Digressioni cialentiane

(Il ritratto di Massimo Cialente, esposto ai portici. Uno dei tredici volti inseriti nella mostra, realizzata per il decennale, «RICORDO. MEMORIA. FUTURO.» di Riccardo Grillo)

Poche disordinate notazioni sul poco riuscito testo di Massimo Cialente, L’Aquila 2009. Una lezione mancata (a cura di Antonella Calcagni), Castelvecchi 2019

Nel novero della diffusa produzione di testi analisi ricostruzioni recriminazioni spettacoli avutasi nel frangente della ricorrenza del decennale del sisma dell’Aquila è da iscriversi di diritto una narrazione di colui che di quella città capoluogo è stato sindaco, dal 2007 al 2017. Invero, l’uscita di queste memorie –  presentate nella sede dell’associazione dei costruttori edili aquilani, a fine marzo – pare essere passata in sordina, e la versione di Cialente, sul terremoto e su quel che dopo è accaduto, sull’Aquila di una volta e le speranze e i timori per quel che diventerà, non sembra aver suscitato una grande eco. Al contrario. Le ragioni di questa accoglienza sono diverse e probabilmente non estranee al giudizio che la stessa città ha formulato in margine alla chiusura del suo ciclo amministrativo, ad onta di quel che il protagonista parrebbe ritenere sia il giudizio della comunità sul suo decennio da “sire”.

Il testo è intriso di vittimismo, espressione non solo umana e personale ma persino formulata, parrebbe di capire, quale figura esponenziale della collettività, e a suo nome. Se è comprensibile che le prove e le difficoltà, dinanzi ad un terremoto che ha fatto, di un capoluogo di regione, una località «seriamente danneggiata» (così, lucidissimo, nella decennale ricorrenza, il professor Raffaele Colapietra, a Newstown), siano state e appaiano formidabili e straordinarie agli occhi dei protagonisti, nondimeno una certa visione aquiloreferenziata e recriminatoria delle vicende emerge piuttosto evidente, e spesso deborda. Se è ovvio e scontato che un libro di memorie sia e debba per forza di cose essere autocentrato, ci sono diversi modi per sublimare i messaggi, le letture esemplari, che pure nel testo, in particolare alla sua conclusione, si tenta di far passare (la prevenzione, la messa in sicurezza, la necessità di una legislazione e di una preparazione organiche per l’emergenza; persino i passaggi sulle disfunzioni della giustizia: tutte cose naturalmente apprezzabili, almeno in astratto; anche se ci saremmo risparmiati, fossimo stati nell’estensore del libro, lo scivoloso passaggio su Rigopiano e sulla carta di localizzazione dei pericoli di valanga).

La scòrsa del testo, a questo riguardo, è una ecolalìa che colpisce per la sua caratteristica di permeazione di tutte le vicende analizzate: «poche testate hanno raccontato L’Aquila con un minimo di obiettività» (p. 61); «tutto quello che non andava bene era colpa dell’Amministrazione comunale, tutto ciò che andava bene era merito della Protezione civile» (p. 69); «non contavamo nulla, eravamo solo destinati a gestire l’emergenza abitativa e a fare da parafulmini allo scontento della popolazione» (p. 86); «non era rivalità politica, era odio. Venivo così ripagato di tutte le mie fatiche: ero odiato […] mi ero letteralmente ammazzato per la città, avevo combattuto tutte le battaglie, avevo cercato di creare norme sempre più stringenti e di moralizzare al massimo la ricostruzione, ora era visto come un colpevole o, nel migliore dei casi, un utile idiota» (pp. 115-116). E così via.

La riduzione e la sussunzione di molte questioni alla sola prospettiva del dissidio municipale caratterizzante un centro di sessantamila anime è piuttosto alienante, per il lettore estraneo ai riti di Sant’Agnese, e persino per le ben modeste sinapsi provinciali di chi oggi scrive (ammaestramento siloniano non considerato: il provincialismo è una forma di incoscienza). In questo, il testo è paradigmatico della più generale scarsa – nulla, si potrebbe dire – autocritica condotta dal ceto dirigente aquilano in questi anni, sul proprio operato, sulla sua appropriatezza ad affrontare certi perigli, che regolarmente viene ribaltata e stornata in critica verso lo Stato centrale e la parte politica avversa (ma a L’Aquila parti politiche realmente concorrenti ci pare non ne esistano, essendo tutto emanazione dello stesso circuito arcivescovile e massonico-edilizio che sincretisticamente regge i destini di quel luogo).

