Riassunto della settimana scorsa. È stato pubblicato più di un pezzo sul centro d’Avezzano e se n’è discusso. (Leggi il giornale al bar e prendi a parlare immediatamente con chi ti sta vicino, poi prosegui nel tuo ambiente). Si tratta di manfrine pre-elettorali teleguidate; sono inutili perché non spostano preferenze, considerando che il voto ad Avezzano è largamente clientelare. Ci si mette in mostra, anche se si è impresentabili; io però al posto di tanti farei più attenzione a chi ti concede spazio su una testata: ci si fa inevitabilmente male a non saper padroneggiare il proprio narcisismo. (‘They are spoonfeeding Casanova | To get him to feel more assured | Then they’ll him with selfconfidence | After poisoning him with words’). Sono però rilasciate idee tossiche in simili occasioni che è bene denunciare perché guastano quel brandello di dibattito pubblico che ci resta. C’è almeno un utilizzo improprio dei termini impiegati; già, che cos’è – ad esempio – l’usato «isola pedonale»?

(‘Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti’). Come ristrutturare, rilanciare il centro? (Nel senso: un pezzo di via C. Corradini). È semplice: più negozi, a dire di qualcuno Si può affermare un’idea del genere perché il quotidiano locale più diffuso scrive un necrologio per ogni esercizio che chiude – al centro s’intende. Non si compone invece un rigo per il negozio che si sposta, per i due che sostituiscono quello fallito o trasferito; o raccontare di via Trieste che è tornata con lo stesso numero di esercizi di due anni fa. Dove aprire altri negozi, nonostante quelli ancora chiusi? Si pensò alle scuole tempo addietro, ma si ricordò del vincolo della Soprintendenza; si passò poi al tribunale che era stato minacciato di chiusura, ma non era questione di breve periodo. (Salvo decisioni della Soprintendenza, di nuovo). Di che cosa parliamo? Convertire a «centro commerciale» le scuole lungo via C. Corradini e il tribunale è una manovra speculativa che avrebbe degli sviluppi devastanti, allontanando – probabilmente anche da Avezzano – una parte importante per quanto disconosciuta dei suoi residenti. Si tratterebbe di un nuovo svuotamento e basta, nessuna sostituzione di popolazione, gentrification.

Avendo pubblicato qualcosa sulla ferrovia dell’ex-zuccherificio mi è capitato di parlarne ancora, in giro; al posto del sindaco avrei agito immediatamente almeno per evitare altri disagi agli abitanti in fondo via N. Paganini.

Se io fossi il sindaco, caccerei a pedate sia il commerciante terrorizzato dall’isola pedonale che – a suo dire – lo farebbe fallire, sia chi invece imputa alla sua mancata istituzione la malattia polmonare di un congiunto. Non si tratta perciò di cornice interpretativa – ne fabbrichiamo tutti –, qui s’ignora il significato di alcune opere in cemento per quanto bidimensionali. In una città si costruisce un auditorio non per far rimorchiare gli adolescenti, disporre un luogo dove gli arricchiti possano darsi un tono o far guadagnare qualche euro al chiosco dei gelati quando vi sono i concerti.

In ultimo. Sono spuntate perfino le palme cinesi piantate a Milano nelle nostre discussioni. (Le polemiche sgangherate che sono seguite da quelle parti, danno la cifra dell’ignoranza della storia continentale e locale da parte di alcuni). L’albero in città è un fenomeno che risale al Settecento mentre il verde urbano è più recente. Gli agglomerati sono ambienti artificiali ed è perciò comprensibile che, soprattutto in quelli più estesi, si riservi un pezzetto, per un periodo anche a specie esotiche. (Non si usano certo per i filari lungo i marciapiedi o per i rimboschimenti, le palme). È ancora una novità in una metropoli la spiaggia urbana?

Vi sono degli evidenti problemi di comunicazione in città. [6 marzo 2017]

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