Made in China Poetry Slam

Made in China Poetry Slam di Dimitri Ruggeri

E’ veritiero e giusto sostenere l’atto di chi in Italia chieda l’obolo per la morte della poesia. Lasciamo stare chi dice il contrario. Anzi chi lo dice può andarsene brexitianamante a quel paese senza passare dal proprio st(retto). Sì, perché la colpa la darebbe ai cinesi anche questa volta ai negri, agli zingari, ai rumeni, o alla porno-grafiapoetica che imperversa, oppure, ancora, ai grillini che dicono NO a Roma 2024 Odissea nello spazio per la riconferma delle cricche editoriali e massoniche di Mork II Stella Atavitz. In tutto questo qual è l’unica certezza?. La colpa è dei cinesi. Tra i poeti inquisitori, accusatori, additatori e traditori c’è sempre chi benedice in modo francescano la vittoria di Dylan Dog Bob al Nobel, il canale di Suez a stelle e strisce, il canale del Nicaragua con gli occhi a mandorla dei musi gialli dell’est. Anche se non centra nulla con quest’articolo mi chiedo: “Tu, caro poeta, hai mai goduto dell’Amazzonia con un cancro in gola e un genitore morto in un cantiere senza casco protettivo perché lavorava in nero? (da una parte bisogna iniziare per invocare la tua ispirazione).

Nessuno la legge più (la poesia), per l’appunto, e quand’anche il nostro più intimo, fedele e miglior amico ci invitasse alla presentazione del suo ultimo capolavoro, il nostro declinare l’invito sarebbe un atto di responsabilità verso il genere umano e uno sbadiglio verso noi stessi. Il problema della dissociazione, tra il verso animale e l’animale in sè, è il vero problema. Dite la verità: quando dormite e siete svegliati da continui e ipnotici latrati di cani, non vi verrebbe la voglia di guardare la bestiaccia in faccia, afferrarla con le unghie e ucciderla? No. Perché prendersela con l’effetto? Prendiamocela con la causa. Bene, precediamo per analogia verso tutte le facce di bronzo che propinano versi e versacci e che spesso per vanità, incapacità, snobismo, non ci mettono la faccia (un po’ come le facce che mostrano i politici beccati con le mani nella marmellata dopo qualche porcata). Come si dice a Roma “Ce vole er fisico”, detto macchiettistico che fa diventare qui, uomo, l’agglomerato poetico. Ora, piuttosto, prendetevela con quella faccia da pirla che avete davanti. Non è una poesia “off shore” ma una poesia a “pane e fagioli” con il mittente e postino che vestono la stessa divisa.

In tutto questo sudiciume succede che al poeta vorremmo gridare, spinti dal nostro orgasmo: “nuu-do, nuu-do, nuu-do”, forse per renderlo più umano e tangibile, più attaccabile, in una parola “un bipede implume” della comunità, con e/o contro il quale si parla, sparla, ci si ubriaca, ci si consiglia e si fa all’amore toccando le calvizie e il ventre molle che spesso lo accompagna nella noiosa vita dell’ozio e “fancazzismo”. Non si neghi, al poeta e non poeta che sia, il bisogno sociale, la voglia di una pulsione quasi gregaria oppure la voglia, fine a se stessa, di amare e essere amato da quella massa popolare liquida come un qualcosa di innato da ordinare, riordinare e da cui essere ordinati o in ultimo da distruggere come un Dio (ti piacerebbe?).

Non si neghi che proprio dalla massa nasce l’esigenza del conflitto per dominare e tornare all’inizio come in un qualcosa di ciclico; pertanto con questa semplice proporzione forse riesco a annunciare ciò di cui vorrei parlare: la massa:poesia = il poeta:gioco

Ad oggi un qualcosa di simile si riesce a accostare a questa semplice uguaglianza: la poesia è un gioco da condividere con la massa. E il poeta? Diventa l’azzardo. Ora vediamo gli effetti possibili dello strappo in questo mondo che tra qualche milione di anni sarà esploso con tutta l’umanità, libri al seguito, fibre ottiche e bande larghe. Ecco a voi il Poetry Slam, che fa del linguaggio pura comunicazione in un mondo standardizzato, omologato e sognatore di una torre poetica di Babele cinese da dominare.

Il Poetry Slam

Non potevano che essere gli yankee nel 1986 negli Stati Uniti a rispolverare attività poetiche vocali e giocose vecchie di millenni grazie all’intuizione di Marc Kelly Smith con lo scopo di permettere ai poeti di leggere a voce alta i propri testi e quindi farsi conoscere come delle sexy star, in barba alle barriere dell’editoria e della critica. In Italia l’import-poet è stato Lello Voce nel 2001. Il divertimento sta proprio nel fatto che non lo si può banalmente ridurre a un piccolo capitolato di regolette da seguire; i testi devono essere dello stesso poeta che si deve esibire senza musica, oggetti di scena o altro, la giuria giudicante deve essere estratta rigorosamente a sorte dal pubblico, il tempo di lettura non deve superare tre minuti etc. Le altre regole potete trovarle nel mondo di “gugl”.

L’aspetto condiviso nel tempo sta soprattutto nelle finalità: 1) creare e ricostruire una comunità in cui il poeta, la poesia, il pubblico, la giuria e l’MC (Master of Ceremony o conduttore della gara) diventano un tutt’uno; 2) ricostruire (o distruggere, se ce n’è bisogno) e favorire lo spirito critico, il senso di responsabilità e altri aspetti psichiatrici dell’umanità; 3) resuscitare con il defibrillatore l’entusiasmo defunto verso l’arte delle arti: la poesssia (scritta con tre S in onore alla trinità divina).