Il libro si apre con la ostentazione di una sorprendente sollecitudine di Cialente, verso gli studenti e le scuole, che rimonterebbe all’epoca dello sciame sismico iniziato nel dicembre 2008. Lunare esordio, con la descrizione di quella preoccupazione per la sicurezza delle strutture scolastiche, e in particolare per la De Amicis, uno degli edifici storici aquilani, sito di fronte al teatro comunale, che le vicende successive – e di quella scuola e della complessiva situazione dell’edilizia scolastica che oggi possiamo ammirare – parrebbero non avvalorare, almeno non nella forma (auto)accreditata dall’interessato. Con l’aggravante, esplicitata nel racconto, della concessione dei sotterranei di quella scuola, da egli stesso a suo tempo frequentata, al suo amico ‘ricercatore’ Giuliani, che tanti fatti – non ancora esattamente metabolizzati – ha determinato. La stessa allegazione, al termine di questo libro di memorie, di una lettera – tipicamente cialentiana per evanescenza – sulla vicenda del liceo Cotugno ci rafforza in questa nostra opinione. D’altronde è lo stesso ex primo cittadino a dire, nel suo bilancio finale che «dopo dieci anni non siamo riusciti a ricostruire neanche le scuole”» (p. 148). La responsabilità di ciò è algidamente caricata al sistema Italia, naturalmente.

Ci sono poi degli autentici must di Cialente, che l’occasione del decennale ha provveduto a far ricacciare, come le imbottite e i ricami per il passaggio della processione nei paesi.

Con una certa insistenza (pp. 43-50) Cialente si diffonde sull’ordinanza spoglia L’Aquila del 4 maggio 2009, testo mai diffuso o spiegato, neppure per sommi capi, da alcun altro che non fosse lo stesso Cialente, Con questo libro apprendiamo che il disposto di questo provvedimento – il trasferimento nelle città vicine di tutti gli uffici pubblici e le funzioni della Città – in itinere, glielo lesse al telefono un dirigente comunale, ed egli diligentemente lo trascrisse su un fazzoletto, per poi portarlo al tavolo dove era in corso una riunione alla Di.Coma.C.. Speriamo che prima o poi qualcuno mostri quel fazzoletto o, meglio, la bozza di quella ordinanza con il numero saltato, e che a dire dell’allora primo cittadino avrebbe comportato la fine dell’Aquila, giacché ci risulta difficile credere fosse concepito nei termini dal primo cittadino asseritamente censurati. Qui la narrazione, come in molti interventi di Cialente negli anni sui temi di interesse, si mostra piuttosto incongrua, e non solo perché deporrebbe a palese sfavore dell’intelligenza delle figure istituzionali e delle altre persone coinvolte; è lo stesso Cialente, che, in tale frangente, arriva a comunicare ai suoi contraddittori un poco amicale ‘vi ammazzano. Andatevene subito’ che è una minaccia di danno grave ed ingiusto, nel caso non si ritiri quell’ordinanza (fatto di per sé riprovevole, a prescindere dalla giustezza delle pretensioni di chi la pronuncia, una simile proposizione; e della quale non bisognerebbe menar vanto) ma poche pagine più avanti scrive di «Letta, che era l’unica garanzia che avevo» (p.88) e della «onestà, unita a grande rigore e severità» (p. 85) di Bertolaso; cosicché risulta difficile comprendere chi gli stesse tirando – a suo dire – il trascurabile scherzo di cancellare l’Aquila dalla geografia politica e amministrativa degli Abruzzi: lo stava forse apprestando Gianni Chiodi da solo? Magari quello stesso Chiodi che gratifica con l’espressione: «era sempre stata inutile la Regione Abruzzo in quegli anni» (p. 105) e con il quale solo pochi giorni fa ha ritirato sorridente un riconoscimento del Consiglio regionale per l’azione dispiegata in occasione dell’emergenza?

