La crisi mimetica del terremoto ed il concetto di ‘paesaggio sismico’

Giuseppe Pantaleo sull’abbrivio delle ‘Tracce ondulanti di terremoto’ di Fabrizio Galadini

Fabrizio Galadini - Sperone di Gioia dei Marsi (2016)

Di grande interesse, e di notevole complessità – e non solo in ragione dell’impressionante sforzo/sfarzo di erudizione che ne costituisce il nucleo fondante – è l’ultima opera di Fabrizio Galadini, Tracce ondulanti di terremoto, edita, in questo 2020, per tipi della benemerita casa editrice Kirke (Cerchio-Avezzano).

Le quasi cinquecento pagine partorite da Galadini – noto dirigente di ricerca dell’INGV – segnano una pietra miliare nella teorizzazione del concetto di ‘paesaggio sismico’, operazione che richiama alla mente quella, poderosa, di definizione di ‘paesaggio agrario’ alla quale procedette molti anni or sono Emilio Sereni. (Non sembri esagerato o provinciale o irriverente il paragone). Al centro dell’analisi galadiniana è la letteratura (Rappresentazioni letterarie dei territori sismici d’Italia, dettaglia opportunamente il titolo), in massima parte autoctona (e con frazione di scrittori minori e dimenticati) e riferita alle plaghe del nostro Paese, in particolare, per ovvie ragioni geomorfologiche, centro-meridionali.

L’opera è la manifestazione di un fenomeno continuo – in fieri – di transito di elaborazione di Fabrizio Galadini, tra i massimi esperti mondiali (pensiamo di non errare nel ritenere ciò, in forza degli indici bibliografici ad egli ascrivibili) di terremoto, nel tempo diffusosi da un concetto eminentemente fisico e tecnico degli scuotimenti della terra ai connessi aspetti storici (spazianti dai repertori notarili all’archeologia di sito) sino a ricomprendere quelli eminentemente socio-etno-antropologici ad essi inestricabilmente connessi. Ci torneremo, se saremo in grado di, con la calma e la riflessione necessari.

Come avvenuto in passato per altri scritti, la lettura di Galadini ha spinto Giuseppe Pantaleo a vergare delle impressioni suscitate dalla lettura, che presto si sono trasformate in un testo che è insieme recensione ed altro. Del testo di Pantaleo (Emersione di un paesaggio, Aleph editrice, 2020) pubblichiamo qui di seguito un breve estratto utile a fornire un’idea del suo tenore, e dello strutturato pensiero che ne sottende, come d’uso, l’architettura e la visione.

Invitiamo caldamente gli interessati alla somministrazione del testo di Galadini e di quello di Pantaleo, antidoti entrambi – pensiamo – a tanta produzione mortificante che svilisce, quando non offende, l’ambito del Passato e quindi il contesto del presente nel nostro Paese, in particolare, per ovvie ragioni geomorfologiche, nelle plaghe centro-meridionali di cui sopra.

(SITe.it / Il Martello del Fucino)

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[estratto da: G. Pantaleo, Emersione di un paesaggio, Aleph editrice, 2020, pp. 17-19)]

Il capitolo precedente (Baracche e costruzioni emergenziali) ci ammaestra sui possibili esiti di una ricostruzione; è semplice trovare i legami di continuità tra le due fasi. Si tratta, in ogni modo, di elementi di minore grandezza, rispetto a una griglia o uno stesso insediamento. È anche questo un repertorio che resta fuori dalla cultura e dal dibattito pubblico quotidiano trattandosi di situazioni temporanee per costituzione; tutto ciò nonostante l’esperienza racconti che: «I vari tipi di fabbricati, sia quelli dell’inizio del XX secolo che quelli odierni, pur essendo caratterizzati dalla provvisorietà, hanno avuto e stanno avendo un utilizzo per ambiti temporali non trascurabili. […] In effetti gli edifici delle emergenze di un secolo fa sono stati utilizzati per decenni.» In tempi recenti, la crescita della superficie urbana legata alle new town nel post-sisma all’Aquila (2009) ha portato alla «improvvisa perdita di quella sintassi urbanistica che era frutto lentamente maturato nei secoli». È un modello che – purtroppo – si ripeterà in futuro, in casi analoghi. Penso che non si tratti solo di disposizione di un determinato frasario quanto proprio della mancanza di sintagmi, di parole. È una questione di elementi in meno che si utilizzano in architettura, sia nell’immediato sia in futuro: si può ancora intervenire, in qualche maniera, su un teatro di tre-quattrocento anni o anche una baracca post-terremoto del secolo scorso fa mentre si va in crisi – com’è successo proprio in quelle parti – per qualche nuovissimo balcone di prefabbricato ribaltato o per l’umidità affiorante in un alloggio nel periodo invernale. Come si è detto, di fronte a un MAP o un SAE, mi torna in mente questa frase: «Come la sabbia scorre tra le dita, così fonde lo spazio.» (G. Perec, Espèces d’espaces, 1974). Non si assisterà a un fenomeno del genere in simili situazioni (provvisoria, definitiva): aggiungere una piccola tettoia per riparare i vasi di fiori dalla pioggia, realizzare un trascurabile ampliamento per un deposito, allargare una bucatura per inserire una porta-finestra – non è solo una mancanza di venustas. (Vi sono disparati modi per appropriarsi di una costruzione privata o di uno spazio pubblico da parte di chi ci vive). Una volta concluso il presunto ciclo di vita del manufatto, esso si butterà giù con scarsi rimpianti. Le persone conservano memoria della situazione per così dire temporanea solo per i disagi legati alla promiscuità, alla distanza con i servizi, alle temperature (troppo alte, troppo basse). Ciò che, in realtà, manca in simili interventi e che poi è trasmesso quasi per intero all’insediamento definitivo, è proprio la ricchezza del repertorio architettonico europeo, le situazioni che esso genera, le sensazioni provocate dallo spettacolo della città a chi si trova immerso in un agglomerato con qualche secolo di vita alle spalle. Anche in questo caso, è paradossale la lezione impartita – soprattutto agli italiani, usi a vantarsi delle loro bellezze architettoniche – da un illustratore e giornalista britannico attraverso esempi (fotografie, disegni) presi da città grandi e piccolissime, anche sconosciute delle sue parti (G. Cullen, The Concise Townscape, 1971 [1961]). Più che d’incompiutezza (Ricostruzioni definitive) già davanti ad alloggi in teoria temporanei – che purtroppo ispireranno anche la sistemazione finale –, io parlerei di città-bambina che sarà molto lenta nella sua crescita e avrà dei problemi per emanciparsi a causa delle ali tarpate; per divenire una città come tutte: diversa da ogni altra. Porto un esempio di come il centro ricostruito conservi, purtroppo, un altro tratto del villaggio provvisorio. Un terremoto investe una grande o una media città dell’Appennino con una cospicua storia alle sue spalle; crolla o è inutilizzabile un edificio di tre o quattro piani: il primo è adibito a negozio, il secondo a uffici, il terzo e l’eventuale quarto, è abitato. (Tre funzioni diverse – si tratta, in realtà, di un modo di fabbricare derivante dal Medioevo). Una simile tipologia architettonica è irriproducibile in una tendopoli ma non si è mai tentato di avvicinarcisi nell’agglomerato di baracche o nell’intervento finale. (A proposito: entrando in ballo anche le funzioni, è solo una questione architettonica o c’entra anche l’urbanistica?). Un simile discorso è da estendere alle tendopoli – per sé effimere –, che non lasciano traccia della loro presenza in un particolare periodo; dopo l’uscita di questo volume, anche un osservatore o chi scribacchierà delle memorie – tanto per impegnare il proprio tempo libero –, dovrà prestare maggiore attenzione a ciò che batterà sulla tastiera del suo computer.

