cercare di farlo espatriare prima e di alleviargli poi le pene del carcere! Entrato a far parte del P.C.I. Silone era convinto di aver trovato la sua verità, un partito che avrebbe appagato le sue aspirazioni di uomo e di cittadino, credeva che questa fosse la via giusta per realizzare “società libere e sane”. “Il nostro comunismo, sono parole sue, era in quell’epoca essenzialmente anelito di libertà”. Gradatamente però si accorse non solo della difficoltà di sincronizzare il socialismo europeo col comunismo russo ma che questo si avviava sempre più verso un processo di “fascistizzazione” per quanto riguarda il modo politico di considerare gli uomini e lo Stato. Ben presto “la storia
dell’Internazionale Comunista divenne, egli dice, una storia di intrighi e prepotenze del gruppo dirigente russo contro ogni espressione indipendente degli altri Partiti affiliati” ma anche in seno allo stesso Partito russo non si poteva in alcun modo ”discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie”. Chi dissentiva era dovere considerarlo “un traditore e un venduto”. In base al comportamento di cari amici Silone dice che se ne dovesse scrivere una biografia svolgerebbe questo tema “Come si possa, militando nel movimento comunista, diventare fascista”. Per i comunisti occidentali diventava sempre più difficile comunicare con un comunista russo, particolarmente per Silone che a proposito della crescente degenerazione tirannica e burocratica dell’Internazionale comunista, parla di “repulsione disgusto”. Egli non riusciva a capire come mai ci si poteva dimenticare dei motivi per cui si era scesi in lotta, soffocando la libertà che per lui “è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire di no ad una qualsiasi autorità letteraria, artistica, filosofica, religiosa, sociale e anche politica”.
Per Silone furono anni di grandi delusioni e di “cupo scoraggiamento”. Aveva ancora qualche perplessità perché “inorridivo alla sola idea di compiere un atto, forse necessario, forse inevitabile che avrebbe costretto persone, alle quali volevo bene, a ingiuriarmi, calunniarmi, e forse attaccarmi; e me, a rispondere per le rime”. Se fosse stato possibile sparire in silenzio “Di quanti Silone avremmo bisogno oggi! Ma quando si accorse che “la rivoluzione, egli dice, che aveva annientato i suoi nemici cominciò a divorare i suoi figli prediletti (vi ricordo che era il momento in cui il Partito appoggiava Stalin a danno di Trotzky) cominciò a chiedersi se valeva veramente la pena continuare a combattere per un partito in cui non ravvisava più i suoi ideali. Fu così che nel 1931 ruppe definitivamente con il partito e quindi fu “espulso”. Gli anni che seguirono non furono per Silone anni facili. L’uscita dal partito comunista fu per lui “il lutto della sua gioventù, egli dice, ed io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove”. Ma era una scelta morale che gli faceva ritrovare un giusto rapporto con gli altri, ecco perché non si lasciò sfuggire quella “nuova, provvidenziale occasione, quell’uscita di sicurezza”. “Oggi egli dice, se la libertà mi è cara è perché so quello che ho sofferto per recuperarla”. Grazie a Dio era uscito dal tunnel del totalitarismo sia esso fascista sia esso comunista, gridando forse le stesse parole di Goethe morente con le quali Togliatti concluse il suo discorso davanti al sesto congresso dell’Internazionale: “luce, più luce”. Divenne quindi “socialista senza partito e cristiano senza Chiesa” nel senso che il socialismo non fu più legato ad una determinata teoria ma ad una fede e divenne sinonimo di fraternità, umanità, di giustizia sociale, di libertà e il Cristianesimo fu inteso come ritorno alle origini, attuazione delle norme evangeliche. Silone parla di “una riscoperta” dell’eredità cristiana. Si attua quindi il binomio: socialismo-Vangelo, uomo-Dio. Ecco quindi il coraggio e la dignità di Berardo Viola, la coscienza civile e l’umanità del ricercato Pietro Spina, la semplicità e la moralità di Luca, la fierezza di Suor Severina, la purezza di Celestino V. Accadeva quindi che quest’uomo che andava alla ricerca della verità che è Dio non si era accorto che da sempre lo aveva dentro di sé, da quando ascoltava le vecchie storie di santi “seduto sulla soglia di casa o vicino al camino nelle lunghe notti di veglia o accanto al telaio seguendo il ritmo del pedale”.
Personalmente non vedo alcuna differenza tra la “Parola” del Vangelo e molte bellissime pagine del mondo Siloniano.
”Donde viene ad alcuni quell’insofferenza dell’ingiustizia, anche se colpisce altri? E quell’improvviso rimorso d’assidersi ad una tavola imbandita, mentre i vicini di casa non hanno di che sfamarsi? E quella fierezza che rende le persecuzioni preferibili al disprezzo? Non è forse questo Vangelo? Come spiegare quella comunanza, quasi un legame di sangue che lega Pietro Spina all’Infante, un povero sordomuto di Pietrasecca al quale egli è fiero di aver pazientemente insegnato a dire: “che due persone le quali mangiano lo stesso pane, diventano cum – pane, compagni e da cum – pane viene cum – pania, compagnia”. Non è forse questo Vangelo? ”Non sono voce di Dio” i colpi di cannone gli scoppi di bombe… ma se un pover’uomo solo, in un villaggio ostile, si alza di notte e scrive sui muri del villaggio, con un pezzo di carbone o di vernice, abbasso la guerra, dietro quell’uomo inerme c’è indubbiamente la presenza di Dio. In queste parole di Don Benedetto non ravvisiamo un insegnamento evangelico? E le bellissime parole che Suor Severina dice a Don Fulgenzio non sono le stesse del nostro Gesù Cristo? “Io non amo i poveri per pietà, credo