L’Aquila, 10 anni dopo: broker, puntellamenti e processi dimenticati

SPECIALE L’AQUILA 2009 – 2019

anche su MAFIE, blogautore di Repubblica.it a cura di Attilio Bolzoni

di Mattia Fonzi

Sono da poco terminate le festività natalizie, quando una notizia sconvolge L’Aquila: otto tra politici, funzionari pubblici e imprenditori della ricostruzione post-sisma vengono iscritti nel registro degli indagati, quattro di loro vanno agli arresti domiciliari. C’è ex consigliere comunale, un ex assessore e persino il vice sindaco, che si dimette due giorni dopo. È l’8 gennaio 2014 e scoppia una bufera politica: L’Aquila torna sui tg nazionali, il sindaco Massimo Cialente rimette il suo mandato, tuttavia ritirando le dimissioni qualche giorno dopo.

L’accusa per tutti è aver messo su un sistema corruttivo nell’assegnazione degli incarichi per l’installazione delle opere messa in sicurezza nel fragile centro storico cittadino. I cosiddetti puntellamenti, quelle strutture in ferro o legno montate ovunque nell’estate 2009, con l’obiettivo di reggere le strutture di centinaia di edifici pericolanti, in attesa della ricostruzione vera e propria. L’inchiesta viene significativamente chiamata Do ut des, dare per avere.

Passa un anno e mezzo e a Do ut des segue uno sviluppo parallelo, con l’inchiesta Redde Rationem. All’alba del 27 luglio 2015 scattano arresti domiciliari e avvisi di garanzia per l’ex consigliere comunale Pierluigi Tancredi, già coinvolto nel primo filone d’indagine, e per altre 15 persone, principalmente imprenditori edili e funzionari della pubblica amministrazione. Le accuse vanno dalla corruzione all’appropriazione indebita, alla truffa, ai subappalti irregolari e all’estorsione. Come dopo Do ut des, la città si risveglia indignata ma non del tutto sorpresa, perché sulle dinamiche ambigue dei puntellamenti in fondo tutti hanno sempre saputo, o quantomeno sospettato.

Poche settimane dopo il terremoto del 6 aprile 2009, per le opere di messa in sicurezza si è proceduto, in regime di piena emergenza, alla formula della chiamata diretta, dettata dalla dichiarata “urgenza di salvare” quello che era rimasto degli edifici maggiormente danneggiati. Gli appalti non venivano cioè assegnati tramite gara, ma su chiamata nominale di un centinaio di ditte presenti in una white list stilata dalle associazioni di imprese locali (Ance, Api, Confartigianato) e vagliata dal Prefetto per il controllo moralità e antimafia. La scelta e la distribuzione dei lavori veniva poi compiuta dall’Assessorato alle opere pubbliche dell’Aquila, allora presieduto da Ermanno Lisi.

Quello dei puntellamenti nel centro storico, come anche nelle frazioni e nei comuni del cratere, rappresenta da subito un argomento controverso e per molti versi oscuro della storia recente della città e dell’intero Paese. L’urgenza di mettere in sicurezza centinaia di edifici porta a procedure iper-semplificate volte a una celere individuazione delle imprese che si sarebbero occupate di montare i puntellamenti. Una gigantesca chiamata diretta da più di 200 milioni di euro, soldi pubblici peraltro pagati a consuntivo (cioé una volta valutato il danno ed installato effettivamente il puntellamento) e non in base ai preventivi. Aspetto tutt’altro che irrilevante, perché era probabile che l’ammontare dei lavori di puntellamento potesse essere minore (o maggiore) al preventivo ipotizzato dalla azienda realizzatrice, a causa dello stato imprevedibile in cui si trovata l’edificio danneggiato. Forse anche per questo all’Aquila sono ancora oggi presenti, in taluni casi, gabbie di puntellamento davvero imponente, che lasciano maliziosamente pensare a lavori “sovradimensionati”, col fine di aumentare i profitti. Un fiume di soldi pubblici – stimato in 200 milioni, ma mai verificato con precisione – assegnati senza appalti, nello stesso periodo in cui gli aquilani vivevano dentro le tendopoli o da sfollati sulla costa adriatica.