Procedendo ancora a ritroso (Persistenza delle tracce del danno, rovine, ruderi sismici) si attraversa un’altra vasta area di non-detto: la realtà è più complicata di com’è generalmente rappresentata e il volume ne fornisce un’abbondante casistica. Un noto antropologo scrive nella conclusione di un suo breve saggio: «Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. […] La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo» (M. Augé, Le temps en ruines, 2003). Egli ci ricorda come siamo divenuti, almeno noi europei, negli ultimi decenni; si riferiva soprattutto alle devastazioni dovute alle guerre registrate alla fine del Novecento più che alle calamità naturali di cui si è avuta conoscenza nello stesso periodo. In fondo: ci si ferma per fotografare qualche anonimo metro di muro costruito in epoca romana, sparso per la campagna mentre non si degna nemmeno di uno sguardo un edificio bombardato o un borgo disabitato a seguito di un terremoto. Ciò si deve anche alla mediocre progettazione architettonica espressa nel secolo scorso – anche contemporanea – e ai materiali utilizzati: mattoni forati, pannelli di cartongesso e di plastica, tetti ondulati di eternit che ci appaiono come «deprimenti residui». (Ho avuto anch’io, talvolta, l’impressione della «somiglianza dei luoghi abbandonati in epoca contemporanea a quelli che si caratterizzano per la presenza di resti archeologici»). Noi peninsulari, d’altra parte, viviamo da decenni circondati da riproduzioni della serie Magnificenza di Roma: le vedute di G. B. Piranesi (1720-78). Siamo mossi da altre sensazioni quando c’è di mezzo la pietra – lavorata o no –, fosse anche quella delle pareti di una stalla. Nel libro s’incontrano diverse espressioni riferibili ad avanzi di manufatti umani («ambiti ruderali», «dimensione ruderale», «residuo edificato», «resti di un abitato», «stato ruderale», eccetera) che con la loro presenza rendono rovina e maceria una polarità: c’è davvero un mondo in mezzo a entrambe, soprattutto nell’Italia meridionale in cui i terremoti sono frequenti e talvolta ripetuti. Ebbene, un filosofo italiano confrontando le rovine di Paestum (SA) e la solita sabbia, i banali sassi incrociati lungo una spiaggia vicina, scrive: «c’è un modo per rendere antiche anche le pietre extra-storiche o astoriche, ed è quello di farne l’oggetto di indagini geologiche e, per l’appunto, icnologiche che le leggano, le decifrino, ossia le riconoscano come iscrizioni; a questo punto, anche quelle pietre riceveranno un’età e una storia» (M. Ferraris, Documentalità, 2009). Iscrizione: è importante anche aver scoperto o rilevato, controllato, catalogato e messo in circolazione un lungo elenco comprendente villaggi abbandonati, paesi completamente o in parte distrutti da uno o più terremoti, centri riabitati; agglomerati che conservano tutti le tracce degli eventi catastrofici, in qualche maniera. Di là del fatto che ciò che noi contemporanei allontaniamo dai nostri pensieri (oggetti, fenomeni, eccetera) potrebbe, invece, attrarre i posteri. Non è un caso che l’insediamento originario di Noto (SR), colpito dal sisma del 1729, «oggi costituisce un’interessante area archeologica».

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