invece di amare i poveri, oltre che per un inesplicabile sentimento di appartenenza a loro, di fraternità con loro, principalmente perché presso di loro si è rifugiata l’umana verità”. Non era necessario per il nostro Silone aderire a questo o a quel partito per trovare la verità, egli fin da piccolo infatti nascondeva nel suo cuore quella “ricchezza autentica”, quella “miracolosa riserva” tipica dei nostri antenati nei quali “mai si è spenta, dice Silone, l’antica speranza del Regno di Dio, l’antica attesa della carità che sostituisce la legge, l’antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini. “Gli stessi che tradiscono il Vangelo non possono distruggerlo. Lo possono nascondere, ne possono dare interpretazioni di comodo ma non distruggerlo. Per cui ogni tanto qualcuno lo scoprirà ed accetterà con animo sereno di andare allo sbaraglio”. Queste parole dice Celestino V nel libro “l’avventura di un povero cristiano” in tempi più recenti il Papa Giovanni XXIII “qualora le leggi siano in contrasto con l’ordine morale e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza di obbligare la coscienza perché bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini; in tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso”. Questa è la luce sopita che gli si rivelò gradatamente ripercorrendo, attraverso i suoi scritti, il Calvario disseminato di croci della sua vita.
Leggevo che San Bernardo dice che esistono 5 tipi di studiosi: quelli che studiano per desiderio di sapere e questa è curiosità di spirito; quelli che vogliono conoscere per essere a loro volta conosciuti e questa è vanità; quelli che studiano per arricchirsi e questo è turpe mercato; quelli che studiano per edificarsi e questa è prudenza; infine ci sono quelli che studiano per edificare e questa è carità. Silone “da savio e virtuoso scrittore” ha contribuito ad edificare un uomo migliore facendoci capire che il potere deve essere dentro ciascuno di noi ed è il potere dei valori che “ognuno si deve costruire per proprio conto perché i beni morali non si capitalizzano e non sono trasmissibili come gli oggetti materiali”. “Mi pare di aver espresso a varie riprese, con sincerità, ha lasciato scritto nel suo testamento, tutto quello che sento di dovere a Cristo e al suo insegnamento ………… anche standone esteriormente lontano”. Il “ritorno al Cristianesimo come ideologia non è stato possibile. Il Cristianesimo per Silone “non è un modo di dire ma un modo di vivere”. Ma ha voluto fortemente il ritorno alla sua contrada lasciando scritto “mi piacerebbe di essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza”. Non è riuscito Silone ad immaginare un mondo diverso dove concludere la sua “avventura di un povero cristiano” e in quella tomba si è portato “il suo paese dell’anima”.
O giovani amatelo questo grande figlio d’Abruzzo che ci ha lasciato di sé il ritratto di un uomo di grande coerenza con le proprie idee e con la propria coscienza, sprezzante di ogni forma di servilismo e nemico di tutte quelle forze che insidiano il rispetto della dignità umana. Da collegiale concludeva le sue preghiere col richiedere una sola grazia “mio Dio aiutami a vivere senza tradire”. Andate a pregare su quella tomba affinchè vi sia uno sprone a riflettere sulla “irrimediabile solitudine e precarietà dell’esistenza individuale” e vi dia la forza di essere forti, previdenti, di allontanare da voi ogni compromesso, di farvi capire il valore della solidarietà, di essere cittadini e non gregge. Riallacciate questo legame di generazioni. L’ultimo suo messaggio egli lo affida a Suor Severina morente: “spero, spero. Mi resta la speranza”. Dio sa quanto ne abbiamo bisogno oggi. Qual è questa speranza: : siete voi, o giovani, che, migliori di noi, libererete la vostra anima “dall’idea di rassegnazione alla malvagità esistente e debellerete il male che impedisce a milioni di uomini di umanizzarsi”.
Il mondo di Silone, o giovani, non è scomparso o minaccia di rinverdirsi. Che fare? Dicono i fontamaresi. Che fare? Bisogna ripeterlo in questo articolo “Ci han tolto l’acqua, che fare? Il prete si rifiuta di seppellire i nostri morti , che fare? In nome della legge violano le nostre donne, che fare? Don Circostanza è una carogna, che fare”?
Risponde Pietro Spina “dobbiamo restare insieme, non lasciarci spartire”. Gli uomini attorno al tavolo mangiavano e bevevano.
Il pane è fatto da molti chicchi di grano. Perciò esso significa unità. Il vino è fatto da molti acini d’uva e anch’esso significa unità. Unità di cose, simili, uguali, utili. Quindi anche la verità e fraternità sono cose che stanno bene insieme. Il pane e il vino della comunione. Il pane e l’uva calpestati. Il corpo e il sangue. Per fare il pane ci vogliono 9 mesi, da novembre a luglio. Per maturare l’uva ci vogliono 9 mesi da marzo a

novembre. Lo stesso tempo ci vuole per fare l’uomo. Il corpo e il sangue di Cristo. La verità e la fraternità tra gli uomini. Questa è la vera attualità di Silone.

Laura Micalizio
presidente dell’Associazione Culturale “Luigi Micalizio”

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Katia Agata Spera
Agata Spera, alias Katia Agata Spera, nasce a Castelvecchio Subequo il 27 febbraio 1963, vive ad Avezzano (AQ). È laureata in Scienze Biologiche, è ricercatrice in biotecnologie, nel ruolo tecnico, presso l’Università degli Studi di L’Aquila. È coautrice di molteplici pubblicazioni scientifiche in ambito biotecnologico su riviste internazionali https://www.scopus.com/authid/detail.uri?authorId=6603105801 La scienza, l’arte e la letteratura sono i suoi interessi. È autrice di romanzi e poesie.