ESCLUSIVO – CASO LETTA: Il sindaco di Aielli alle prese con il busto

 Guido Letta scorta l’agitatore

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[ Foto 1 – Di Censo, al microfono, dispensa saggezza – Pescina, 9 ottobre 2011 ]

Sarà stato perché ricorreva, domenica l’altra (9 ottobre 2011), l’anniversario della morte di Ernesto «Che» Guevara o, forse, perché, la sua missione, come abbiamo già esaurientemente (di)mostrato in passato, consiste nello spezzare ritmo e fiato a tutte le iniziative politiche invise al suo referente senatorefilippopiccone (coordinatoreregionaledellapidielle). Fatto è che, accorso, il 9 ottobre, all’incontro convocato dall’amministrazione comunale di Pescina presso il (fu) presidio ospedaliero “Serafino Rinaldi” avente ad oggetto la caotica situazione della sanità in questo lembo di Abruzzo, il sindaco di Aielli, Benedetto Di Censo, presa la parola (pare irresistibilmente attratto dal microfono, al punto di non mollarlo se non dopo lunghe devastanti perfomance), deviando dal seminato, ha preso immediatamente a dolersi della disparità di trattamento a suo dire da egli subìta per la recente apposizione del busto del prefetto Letta (1889-1963) in piazza Risorgimento ad Aielli Stazione, rispetto a quei fedifraghi di Pescina che qualche anno or sono osarono addobbare uno spiazzo di Fontamara con la marmorea effigie di Ernesto Guevara, sopra la Compagnia Romana, a Pescina Nuova (fortuna ha voluto che il Di Censo non abbia apprezzato altro bassorilievo del Che in pietra, pure incastonato a Pescina Vecchia, a Borgo Unrra Casas).
Qualcuno ha interpretato l’estemporanea sbandata dialettica del nostro Di Censo come una sfida aperta a chi, proprio da Pescina, aveva avuto, peraltro in buona compagnia, l’ardire di criticarlo sul busto, una sorta di incursione in trasferta. Noi, più semplicemente, pensiamo che il tema si prestasse a dirottare, anche se per pochi minuti, l’attenzione dalla disconnessione di un presidio ospedaliero pubblico (quello pescinese) effettuata, dalla Regione, pretendendo di applicare e salvaguardare dei parametri che, stranamente, non sembrano essere così stringenti con i privati della sanità stanziati, per esempio, anche a Celano. Amici degli amici.
Sia come sia, fatti salvi gli arrière-pensées, la filippica benedettodicensiana contro la «estrema sinistra» rea di glorificare Guevara (da egli definito “scheletro nell’armadio”) e di colpevolizzare chi ha voluto rendere omaggio al prefetto Guido Letta (semplice “polvere sotto il tappeto”) ha suscitato una pessima impressione. Nell’immediato, l’uditorio pescinese, in parte cadendo nella provocazione, lo ha più volte interrotto, invitandolo a non andare fuori tema, a trattare cioè della questione dell’ospedale. D’altronde, non gli è andata meglio sull’argomento politico-storiografico più alto. Come appena sottolineato da Oliviero Beha, la santificazione di Ernesto Guevara esiste solo nella testa di alcuni esponenti del centrodestra (che, non a caso, hanno dedicato alla ricorrenza dell’uccisione del Che maggiore spazio dei giornali di sinistra, peraltro per dolersi dello spazio dai giornali di sinistra [non] dedicato all’argomento), non sufficientemente sincronizzati con l’anno 2011. In tutto cotanto bailamme, con il Di Censo e la sua improbabile zazzera a stento sottratti al nobile furore delle passionarie dell’ospedale, resta inconcussa e luminosa la scelleratezza politica della sua condotta, e non solo nel pomeriggio pescinese.