Questa drammatica riunione (narrataci in un capitolo sobriamente intitolato ‘la notte dei lunghi coltelli’) ci permette anche di analizzare uno strano fenomeno di rimozione, dalla memoria sociale collettiva del sisma, della struttura che più di tutte, certamente più del Comune dell’Aquila, ha inciso nell’emergenza ovvero la Direzione di Comando e Controllo insediatasi il 6 aprile presso la scuola degli allievi sottufficiali della Guardia di Finanza. Dalle memorie dei protagonisti di un accadimento, che lo hanno vissuto dal di dentro, ci si attende(rebbe) un disvelamento dei meccanismi di potere, dei gangli operativi, del funzionamento di una simile macchina complessa: ma nel libro quella struttura onnipotente, la Di.Coma.C. non viene mai evocata con il proprio nome, e nel testo viene curiosamente derubricata, come nel caso del 5 maggio 2009 ampiamente trattato, in un’entità che si riunisce la mattina e la sera, e dove egli, sindaco, siede accanto al Commissario delegato per l’emergenza Bertolaso. Un po’ poco, per quelli come noi, appassionati di strutture e sovrastrutture; e che appare come un tentativo di celare lo scarto che si ebbe, nell’assunzione delle decisioni e del dispiegamento dell’azione, tra la potenza di fuoco del Dipartimento e la – per forza di cose – scassatissima macchina comunale: d’altronde, non si può scrivere un libro di memorie su un avvenimento per descrivere che si è stati tenuti ai margini! Le riunioni con Bertolaso diventano quindi dei ‘briefing’ (pp. 71-72; p. 109) e l’asimmetria di potere magicamente evapora. In molti libri di memorie, il non detto, il taciuto e il camuffato sono più importanti del dettato.

Nondimeno, in tutto il testo emerge un concetto cialentiano dei meccanismi di adozione delle decisioni e dei processi amministrativi che, ove fossero (stati) effettivamente per quel che il primo cittadino descrive, configurerebbero la fattispecie che in diritto amministrativo è detta sviamento di potere. A titolo di esempio, in sole quattro pagine, per quel che abbiamo avuto modo di comprendere: Cialente va ad una trasmissione televisiva di Bruno Vespa – dove non avrebbe voluto presenziare: ad onor del vero quasi mai Cialente avrebbe voluto presenziare a qualcosa ma quasi sempre poi ha finito per andare – «a fare la foglia di fico, in cambio di alcuni provvedimenti da inserire in una Opcm di cui avevo bisogno per la città» (p. 60); nel corso della stessa trasmissione televisiva, invece di esprimere il dissenso che ci dice di aver maturato per lo spettacolo dipanatosi sotto i riflettori davanti ai suoi occhi, pronunzia la frase «d’ora in poi dobbiamo salvare L’Aquila, e voglio più lealtà e impegno» fissando negli occhi non la telecamera ma il Presidente del Consiglio Berlusconi; ed apprendiamo che «Silvio Berlusconi avrà mille difetti, ma è leale. Quel patto firmato con gli occhi con me ha cercato di rispettarlo» (p. 61) [Quindi, neppure Berlusconi parrebbe essere tra i sospetti del tentativo di spoliazione degli uffici da L’Aquila]. Appena più avanti nel tempo, ad agosto 2009, Cialente chiude una trattativa – diciamo così – con Bertolaso, in corridoio alla non nominata Di.Coma.C.: il dialogo è da brividi (p. 63):

“Senti, Massimo, va bene. Vi diamo i 1.114 Map che chiede D’Innocenzo, ma tu mi concedi subito le aree per realizzare altri 800 alloggi del Case. Subito, senza lungaggini e polemiche. Prendere o lasciare”.

  • “Prendo subito”. 

Pronta per Hollywood, una simile sceneggiatura!

Non meno lisergica la narrazione sulla famosa occupazione dell’autostrada, l’anno successivo, il 16 giugno 2010. «Concordammo tutto riservatamente in prefettura, con ripetute riunioni. Pianificammo l’azione con la dottoressa Giuseppina Terenzi, con il prefetto e con il questore. Ci stavamo assumendo un’enorme responsabilità. Stabilimmo i tempi e ci impegnammo personalmente a rispettarli. Da parte loro, i manifestanti furono corretti. Ancora una volta la popolazione dava prova di responsabilità e serietà». Segue una narrazione grottesca, con il responsabile della Digos che rileva: ‘Sindaco, siamo in anticipo’, e lui, Cialente: «mi dovetti inventare una scusa, un comizio volante» (p. 81). E dire che c’è qualcuno a L’Aquila che è convinto di aver partecipato ad una vera manifestazione di protesta, in quell’occasione…

Si sposta il G8 a L’Aquila. Cialente è scettico, naturalmente, ma capisce «che tutto era ormai stato già deciso […] A quel punto trattai sulle nostre priorità, che non dovevano essere trascurate, e affrontai con lui [Bertolaso] il problema della sicurezza, dei possibili disordini e scontri» (p.72). Addirittura, si fa parte diligente verso alcuni degli organizzatori delle manifestazioni di protesta degli antagonisti: «spiegai loro la situazione complicata che stavamo vivendo e li pregai di non coinvolgere la città e i cittadini delle tendopoli. Gli aquilani che avessero voluto contestare il G8 li avrebbero raggiunti comunque. Devo dire che furono correttissimi. Svolsero il loro corteo nella periferia est, senza che accadesse nulla. Rispettarono il nostro dolore» (p. 73). Che mito!