Per quanto riguarda questa esperienza pluriannuale (e l’ho detto anche in altre occasioni) mi ha trasmesso il valore “comunitario, di vicinanza a tratti liturgica col mondo” (non con la gentaglia, che qualche volta negli slam puoi trovarti, sia ben chiaro). In effetti è proprio quando prevale la Parola, la Poesia, il Pubblico o il Maestro di Cerimonia che il gioco perde la funzione di cenacolo e poi ci si accorgerà magicamente che con lo Slam il dialogo che si instaura tra le varie componenti diventa democrazia (prova a dire a un poeta che il suo testo fa schifo e te ne accorgerai, o meglio pagherai le conseguenze trovando la serratura di casa tua ostruita da colle, emoderivati e altri liquidi organici).

Il turbo reattore di tutto questo è lo spirito competitivo più puro e ancestrale, in una parola olimpionico, non “dopatico” come succede anche nel lancio dei coriandoli contro vento.

Altri aspetti riguardano constatazioni venute fuori nei dibattiti (prima da bar ma ora universitari) come se fossimo di fronte a un movimento oppure alla nascita pirotecnica e seborroica di un nuovo genere letterario. Nulla di tutto questo, almeno sino ad oggi; lo Slam non ha questo ruolo o pretesa (almeno credo io). Ma ora veniamo ai partecipanti agli slam. Troviamo di tutto. Il poeta tradizionale che vedendo accanto a sé gareggiare un tizio con una canna in mano, o un cabarettista o uno che emette rutti al posto di parole potrebbe prendersela molto, e fuggire a gambe levate denunciando l’amico che lo ha coinvolto (almeno dicono sempre che sono stati coinvolti da…); eppure sarebbe riduttivo. Ci sono buoni poeti e pessimi poeti, ci sono quelli che scrivono cose orribili ma che attraverso la performance anche cabarettistica riescono ad avere più consenso di quelli che hanno testi invidiabili (riconosciuti anche dalla nobile critica letteraria tradizionale) ma che non riescono ad accattivarsi il pubblico. Infine ci sono quelli alti, belli, bravi che sanno sia scrivere ottime poesie sia leggerle magistralmente ad alta voce e che alla fine degli Slam come le rock star più famose escono sottobraccio dal locale, teatro, libreria o altro infimo luogo con la tipa più figa del mondo. Poi ci sono gli scontri: meglio i poeti muti tradizionali o quelli loquaci, orali e vocali? Chi ce l’ha più duro? Si dovrebbe sostenere con onestà che la poesia scritta e quella orale non debbano necessariamente incontrarsi e sostituirsi l’una all’altra; semmai i barbuti saggi del tempio di Gerusalemme dovrebbero dichiarare apertamente una resa incondizionata da ambo le parti ma paritaria. Entrambi sono strumenti completamente diversi che possono veicolare gli stessi messaggi. Il poetry slam è un’opportunità di poesia, una sorta di Cristo che ha cambiato la Città del Mondo.

Infine vorrei spendere qualche parola sul ruolo del conduttore (in gergo, come avrete capito, MC) quello che definisco il Pippon Baudo della poesia. Negli Slam cui ho partecipato e assistito ho apprezzato gli Mce che non lasciano traccia del proprio sé ma che sono giusti e imparziali e applicano il regolamento senza fare troppo i buffoni.

Non dimentichiamoci che lo Slam è una gara e che la comunità resta coesa se ci sono regole anche nel caos. E poi, a vincere è sì la poesia ma soprattutto il poeta che tuttavia ormai partecipa spesso per fare anche il vantone su Facebook con una birra in mano senza sapere neppure chi è Dante Alighieri. Diffidate da coloro che ripetono il contrario come robot e guardateli in faccia quando si prendono un quattro dalla giuria. Oppure quando si presentano sul palco come fossero papabili Miss Italia. Il primo a rispettare lo Slam deve essere il poeta e soprattutto meritare quest’appellativo proprio perchè si chiama POETRY (poesia) Slam.

Ricordo quando ho organizzato il primo poetry slam ufficiale in Abruzzo ormai nel lontano 2010. Ricevetti molte telefonate in cui gli aspiranti concorrenti si preoccupavano di raccomandare sé stessi e le loro dannate poesie per vincere quell’orgasmo misto tra parole e novità che appariva loro come un concorso tradizionale. Oppure ricordo ultimamente la poetessa del pisello che mi biasimava sostenendo che gli autori che pubblicano non devono esporsi in questo genere di “cose” perché ne varrebbe la reputazione (dell’ignobile) casa editrice (a pagamento ) che ha creduto nella persona. Vai a dirlo alle grandi case editrici che ora chiedono espressamente ai loro autori di leggere perlomeno ad alta voce i propri testi. Oppure dillo a chi assegna un Nobel a un menestrello, poeta, musico, a tratti slammer comunitario di folle e follie: Bob Dylan. Il mondo è cambiato. Forse anche la poesia e tutto questo grazie (un pochino) al Poetry Slam. Forse il mondo è ora così grazie alla Cina.

Tutta colpa dei cinesi? MA NO! Tutta colpa dei poeti.

Dimitri Ruggeri

Info su Dimitri Ruggeri: www.dimitriruggeri.com

info sul poetry slam in Abruzzo: www.poetryslamabruzzo.wordpress.com

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