IL FUCINO COME BANCOMAT – Botta e risposta

Il Fucino come bancomat

Da Torlonia ai monnezzari, un nuovo (vecchio) Amplero, una risposta alle critiche da parte di Confagricoltura

Non trascorre giorno senza che, sui mezzi locali di informazione – intenti a portare innanzi una progressiva eliminazione dei fatti dalle pagine (fatti che, talvolta, nell’attuale congiuntura economico-politica, in specie nella Marsica, effettivamente non ci sono; ma che più spesso risultano invece troppo scomodi ed indigesti per trovare albergo in organi in buona parte contigui e co-innestati al potere straccione che [s]governa il nostro territorio; potere che si illude di poter tirare ancora innanzi come se nulla fosse, anche servendosi delle gazzette ammansite/ammaestrate) – non si leggano interventi di volta in volta sorprendenti, sfacciati, propagandistici. Anche dove, rara avis, si tratti di argomenti di effettivo rilievo, è ormai difficile sfuggire ad una forte sensazione di impotenza ingenerata dal constatare come anche i problemi esiziali per la vita della nostra terra vengano rappresentati, utilizzati, travisati con una superficialità tanto criminogena quanto cialtronesca.
Di esempi ce ne sarebbero tantissimi, tutti contraddistinti da un conformismo disperante. Basti dire, per restare ai temi a noi cari, che l’unico organo che ha posto qualche questione sensata sul porta a porta dei rifiuti di Avezzano è stato il giornale edito della Diocesi dei Marsi (non si chiama più così ma pazienza) mentre l’intera galassia della gestione dell’immondizia nella provincia e sul territorio regionale è stata – e resta tuttora – occultata sotto il manto, nel migliore dei casi, di un profluvio di annunzi di sagre. A criticare Aciam S.p.A. c’è solo questo povero foglio mentre a parlare dei suoi soci privati (la potentissima Iren della ricchissima Emilia) bisogna spulciare addirittura i comizi di Beppe Grillo. E così via…
Istruttiva, sotto tale profilo, l’intera vicenda della siccità a Fucino. Fenomeno che immancabilmente si registra, in estate, da quando l’altipiano è stato privato del lago, e che negli ultimi anni ha visto sbizzarrirsi la fantasia di quei politicanti che – totalmente inidonei ad operare al riguardo, e molto più scarsi dei già non irresistibili loro predecessori, che quantomeno conservavano il pudore di tacere – si sono cimentati a formulare ipotesi fantasiose o irrealizzabili. Ai Torlonia la questione era ben chiara, e sebbene per avidità di danaro avessero tralasciato (come pure consigliato a/dai loro ingegneri) di conservare una porzione di lago quale riserva d’acqua nel punto più depresso della conca – ovvero al Bacinetto di San Benedetto dei Marsi – nondimeno la preoccupazione per la regimentazione idraulica del feudo era sempre stata in cima ai pensieri dei gestori dell’Amministrazione dell’Eccellentissima Casa Torlonia.
Nel resoconto online del consiglio comunale di Celano (del sito di Terre Marsicane) tenutosi sulla questione siccità quindici giorni or sono, leggiamo che, a detta del presidente del Consorzio di bonifica, Francesco Sciarretta, «l’emissario Torlonia, che consente il deflusso delle acque del bacino idrologico del Fucino nel fiume Liri, non è oggetto di manutenzione dal lontano 1928. E’ stata quindi paventata la possibilità di crolli e ostruzioni che potrebbero avere immaginabili ripercussioni sulla piana». Quindi, quando qualche anno fa proponemmo, per scherzare, un porticciolo turistico a via Nuova, eravamo stati lungimiranti, se non preveggenti!
Teniamo a mente l’intervento dello Sciarretta e proseguiamo.
Poiché, in Italia, è uso che chi è in plancia di comando si lamenti quanto (e più di) un passante, indirizzandosi ai veri passanti quasi fosse esso vittima della situazione e non (in parte) chi ascolta, al coro delle lamentazioni si è accompagnata, parallelamente, Confagricoltura – che è l’organizzazione di rappresentanza e tutela dei “padroni” operanti in agricoltura – stanca dell’insostenibile situazione nella quale versa il settore nel nostro territorio, in ragione del difficoltoso approvvigionamento idrico. Non è dubbio (come si legge su www.marsicalive.it) che sia vero quel che sostengono i vertici dell’associazione Lo Bene e Fabrizi, ovvero che