A pagina 91, al telefono, Cialente dice a Mario Monti, neo Presidente del Consiglio, di inviargli Fabrizio Barca. Nel libro, De Bernardinis (De Bernardinis!) viene reiteratamente chiamato ‘Chicco’: e sembra quasi che parli di un cugino!

Questo, per dire del climax della narrazione, in tema di funzionamento della macchina pubblica. Che in chiusura di libro Cialente battezza con una sentenza che non ammette requie: «neanche ai massimi livelli le istituzioni lavorano con efficacia ed efficienza» (p. 150). Forse è quella storia della volpe e dell’uva: Bersani gli dice nel 2012: «sappi che se non ti ricandidi, io sto cercando persone per fare il Governo e prenderò profili come il tuo» (pp. 94-95). Abbiamo dunque rischiato di ritrovarcelo ministro della Repubblica!

***

Cialente crede persino di intravedere la prossima rinunzia al soglio pontificio di Benedetto XVI (titolo del paragrafo: ‘lo sguardo dolce del Papa’) ma su altre vicende cade inopinatamente dal pero: «mi sono sempre chiesto come nacque ‘la vicenda delle carriole’» (p. 76). Oddio, la Protezione civile lo aveva, bontà sua, avvertito, che ad una prima fase di torpore sarebbe subentrata quella «della rabbia e della protesta» ma insomma…

Sui suoi concittadini – alcuni, soprattutto aventi il terribile stigma di non andargli a genio – non le manda a dire. Sul tendone dell’Assemblea cittadina in piazza Duomo il Nostro è piuttosto tranchant, giudicando quell’esperienza guastata da «politici mancati, frustrati, eterni lacché» nonché «veri fiancheggiatori del Governo e del commissario Chiodi» (p. 76). Ce n’è anche per i morti, nel caso di specie Peppe Vespa, che pubblicava «un giornaletto distribuito gratuitamente [che] ogni giorno inventava false notizie» (p. 114). Scusalo, Peppe, da dove sei!

Meriterebbe una trattazione a parte il capitolo sulle new town, dove Cialente, che nel corso degli anni ha detto e fatto e scritto, sul tema, tutto ed il contrario di tutto, continua sostanzialmente a non farsi comprendere. Come ci siamo modestamente permessi di sostenere negli anni e sino al decennale, il primo passaggio per ristabilire delle verità storiche sarebbe quello di farci comprendere cosa abbia egli scritto, quale sindaco dell’Aquila, nel suo parere sulla localizzazione del Progetto C.A.S.E. del 9 maggio 2009, citato nel decreto fondativo di quell’immane intervento urbanistico-edilizio. Non lo ha mai fatto e non lo farà mai, temiamo. Anche se non vincolante, quel testo di parere – che presumiamo di due righe – spiegherebbe diverse cose, e farebbe giustizia di molte parole successive. Di questo tema abbiamo scritto e diffusamente parlato sul blog “Mafie” di Attilio Bolzoni ( intervento 1 e intervento 2e in un incontro pubblico (La leggenda del Progetto C.A.S.E. ovvero appunti non tassonomici per una sua storia futuribile. Localizzazione e realizzazione: fonti, immaginario, visioni e versioni) tenutosi nell’ambito di “Fatti di MEMORIA” il 30 marzo scorso, a L’Aquila.

Sui processi innescatisi con il dopo sisma, poco o nulla, se non le solite accuse generiche e indimostrate agli avversari: «in occasione della conferenza dei servizi per far partire il Progetto Case, difatti, la Regione frappose mille difficoltà. Credo perché venivano colpiti grossi interessi fondiarii di aree sulle quali, prima del sisma, il centrodestra aveva programmato grandi interventi immobiliari» (pp. 63-64). Bah! Egli ci dice che: «credevo in un altro modello di ricostruzione, una ricostruzione che potesse essere affidata ai cittadini, liberi di scegliere l’impresa e il progettista» (p. 95) ma nel testo non si rinviene un solo accenno alle molte decine – centinaia – di incarichi cumulati da pochi professionisti….

***

La finiamo qui: come si potrà arguire, questo libro di Cialente proprio non ci è piaciuto. Non sarà su questo testo che si potrà fondare la ricostruzione della storia di questi anni, ammesso che questa storia possa ad arrivare ad interessare qualcuno.

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