Il poligrafo di Daniele Vicari – L’entropia degli Appennini nel primo romanzo del noto regista

Con «Emanuele nella battaglia» (Einaudi, 2019, pp. 366) Daniele Vicari narra e tratta di quel sabba di violenza che nella notte tra il 24 ed il 25 marzo 2017 si è portato via un ragazzo di venti anni, in una piazza di Alatri, suscitando una commossa eco nell’opinione pubblica nazionale. Questo libro costituisce anche un autentico diario sullo stato dell’arte, sugli Appennini, seconda decade del XXI secolo.

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L’omicidio di Emanuele – sarebbe forse il caso di utilizzare, alla luce della ricostruzione dei fatti, in attesa della loro consacrazione in una verità giudiziaria definitiva, termini quali: linciaggio, massacro – diviene, nell’analisi di Vicari, il racconto di un’epifania ove grande spazio ha il contesto, una serie di campi e controcampi ripresi con l’occhio del cineasta, assai utili per riflettere sull’ambiente nel quale questo grave crimine è maturato e avvenuto.

Copertina libro

Ha un indubbio appeal narrativo l’espediente che ha consentito all’Autore di connettersi al caso, e che è stato dallo stesso Vicari così riepilogato in una sua recente intervista:

«Sono stato personalmente coinvolto perché lo conoscevo [Emanuele]. Suo padre è un abituale cliente del bar, l’unico pubblico del paese, che mia madre gestisce a Collegiove, piccolo centro in provincia di Rieti» (la Repubblica, 4 novembre 2019, cronaca di Roma)

e che consente all’Autore di unire, in un’unica marca di frontiera, un universo montano, quello di Emanuele Morganti, ed il suo, condensandone l’identità; uno sguardo amorevole ma insieme disilluso e impietoso su quel territorio, spina dorsale dell’Italia, di cui lo stesso Vicari ci confessa di aver vagheggiato il destino, in un ingenuo volantino distribuito in gioventù, dall’icastico titolo: “Tutto l’Appennino sarà riserva” (p. 155). A ragion veduta, un’opzione che gli ultimi dieci anni, dopo quattro disastrosi terremoti, parrebbe, anche a leggere il libro, una sorta di profezia che sta avviandosi all’inveramento; le cui cause, profonde, principiano da molto lontano nel tempo (il «secolare spopolamento delle montagne», p. 154), e ove si sono incistate le manifestazioni esteriori di quella modernità che si è abbattuta su quei luoghi, trasfigurandone le quinte e corrodendone l’anima.

Lo scenario dell’evento principale, dell’omicidio, è quello del frusinate, per descrivere il quale Vicari sceglie l’incipit del grande regista Giuseppe De Sanctis contenuto in uno dei capolavori del neorealismo, Non c’è pace tra gli ulivi’ (1950):

«Questa è la Ciociaria, una terra che confina con il Lazio, la Campania e l’Abruzzo, essa è nota a tutti soltanto come la regione dove la gente porta ai piedi la ciocia e balla il saltarello […] È una terra che fu sempre calpestata da cento eserciti diversi […] Ed è in tali offese che è da ricercare l’origine del carattere così cupo dei ciociari. Diffidenti verso gli altri e gelosi dei propri sentimenti, pronti all’ira e alla gioia, fieri e spacconi, spietati nel soffrire e far soffrire. Chi vi parla è il regista del film, sono nato anch’io da queste parti e conosco molto bene le storie accadute qui» (pp. 220-221).