Come ci eravamo permessi di sottolineare nel nostro primo modesto pezzo sull’argomento, l’impressione è quella che tutta l’operazione dell’intitolazione della (fu, a questo punto) piazza Risorgimento di Aielli al nativo prefetto Guido Letta; la collocazione di un di lui busto in un anfratto della notevole agorà della frazione della Stazione aiellese (si tralascia ogni aspetto inerente i fondi utilizzati per i lavori, che ha acceso diverse polemiche e forse persino delle querele, non avendo peraltro il minimo dubbio, speculando su qualche carta di archivio, che il prefetto abbia commissionato egli stesso, in vita, quel busto, stante l’alta considerazione che mostrava di nutrire per la sua propria personalità); il conferimento della cittadinanza onoraria al nipote del prefetto ossia al dottor Gianni Letta (proprio lui) con tanto di attestazione-riconoscimento dell’opera da egli prestata nella recente terribile emergenza del terremoto del 6 aprile 2009 sia stata concepita in maniera del tutto demagogica per fini che poco hanno a che vedere con il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, ricorrenza nella quale si è preteso di far confluire la manifestazione, realizzando un micidiale esempio di come si possa travisare e contrabbandare la “storia condivisa” pretendendo – come ha molto acutamente profetizzato Sergio Luzzatto parecchi anni fa discettando della crisi dell’antifascismo – essa divenga, acriticamente, “memoria condivisa”.
Producendo il primo nostro pessimo pezzo (uscito il 15 luglio scorso, due giorni prima dell’originaria data fissata per la manifestazione), ritenendo che, stante le proteste levatesi in quasi tutto il mondo abitato, Gianni Letta non si sarebbe prestato a “coprire” l’iniziativa con la sua presenza, pensavamo che il Di Censo, non potendo conferire la cittadinanza onoraria al rampollo vivo, non avrebbe proseguito sul sentiero impervio di santificare il defunto zio prefetto. In questo sbagliavamo, e le cronache ci hanno restituito, il mese successivo, alcune immagini di una celebrazione, che nella seconda metà di agosto, alla chetichella, alla presenza del senatorefilippopiccone e di un assessore regionale, ha sbrigato la pratica, tra un scroscio di pioggia e l’altro, in un momento di pausa della festa patronale in corso, in quel di Aielli, ricacciando il “Risorgimento” dalla frazione bassa alla parte alta del paese (vittima sacrificale di rimbalzo: la Regina Margherita, definitivamente abrasa dalla toponomastica).
Se si battono le parole chiave di questa vicenda su un motore di ricerca, si viene sommersi da matches provenienti non solo dal becero antifascismo paesano vituperato dal Di Censo ma da tutte le latitudini geografiche e culturali. Una querelle assurta agli onori delle cronache e che ha visto, proprio in virtù delle colonne a stampa improvvidamente conquistate dal Di Censo con diapasonica espansione, il clamoroso defilarsi del convitato di pietra, ovvero del sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta. Sino a quando si è trattato di rinverdire l’album familiare, e di snocciolare il rosario delle opere di un civil servant, tutto è filato liscio. Ma con l’innescarsi dell’attuale polemica, con un prefetto trasformatosi, nella polemica pubblica, in un prefetto fascista e poi, inesorabilmente, in un fascista diventato prefetto proprio perché fascista, nel 1932 (e non dunque in età giolittiana, come qualche sconsiderato pretendeva di gabellarci), la difesa familiare, per Gianni, si è fatta obiettivamente impossibile, rischiando di compromettere il futuribile possibile. Appare proditorio (e fatalmente destinato al fallimento) il tentativo, attualmente in corso, di mondare la figura umana del prefetto da quella parte di memoria scomoda legata alla militanza politica dello stesso. L’argomentazione secondo la quale aver beneficiato – per diretta o interposta persona – con alcune opere pubbliche, il proprio paese (pays) tra le montagne abruzzesi, risolva e superi ogni atto consumato nel resto d’Italia con ruoli di responsabilità potrebbe condurre, ove spinto alle estreme conseguenze, ad intestare qualche Autobahn tedesca ad Hitler. Cosa diversa è l’analisi storica dei fatti, attività nel corso della quale nulla vieta che ai singoli possa e debba essere riconosciuto quel che è giusto (la qual cosa non implica automatiche ricadute su targhe e intestazioni di vie).