[…] il sistema agricolo del Fucino composto da oltre 2.000 aziende agricole, (650 con 6.000 dipendenti a tempo pieno) rappresenta il 25% del PIL agricolo regionale contribuendo, con l’indotto, a sostenere l’economia dell’intero comprensorio: complessivamente, tra diretto ed indiretto, il settore dà lavoro a non meno di 10.000 persone. Le esigenze legate alla qualità dei prodotti e dell’ambiente, alla sicurezza alimentare e alla competitività delle imprese agricole sui mercati italiani ed esteri, però, presuppongono sistemi di irrigazione fissi, di facile gestione e controllo che abbattano i costi di produzione e le emissioni di CO2 […].

e che un simile patrimonio vada, dunque, tutelato in ogni modo (magari tendendo ad una progressiva dismissione delle colture intensive legate ai fitofarmaci in favore del biologico, giacché tra poco nessuno potrà concorrere con le produzioni agricole dei paesi “poveri”, se non garantendo una qualità superiore). Nondimeno lodevole che lo stesso Fabrizi ritenga «indispensabile che i Comuni del Comprensorio fucense realizzino un piano integrato di depurazione delle acque» e salvaguardino «gli equilibri idrogeologici del comprensorio per evitare il ripetersi sistematico di alluvioni e allagamenti». C’è però una questione: dov’era Confagricoltura quando con lo scellerato progetto di discarica di Valle dei fiori (pericolo peraltro non ancora disinnescato) la politica – con la «p» minuscola – ha concepito un simile mostro di immondezzaio, con tanto di punti di monitoraggio localizzati nei pozzi Arssa per l’irrigazione? Dov’era Fabrizi quando si sarebbe dovuta prendere una posizione contro un progetto esiziale per l’equilibrio idrogeologico della piana e in potenza suscettibile di mandare a casa parecchie di quelle migliaia di persone che oggi coltivano il Fucino nel settore orientale (e comunque nocivo, nella migliore delle ipotesi, per l’immagine degli stessi prodotti orticoli coltivati e avviati ai mercati?). E Confagricoltura, sino ad oggi, non si era accorta che la piana del Fucino è sostanzialmente una cloaca, con interi paesi che vi scaricano, in pratica, senza alcuna depurazione? In altre parole ci chiediamo (retoricamente): per chi hanno votato, i “padroni” (che sappiamo molto sensibili alle campagne elettorali amministrative, talvolta con eccessi riprovevoli) nelle precedenti tornate non diciamo nazionali ma regionali? Confagricoltura è un pilastro di questo sistema inquinato ed oggi, pretendere di ergersi a danneggiato (abbandonando alla chetichella lo scanno di corresponsabili) comporterebbe la necessità preliminare di espiare le colpe di un lunghissimo collateralismo coltivato – è proprio il caso di dire – con quelle Autorità che hanno determinato il disastro che (giustamente) si denunzia.
Torniamo a Sciarretta. Cosa ha fatto costui nella vita dall’anno 2000 all’anno 2005? L’assessore regionale all’agricoltura. Cos’ha portato a casa per l’acqua di Fucino? Come si permette oggi di parlare, proprio lui? Nondimeno, in quel torno di anni lo Sciarretta tentò di realizzare i famosi bacini idrici, visti come panacea di tutti i mali – allora i milioni di euro erano potenzialmente una sessantina – attraverso però uno strumento che dette pessima prova ovvero con una specie di società di scopo in embrione (più che in house) che ebbe parabola piuttosto breve ed oscura, con nei suoi organi, ci pare di ricordare (ripetiamo: potremmo errare), anche un certo Antonio Del Corvo allora solo commercialista. Risultati: zero (se non negativi).
Ma qual è la ratio vera di tutto questo arzibanda sull’acqua che non c’è, di questo bailamme che viene, come al solito, a danno consumato, in autunno, e dopo invereconde insopportabili passerelle fumogeno-oratorie di politici inguardabili? E’ presto detto.
Quando si cominciano a leggere parole d’ordine del tenore «Vallelonga unita per la vertenza Fucino», gatta ci cova, è doveroso interrogarsi su dove “qualcuno” voglia (m)andare a parare… Secondo noi, il messaggio che si vuol far passare è sostanzialmente uno: occorre intervenire, d’urgenza, subito, immediatamente, a prescindere da ogni valutazione logica, di compatibilità, di sostenibilità ambientale degli interventi. D’altronde, è sempre Confagricoltura,