La scelta del cinematografaro Vicari non è una mera trovata; ma costituisce, anzi, uno dei passaggi più efficaci del libro quello ove, a fronte del richiamo a figure quali De Sanctis e Cesare Zavattini (anche Za approdato ad Alatri, in gioventù) l’Autore indugia a descrivere con minuzia un recente lungometraggio realizzato in quegli stessi luoghi già teatro delle opere e dell’ispirazione di quei giganti, ove si scimmiotta Romanzo criminale. Uno stillicidio insistito, delle battute della trama e delle immagini di questo poco riuscito ‘Uomini di Rispetto’ ciociaro, che si spinge sino all’analisi del compiacimento della chiusura di un simile lavoro, manifestato dai protagonisti (persino di chi sarà poi coinvolto negli accadimenti di quella bestiale notte) così come in seno all’opinione pubblica, che risulterebbe di poco momento se non costituisse una plastica istantanea, una oscena fotografia, della decadenza dei costumi, del gusto, del sentire collettivo dei luoghi, sottoposta al lettore per quello che è: «una concezione del mondo che rasenta la barbarie», certamente «la débâcle dell’utopia zavattiniana» (p. 219). Come è potuto accadere, si chiede l’Autore, un simile «disastro sociale» (p. 225)? Perché l’improntitudine e la soperchieria sono divenuti lo strumento per accreditarsi socialmente? Quando ha avuto inizio una simile mutazione antropologica e di gusto?

Invero, «il machismo talmente macchiettistico da sfiorare il farsesco» (p. 215) che Vicari rileva in questo ‘Uomini di Rispetto’ – film che lo porta a deviare verso l’analisi critica / pure assai interessante anche se solo abbozzata / della stragrande maggioranza della produzione cinematografica e televisiva mondiale sull’argomento – è un aspetto fondativo della provincia ove, nella riflessione attribuita alla sorella di Emanuele, impegnata nella ricerca di cosa sia effettivamente successo quella maledetta sera, «tutto è marcio e nessuno dice la verità». L’amara constatazione è che: «chi vive lì vive in un mondo a parte, con leggi e regole tutte sue» (p. 197). Leggi e regole che non sono quelle della metropoli, della quale si mutuano solo gli aspetti esteriori deteriori, di moda. Emerge lampante la diagnosi di una irredimibile dicotomia tra città e campagna, che è forse uno dei tratti sociologici più interessanti dell’Italia che è stata, e di quella che sarà, e che costituisce l’elemento fondante della crisi della montagna e degli Appennini.

Tra le leggi e le regole, non scritte ma imperanti, vi è una concezione patriarcale del ruolo dei sessi che sottende tutte le vicende narrate nel libro, tutte le banali vicende di ogni giorno (persino l’acquisto delle sigarette):

«È un’estranea, mia madre [di Daniele Vicari, n.d.r.], anche se vive a Collegiove da cinquant’anni e oltre, è straniera anche se italiana. E questo suo essere fuori posto lo ha trasmesso a me e a mia sorella senza mai parlarcene, come solo una madre può fare con i suoi figli, attraverso i pori della pelle. Lucia [la madre di Emanuele Morganti, n.d.r.] dice le stesse cose quasi con le stesse parole. Le loro esperienze e le loro coscienze di madri fragili, perché isolate, e al tempo stesso forti, perché abituate all’assedio, nella mia testa in qualche modo si collegano».

Tutto ciò rimanda ad «un campanilismo radicato, millenario, per il quale le differenze non sono un valore, al contrario producono sospetti, inimicizie, percorsi accidentati e dolorosi» (p. 55). D’altronde, «ogni borgo è un villaggio, ogni villaggio ha le sue combriccole fatte di chiacchiere, baruffe, abitudini, chiusure» (p. 53).

Leggiamo di una pretesa «faida tra Alatri e Tecchiena» (p. 86) – Tecchiena è la frazione ove abitava Emanuele con la sua famiglia – e nella narrazione di uno dei protagonisti intervistati, torna «Tecchiena contro Alatri» (p. 122), quasi che certi accadimenti avessero una spiegazione tribale. «Tra Tecchiena, Alatri e Frosinone scorre energia ad alta tensione» (p. 71). Incidentalmente, anche in tribunale, a Frosinone, nella chiusa del libro (che è forse solo un primo capitolo), è Tecchiena che, con uno striscione, chiede giustizia (giustizia che pare, in un simile universo, nella sua accezione umana, qualcosa di intangibile, impossibile). Ancora: la sorella di Emanuele, navigando su facebook per cercare informazioni e prove, «scopre e riscopre ogni volta perché se n’è andata via da Tecchiena, Frosinone, Alatri… un piccolo mondo antico marcio sino al midollo» (p. 167).

