La necessità della disobbedienza nel libro di Frédéric Gros

Disobbedire è una virtù, diceva Don Milani, ecco allora un libro, quanto mai necessario, in questi tempi di conformismo che sembrano aver relegato l’individuo a spettatore passivo e accondiscendente del potere

Avezzano – Nel sottotitolo dell’ultimo libro del filosofo e romanziere francese Frédéric Gros, DISOBBEDIRE, tradotto in lingua italiana da Maria Lorenza Chiesara, edito da Einaudi, si legge che disobbedire al mondo che va a rotoli, è un’urgenza bruciante, un’affermazione di umanità.

E già questo offre un’idea chiarissima di dove l’autore intenda andare a parare. Non meno indicativa è la D, al centro della copertina, messa al contrario.

Il saggio inizia con la provocazione di Howard Zinn, storico statunitense, venuto a mancare nel 2010 e diventato celebre per la sua – Storia del popolo americano dal 1492 a oggi – dove narra delle vicende del Nord America dal punto di vista degli ultimi, degli sconfitti, dei nativi americani, degli schiavi di colore, delle donne, e di tutti coloro che non hanno mai avuto voce, nei racconti ufficiali della storia degli Stati Uniti.

Gros sceglie la provocazione di Zinn, in cui lo storico dice che il problema non è la disobbedienza ma è l’obbedienza, estendendo ulteriormente il concetto con un’altra frase di Wilhelm Reich, uno psichiatra austriaco, vissuto nella prima metà del ‘900, il quale diceva che il vero problema non è sapere perché la gente si ribella, ma perché non lo fa.

Da questi assunti Gros inizia un articolato percorso attraverso cui cerca di indagare le radici dell’obbedienza politica. Passa in rassegna le ragioni del conformismo sociale e dell’accettazione dell’autorità come forma di auto-imposizione che deriva da una sorta di adeguamento acritico alle convenzioni precostituite.

Nella sua indagine minuziosa analizza i vari stili di obbedienza scomponendo il panorama complessivo della società odierna in diversi piani di rappresentazione, che ne restituiscono un quadro per certi versi molto preoccupante.

Soprattutto quando la sua analisi va a toccare il concetto della responsabilità personale che sembrerebbe evaporare dallo spettro delle prerogative dell’individuo a causa della pedissequa quanto ossequiosa pratica dell’obbedienza.

L’obbedienza diventa quindi una rassicurante oasi di tranquillità, almeno all’apparenza, che affranca l’individuo, in quanto essere pensante, dalla responsabilità di essere uomo all’altezza del proprio compito. Un libro che merita di essere letto e riletto, per gli innumerevoli spunti di riflessione che offre, le cui parole non mancheranno certo di lasciare una traccia, un lieve segno, nelle convinzioni di chi vorrà approcciare questo genere di lettura. 

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