Non aver mai concepito una legge ad hoc per la grande questione aquilana ha portato anche a questo: fiumi di denaro pubblico – per la ricostruzione privata è nell’ordine di qualche miliardo di euro – gestiti senza gare d’appalto, in base alle “semplici” regole del diritto privatistico. Una scelta politica, prima ancora che tecnica. La forte contraddizione tra natura pubblica dei finanziamenti e regime sostanzialmente privatistico tra soggetti che agiscono su quegli stessi finanziamenti è stato infatti uno dei problemi principali nelle ambiguità sulla ricostruzione post-sisma dell’Aquila, che si parli dell’assegnazione in regime d’emergenza di opere di puntellamento o di ricostruzione di edifici di proprietà privata.

Tutto questo ha portato alla nascita di uno dei “nuovi lavori” che la ricostruzione post-terremoto ha imposto alla città e ai piccoli comuni del cratere sismico: la figura del broker, chiamato da qualcuno intermediario. In altre parole, il procacciatore di affari dell’impresa edile che vuole installare i suoi puntellamenti o ricostruire le case degli aquilani. L’intermediario si fa garante e mediatore tra le stazioni appaltanti – il Comune dell’Aquila nel caso dei puntellamenti e i condomini o consorzi privati nel caso degli edifici privati – e le imprese che gli affidano il lavoro di brokeraggio. Un ruolo difficile da inquadrare dal punto di vista delle responsabilità giuridiche, proprio perché è mancata negli anni una legge che le regolasse: spesso, infatti, gli intermediari si presentano come responsabili commerciali delle imprese e fatturano regolarmente le loro “consulenze”.

Gli intermediari sono giovani brillanti, ma anche anziani esperti, gente vicina ai partiti o personaggi nuovi ed emergenti. Ex consiglieri comunali o regionali, politici che hanno in molti casi hanno persino preferito dimettersi dal proprio ruolo istituzionale, tanto rendeva il nuovo impiego.

Una dinamica esplicitata ancora di più nel corso degli interrogatori di Do ut des. Mario Di Gregorio, funzionario del Comune dell’Aquila indagato e poi prosciolto in sede di indagini preliminari, racconta infatti che “la maggior parte delle ditte” si presentava nel suo ufficio, nel periodo in cui era dirigente con la delega al conferimento degli incarichi, accompagnate da “qualche consigliere o assessore, o preceduta da qualche telefonata”. “C’era una lunga fila fin dalle 8 di mattina – racconta ai pm aquilani – insieme a queste persone poi c’erano pure i consiglieri, assessori che facevano questa altra attività, quindi era proprio una cosa alla luce del giorno nel senso che centinaia di persone vedevano queste cose”.

Nel silenzio bipartisan della politica locale e nazionale. Fino a quando gli arresti, per fatti che erano già giunti abbondantemente a conclusione, arrivano a scuotere il capoluogo d’Abruzzo.

La questione delle intermediazioni nella ricostruzione è così evidente che anche l’ex Procuratore nazionale antimafia, pochi giorni dopo il terremoto che nel 2016 sconvolse l’Appennino centrale, si spinge a dire che “i rischi riguardano soprattutto gli affidamenti in regime emergenziale, come la rimozione delle macerie, i puntellamenti, il movimenti terra e l’attività di intermediazione per il reclutamento della manodopera”.

E oggi, a che punto siamo? Per Do ut des il rinvio a giudizio arriva nel marzo 2016, più di due anni dopo gli arresti. Il processo va avanti molto stancamente e subisce forti rallentamenti, anche a causa di avvicendamenti nel collegio. E’ attualmente in fase dibattimentale, con la prossima udienza fissata al 18 giugno e un calo vertiginoso dell’attenzione mediatica, a causa soprattutto della già sopraggiunta prescrizione per i reati di cui si accusano la stragrande maggioranza degli indagati.

Non troppo dissimile è la dinamica del processo per l’inchiesta Redde Rationem: l’11 maggio 2017 sono stati rinviati a giudizio nove indagati sui sedici per cui aveva chiesto il processo il pubblico ministero, e anche in questo caso ci troviamo nella fase dibattimentale, con accuse per reati in via di pprescrizioneprescrizione rischiano fortemente di cadere nella nebulosa della prescrizione.

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