nel 1852 – ricorda il presidente Fabrizio Lobene – il Re di Napoli, Ferdinando II, decise il prosciugamento del lago Fucino in due mesi. Ora sono quasi trenta anni che si discute su come risolvere le criticità legate all’uso e alla disponibilità della risorsa idrica nel nostro territorio: di studi ne sono stati fatti tanti, forse troppi. Basta studiare dobbiamo entrare nella fase esecutiva, il Consorzio di Bonifica Ovest e i tecnici dell’ex Arssa conoscono alla perfezione il sistema idrico Fucense, forse erano in grado di predisporre il progetto preliminare, sicuramente sono in grado di fornire collaborazione e dati per questi ulteriori studi

a percuotere la grancassa dell’aria retorica della sinfonia lasca che pretenderebbe di invitare a scrollarci di dosso l’apatia, sia quel che sia.
Musica che potrebbe suonare teoricamente condivisibile (neppure troppo invero, venata com’è di quel simildecisionismo [cripto-arbitrio] che tanti guai ci ha cagionato nei tempi recenti) se le soluzioni prospettate dai soliti orchestrali non fossero più antidiluviane della stessa paventata ostruzione del canale dell’Incile e persino del ritorno della bonifica alle condizioni dell’alto medioevo, a seguito dell’abbandono delle grandiose opere romane del primo prosciugamento. Quasi quasi, meglio i remi e la barchetta!
A curare tutto il concerto, con tanto di bando, l’Autorità di Bacino Liri Garigliano e Volturno, in sinergia con la Regione Abruzzo. Figurarsi: la Regione ha autorizzato Valle dei fiori mentre l’Autorità di Bacino si è macchiata, durante l’intera procedura, di una complicità da lasciare interdetti (ripercorreremo presto le vicende di quella bizzarra misurazione avvenuta in sito a Valle dei fiori, che non si poté fare per via di alcuni rifiuti ingombranti proprio la zona dove si doveva apporre il metro, per dirimere se ci si trovasse o meno in zona di frana, avendo le mappe dell’Autorità una scala 1:25.000 ed utilizzandosi, all’epoca della loro redazione, ohibò, una matita spessa). Fidarsi di costoro è un atto di fede che ci trova del tutto… miscredenti.
Per ora è stata bandita la sola (si fa per dire) «progettazione preliminare delle opere prioritarie da realizzare per la risoluzione delle criticità legate all’uso e alla disponibilità della risorsa idrica nella piana del Fucino», che però per come indirizzata pare tendere soprattutto a regalarci un nuovo progetto Amplero. Roba da perderci il sonno.
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Se ne discusse per anni, di Amplero, ferocemente, quando i compilatori del foglio che avete nelle mani erano dei virgulti, le strade della Compagnia Romana ancora sterrate e la luce da portare ad Apinianici oggetto di dibattito. La domanda sorge spontanea: ma sarà mai possibile si sia ancora ancora fermi a questa visione ciclopica e gigantista delle opere pubbliche? E’ credibile, nel terzo millennio, percorrere simili opzioni impattanti, che finirebbero per definitivamente distruggere il fiume Giovenco? E perché, in tutto questo polverone, si ha la sensazione che lo scavare e cementificare sia prioritario (ad esempio, i su citati comuni della Vallelonga / ammesso che Trasacco sia Vallelonga / al primo punto della loro proposta hanno scritto: «è obiettivo primario, irrinunciabile e di interesse generale dei Comuni del comprensorio fucense la realizzazione di un impianto di irrigazione, moderno, razionale, intubato per la distribuzione di acqua sull’intera piana del Fucino») a – che so – realizzare un intervento serio ed immediato sulla depurazione, che presenta elementi di criticità non solo nei punti dei quali ci siamo occupati in passato (San Benedetto dei Marsi, Ortucchio) ma anche, piuttosto gravi, ad Avezzano? Perché viene innanzi a tutto il mostruoso bacino d’acqua in alta montagna (al quale sono destinati buona parte degli oltre cento milioni di euro di spesa previsti) e solo dopo arrivano, con somme peraltro del tutto insufficienti, i depuratori (veri) nella piana (il cui difetto, allo stato attuale, rappresenta il primo vero elemento di criticità dei prodotti fucensi)?
Persino il Pd provinciale – ed è questa la cosa che maggiormente ci preoccupa e ci angoscia: essere d’accordo con i vertici di quel partito: evidentemente stiamo sbagliando qualcosa… – si è pronunziato contro «i progetti faraonici e con le spese di progettazione di opere inutili».
La speranza, paradossale eppure da assumersi quale male minore, è che, come per molte altre idee di questi anni, ci si fermi alla progettazione, spendendo solo un milione di euro, e non si vada avanti, come sempre.