La carriera di Guido Letta, per quanto non si abbia ancora a disposizione il fascicolo personale, ricostruita con un poco di costrutto, parla molto chiaro, e ci dice che il profilo dell’uomo di parte (fascista) sovrasta di molto quello istituzionale in senso stretto. Approdato al Gabinetto del ministero dell’Interno nel momento in cui il regime fascista si strutturava, Guido Letta – a leggere ciò che scrive lo stesso dicastero nel 1946 -:

« […] Ha sempre ostentato la sua fede fascista, pur atteggiandosi talora a denunziatore delle più sfacciate soperchierie fasciste […] godette la piena fiducia di Mussolini: se è vero che egli abbia svolto inchieste di natura politica delicatissima, perché intesa a controllare la vita e gli affari di personalità del regime, è anche noto che in nessun caso un semplice vice-prefetto si sarebbe potuto permettere di inquisire ed ancor più di riferire a Mussolini, sulla vita e gli affari di alte personalità di regime».

Molto opaca – anche perché poco studiata (il libro “bibbia” di Mauro Canali sull’efferato omicidio ne accenna soltanto) – l’azione dal Guido Letta dispiegata nei riguardi del sicario di Giacomo Matteotti, Amerigo Dumini, in un episodio a metà anni Venti che configura (ci si riserva di approfondire l’argomento nelle opportune sedi) un incarico nel quale i doveri istituzionali funzionali propri di un stato di diritto parrebbero stemperarsi e distorcersi nella cogente esigenza di acquisire la garanzia del silenzio (quale procedura prevedeva si potesse avvicinare un criminale, per offrire… cosa?) per degli illustri “mandanti”. Che purtroppo per il Guido Letta come per i suoi estemporanei improvvisi sostenitori odierni, per Dumini e Letta, coincidevano.

Come già rilevato, dopo essere stato nell’entourage più stretto di Mussolini al ministero dell’Interno per circa un decennio, il Letta venne elevato al rango di prefetto per meriti eccezionali agli inizi degli anni Trenta. Quali saranno stati mai questi meriti eccezionali?
La carriera del Letta prosegue da Chieti (1 agosto 1932 – 10 settembre 1933) a Livorno (10 settembre 1933 – 10 settembre 1934), da Novara (14 settembre 1934 – 21 agosto 1939) a Verona (21 agosto 1939 – 15 giugno 1943), da Bologna (15 giugno 1943 – 1 settembre 1943) a Genova (1 settembre 1943 – 25 ottobre 1943). A quest’ultima data viene collocato “a disposizione”. Pur non essendo questa l’occasione per intrattenersi sui dettagli (molto interessanti) di tale accadimento, si noterà come le attestazioni di gratitudine tedesche (mostrate per immagine nel precedente articolo) non furono sufficienti a mantenerlo nei ruoli della Repubblica sociale italiana. Nel dicembre 1944 il Letta viene addirittura collocato “a riposo” dal governo di Salò, in pratica pensionato. A guerra finita (e precisamente nel gennaio 1946) lo stesso Letta porterà questo fatto a vanto, assumendo che egli fosse inviso a quel regime, ai tedeschi, arrivando a sostenere di aver evitato egli scientemente di assumere ruoli nella claustrofobica Italia repubblichina:

« […] Per venti mesi, esponendo vita e carriera, ho difeso l’autorità dello Stato e gli interessi della giustizia contro l’invadenza fascista […] Ho altresì dimostrato che dall’ottobre 1943 fino al giorno della liberazione ho partecipato al movimento clandestino, difendendo anche me e la mia famiglia contro la ben nota reazione fascista».

(Con la qual cosa, speriamo almeno di evitare, in futuro, pellegrinaggi di improvvisati nostalgici presso il busto alla piazza di Aielli!)

Ma sarà stato realmente così? A guerra finita, le allegazioni del prefetto Letta non vennero minimamente credute, seppur a giudicare della loro consistenza fossero i componenti della sua stessa “casta”. Invidia? Antipatia? Cospirazione?
In realtà, sostenere, da parte di Guido Letta, che non giurò per la Rsi, che non cercò impieghi e prebende da quel governo, sono pretese che gli atti di archivio disponibili mostrano oggettivamente destituite di fondamento, per non dire palesemente false.