Altro aspetto fondativo di questo mondo, narratoci da Vicari, è la caccia, una sorta di moloch che tutto informa: vita, comportamenti, desideri. Peppe, il padre del povero Emanuele, ci viene restituito in immagine dedito, nell’unico esercizio pubblico di Collegiove gestito dalla madre di Vicari, prima e dopo la tragedia, a «fare chiacchiere sempre uguali davanti al camino» (p. 157) con i «cacciatori del posto, incalliti come lui» (p. 154). A Tecchiena la caccia è «normalità della vita, i contadini ci andavano in giro con il fucile a tracolla. E nei bar gli uomini entravano armati, come nel far west» (p. 161); cosicché non stupisce che lo stesso sfortunato protagonista del libro, il povero Emanuele, si materializzi, al telegiornale, a Vicari, con la notizia della sua morte, con una foto presa in una battuta. Addirittura, in diversi passaggi del testo, delle testimonianze, a suffragio dell’asserzione che la vittima fosse un ragazzo pulito, e che rigava dritto, si rievoca il timore di Emanuele Morganti di vedersi revocato il permesso di caccia, ove avesse commesso qualche sciocchezza! La caccia dunque come cornice e dissuasione, la caccia come passione assoluta che va al di là di ogni «cantina di Peppe a Collegiove, piena di funghi» (p. 153) e riveste un carattere totalizzante dell’essere: la venerazione per il castagno, l’odio per i cinghiali che devastano, il senso proprietario ed esclusivo per i boschi, il trasporto per le armi e le poste al mattino presto, con i propri cani. Senza considerare antropologicamente la caccia, si ha l’idea che si possa comprendere poco, di questi Appennini sospesi, residuali.

La lettura di questa cronaca di Daniele Vicari, che è un manuale di presa di coscienza, è straniante soprattutto per quello che richiama alla mente, al di là del caso criminale esemplare, la cui descrizione, pure terribile, sembra progressivamente caducarsi degli epifenomeni ignobili della malintesa modernità che lo hanno prodotto; elementi che quasi finiscono per transitare sullo sfondo (prova ne è la circostanza che l’Autore non spinge la propria narrazione sino all’esito del primo grado della corte di assise, arrestandosi appena prima). In primo piano vi sono, stilizzati, il declino dell’economia agricola e pastorale, il tramonto delle classi dirigenti ad essa legate, la liberazione dei costumi, l’abbandono, la crisi di valori prima ancora di quella economica. Se il tutto viene condensato ancora una volta in un’immagine cinematografica, che è quella della visione del bar Angels, sulla strada provinciale:

«Questo luogo così all’apparenza poco italiano, ricorda i bar dell’America profonda che si vedono nei reportage fotografici, nei film di genere, nelle cronache nere della provincia americana. Eppure è intimamente italiano, meridionale, proprio a causa del nome e dello stile trendy, che porta tutti i segnali dell’inarrestabile e diffusa perdita d’identità della provincia» (p. 72)

vi è uno sguardo spietato sulle ragioni profonde delle «scorciatoie assurde per comprare macchine e cellulari […] i genitori che non hanno la minima idea del caos nel quale crescono i propri figli» (p. 239) che passa per lo spaccio di stupefacenti (p. 103), per l’economia criminale e sommersa che ha partorito le ville (p. 129), gli Spada che a Frosinone gestiscono attività illecite (p. 138) sino a risalire a quei ‘romani’ di ritorno a Collegiove, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, che hanno importato costumi e miti della Magliana (p. 125). La deriva di oggi ha radici lontane.

Una descrizione impietosa, quella di Vicari, capace di catturare e introiettare, senza retorica ma vividamente, l’anodina azione dispiegata dalle Autorità in un simile contesto come la bara bianca e i palloncini bianchi utilizzati per salutare un ventenne; e persino gli automobilisti che sorpassano a duecento all’ora, sull’autostrada, il corteo del feretro sulla via del ritorno, sulla Roma-L’Aquila (p. 89) e «le macchine [che] sfrecciano a velocità folle» (p. 172) a Frosinone, in una via impossibile sotto un’acqua battente. Simboli di un più ampio smarrimento di coordinate, senso e comportamenti.

Questo libro di Daniele Vicari costituisce un autentico diario sullo stato dell’arte, sugli Appennini, seconda decade del XXI secolo.

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