 

La risposta di Confagricoltura

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Une breve risposta alla risposta

(da parte degli amici degli amici)

Al destinatario (che è il solo Botticchio; anche se il pezzo sul Martello, non essendo firmato / per quanto poi la realtà di quel giornale sia piuttosto virtuale ed autoreferenziale / fosse da intendersi espressione dell’opinione di tutto il giornale) la missiva ricevuta in risposta dagli amici Lobene e Fabrizi piace, sia che la si voglia tenere per seria sia che la si voglia ricondurre alla fattispecie dello scherno.

Peppe Pantaleo, noto maitre à penser avezzanese, léttone il testo, ha optato per richiedere senza indugio una «consulenza filosofica» e nessuno dei nostri pochi sodali si è spinto oltre, a reclamare, che so, di preparare gli affusti dei cannoni. Troppa la sproporzione tra Confagricoltura e un foglietto ciclostilato (tra i cui estensori e simpatizzanti è peraltro minima la presenza di reduci dal liceo classico; la qual circostanza chiarisce vieppiù la mossa del Pantaleo, della quale attendiamo l’esito).

Fuori dall’eristica e senza voler appesantire le orecchie di alcuno, crediamo che il punto vero della lettera lo abbia colto un altro amico, Ciro Sabatino, che così ha chiosato: «Hanno scomodato gli antichi greci e latini fino a Rino Gaetano ma nel merito non hanno risposto».
In effetti, questo è il problema, altro che la macrologia a buon mercato. Certo, parlare soltanto [come noi] è facile e comodo, tuttavia chi agisce dalla plancia di comando non può uscirsene adducendo unicamente che i problemi sono più complessi di come sono rappresentati da un foglio (e vorremmo ben vedere). E stop.
Allora, senza perdere troppo tempo, formuliamo agli egregi Lobene e Fabrizi le seguenti questioni, alle quali possono cortesemente replicare, ove trovino il tempo e lo spazio, con quella brevità che essi stessi reclamano:


1) A Vostro avviso, il megabacino montano modello Amplero è prioritario rispetto alla verifica della corretta messa in funzione degli impianti di depurazione dei paesi circumlacuali? Oppure sarebbe bene si partisse, stante le tantissime criticità che si registrano, dalla preservazione dei canali di Fucino dalle acque reflue (spesso) dirette dei centri ripuari, considerando anche la limitatezza delle risorse a disposizione?

2) Cosa pensa[va]no gli organismi di Confagricoltura L’Aquila del progetto di discarica di Valle dei fiori di Gioia dei Marsi? Quale posizione hanno assunto al riguardo – se l’hanno assunta – negli anni scorsi? Con chi saranno se qualcuno porterà disgraziatamente la vertenza al Consiglio di Stato?

3) Sulla tutela delle acque [a proposito: perché non pubblicare, sul Vostro sito, la documentazione dello studio «Piana del Fucino – Regione Abruzzo Programma di azioni strutturali e non strutturali connesse alla salvaguardia, uso e governo della risorsa idrica superficiale e sotterranea (2007)» altrimenti irreperibile: fatto pessimo, se è vero come è vero che quella risorsa assicura tanto di quel PIL anche da Voi giustamente tutelato] e sull’uso di concimi devastanti, Confagricoltura ritiene di aver fatto la propria parte? Non siamo venti anni indietro a tanti altri luoghi d’Italia?

4) Cari Lobene e Fabrizi, per chi avete votato alle ultime tre elezioni regionali?

Cordiali saluti.

[ Per scaricare il pdf completo de “IL Martello del Fucino 2012-11” CLICCA QUI ]

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