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[ Foto 2 – Il prefetto Letta attesta di NON aver giurato per la Repubblica sociale (1946) ]

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[ Foto 3 – Comunicazione della Prefettura repubblichina di Milano attestante il giuramento di Guido Letta (1944). A nostra conoscenza, è stato l’unico prefetto di prima classe a prestarlo ]

Grottesca poi la pretesa di rifarsi una verginità per tornare a lavorare per la nascente democrazia italiana con frasi del seguente tenore (febbraio 1946):

« […] Non c’è che una sola verità sul mio conto, e niente potrà distruggerla. Questa: per venti anni, prima dell’8 settembre 1943, io corressi, a mio rischio e pericolo, a vantaggio dei perseguitati, le illegalità e le soperchierie di alcuni uomini di parte. L’ingiustizia che da essi subisco mi mette in grado di meglio apprezzare l’enorme valore del bene da me compiuto in quei venti anni».

Nell’interessante documento filmato realizzato sulla querelle del busto aiellese da Giuseppe Caporale di “Repubblica”, costui chiude leggendo una lettera del Letta indirizzata al duce, nel dicembre 1944 (appena prima dell’ultima uscita pubblica di Mussolini, al teatro Lirico di Milano) che pure pubblicammo nel nostro primo pezzo, grondante venerazione da tutti i pori. E’ soltanto una delle tante che il Letta ha disseminato nei faldoni di archivio, e se simulava, e se lo ha fatto per tanti anni, ci viene da dire, il prefetto è veramente riuscito bene nell’intento. Pare proprio autenticamente e visceralmente fascista. Le testimonianze, del tenore della lettera che segue, sono numerose ed inequivoche.

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[ Foto 4 – Vero amore ]

Ci sarebbe molto da scrivere al riguardo ma forse è risolutivo considerare come, in una Repubblica che mutuò molti dei suoi apparati (e non poteva essere altrimenti) dagli organigrammi fascisti (si pensi ai questori che per molti anni ebbe Roma, sino agli anni Sessanta, praticamente tutti cresciuti all’ombra dell’Ovra fascista), tra i pochissimi che vennero tenuti fuori della porta a va e vieni dello Stato fu proprio il Letta. Circostanza della quale lo stesso si dolse in modo piuttosto poco urbano, almeno per gli standard in essere all’epoca, con un’altissima personalità, quando nel 1950 realizzò che mai gli sarebbe stato permesso di rientrare nei ruoli prefettizi.

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[ Foto 5 – Doglianza verso Andreotti ]

Anche questa missiva dice molto, a chi voglia comprenderla, anche su alcuni fatti parentali odierni. Non bastarono i prelati…Ma – e qui torniamo a bomba, approfittando di quest’ultima lettera – uniamo il sacro con il profano, e osserviamo come la Democrazia cristiana del dopoguerra abbia tenuto un profilo che uno dei suoi epigoni marsicani degli anni Ottanta e Novanta, il Benedetto Di Censo, non è in grado neppure di comprendere. E’ la differenza che intercorre, oltre che tra un livello politico alto ed uno paesano (non c’è offesa ad essere enfant du pays), tra l’essere popolari e l’essersi trasformati in populisti. Da Remo Gaspari e Lorenzo Natali al senatorefilippopiccone. Brutta fine.

Lo sappiamo: il Di Censo, poco munito di nozioni di Storia (ed anche della storia del suo paese, avendo attestato di non sapere bene se quella piazza sia effettivamente formalmente denominata “Risorgimento”, e quando lo sia stata: non male per un sindaco), ci verrà a raccontare che il prefetto Letta – lo ha scritto nella delibera che ha originato tutta questa storia, “ha fatto” la chiesa, il pastificio, il dopolavoro…
Ci permettiamo, senza offesa: se veramente fosse stato interessato a rendere omaggio al prefetto Letta per tali realizzazioni, il sindaco avrebbe forse dovuto curare lo studio della genesi di tali opere, organizzare, prima di intestare la piazza, un convegno, un incontro, qualcosa (iniziativa che sarebbe risultata assai interessante: comprendere di chi fosse l’acqua di Aielli Stazione – una vera e vicenda fontamarese – proveniente da Fonte Romito ed utilizzata dalla Saina, quali i terreni dati in permuta dal comune per il pastificio negli anni Trenta, chi fosse il podestà all’epoca (tale avvocato Vincenzo Letta: dice qualcosa?), come si fossero conosciuti il prefetto Letta ed i potenti Saini di Cressa, chi fosse il rappresentante di questi in Abruzzo, ecc.). Ma, ripetiamo, non era questo, è evidente, lo scopo del busto.

Il Martello del Fucino

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