Decennale, centenario e plebeismo culturale – Le fanfaluche del Fucino

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Speciale L'Aquila 2009-2019

Questa è una Sezione speciale creata per il decennale del sisma del 2009: stiamo ripubblicando gli articoli e tutto il materiale realizzato o pubblicato- esattamente 10 anni fa – da site.it durante l’emergenza aquilana.

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Decennale, centenario e plebeismo culturale – Le fanfaluche del Fucino

La recente ricorrenza del decennale del terremoto aquilano ha visto una notevole mole di iniziative tese a solennizzare l’infausto accadimento. Non essendo trascorse le tre generazioni che la scienza riteneva (oggi, forse, non è più esattamente così) debbano avvicendarsi affinché scompaia, dal ricordo sociale, la cosiddetta memoria comune dei disastri, la comprensibile ansia di rievocare le rispettive esperienze personali ha avuto la meglio sui tentativi di “fare storia” (cosa in effetti molto complicata, a dieci anni dai fatti: oggettivamente, un lasso troppo breve) e di elaborazione dei fenomeni occorsi e tuttora correnti sul Territorio in conseguenza di quell’evento. Persino il “fare politica” – in senso più alto o meno nobile – si è rivelato piuttosto complicato, sebbene il frangente si prestasse.

Al contrario del Centenario marsicano – dove le tre generazioni si erano ampiamente succedute, dal cataclisma, e dunque le testimonianze dirette non potevano dispiegarsi, se non sotto forma di reminiscenza e di sentito dire; o riprese da scritti coevi che in qualche modo avevano in sé il carattere mediato, con il portato dell’interiorizzazione e dell’alterità che la scrittura inevitabilmente determina – a L’Aquila e nella Valle dell’Aterno abbiamo assistito ad un profluvio di narrazioni, speculazioni, descrizioni di carattere personale ed intimo, con l’inevitabile comprensibile considerazione sintetizzata dal «chi non c’era non può capire» pronunziata immancabilmente dagli esponenti. Inevitabile.

Senza indugiare sul complicato rapporto intercorrente tra la memoria del singolo (che in quanto tale è sempre particolare, unica e irripetibile) e lo studio dei fatti e la loro sistematizzazione in una connessione che è poi il prodotto della storia delle collettività umane, è indubbio che il complessivo riflesso nazionale e locale a tornare sui luoghi e sul tema del terremoto del 2009 sia di per se stesso un’attività degli uomini suscettibile essa stessa di ampio studio – quale fonte sociologica della storia futura –; e che, proprio per questo, l’amplissima produzione di interventi sul 6 aprile necessiterebbe di una assimilazione, quale portato del contesto, quale riflesso della condizione della società, ivi inclusi i suoi luoghi oscuri o mal tenuti.

In un memorabile testo di qualche anno fa di Tzevan Todorov (Gli abusi della memoria), leggiamo:

«[…] non è il caso di erigere un culto della memoria per la memoria; sacralizzare la memoria è un’altra maniera per renderla sterile. Una volta ristabilito il passato, ci si deve interrogare: in quale maniera ce ne serviremo e a quale scopo? […]»

espressione che ci pone dinanzi alla questione di cosa fare, della visione di un insieme di eventi uniti da un nesso causale o da delle relazioni di tempo e di spazio; dell’effettiva utilità del fermarsi a riflettere in occasione di determinati anniversari. Sotto tale profilo, la rievocazione aquilana appena conclusasi è suscettibile di giudizi assai diversificati, ben sintetizzati dalla distonia mostrata da un professore di storia, Raffaele Colapietra, che ha definito la sua città, L’Aquila, «seriamente danneggiata» dal sisma del 6 aprile nel mentre l’attuale responsabile del Dipartimento di Protezione Civile, Borrelli, utilizza ancor oggi, per quello stesso evento, il termine «scossa catastrofica» [concetto quest’ultimo che evoca, anche per la storia della sismologia /non è benaltrismo / dinamiche quali Messina, 1908] ma più in generale è stato il discorso pubblico a suscitare notevoli perplessità, per la sua dispersione, per la digressione verso profili meramente sentimentali di memoria esplicita (quando non di elementi becero-identitari). E non solo nel capoluogo.

Nell’ultimo decennio quattro emergenze – tra le altre – hanno flagellato l’Appennino, e da noi, come accennato, tra L’Aquila-Emilia e Amatrice-Norcia, abbiamo avuto modo, ogni centro a suo modo (ovvero infelicemente; o con sciatteria, in molti frangenti), di ritornare sugli accadimenti di cento anni or sono (quelli sì, per alcuni luoghi, catastrofici: gli undicesimi gradi di Avezzano, Gioia dei Marsi e San Benedetto, intorno al Fucino; e di Cappelle). Ebbene, questi dieci anni sembrano averci insegnato poco, sia per i rischi immanenti che le nostre zone presentano sia nell’ottica, alla Todorov, della fungibilità del passato ristabilito per uno scopo che non sia sterile, autoreferenziale, di retorica tronfia o autoconsolatoria.

Ad onor del vero, per quanto le fonti di archivio e la pubblicistica e le conoscenze apportate dalla scienza siano, per il 13 gennaio 1915, di notevoli dimensioni e rilievo, l’attività di ristabilire il passato è ben lungi dal concludersi; e non solo perché la conoscenza storica è quella che Renzo De Felice definiva «una acquisizione continua». Al Fucino, fatte salve le meritorie iniziative di alcune istanze statali (INGV, Soprintendenze, talune facoltà universitarie [ma non quelle umanistiche, curiosamente]) i contorni della storia sugli accadimenti di quello che è stato giustamente ribattezzato terremoto infinito – come pure la storia civile del Territorio nell’età moderna – sono tutt’altro che definiti; e continuamente preda di un bizzarro morbo strapaesano, in virtù del quale, come il mito di Sisifo, ogni tassello di conoscenza rigorosa che viene apportato finisce immancabilmente per rotolare giù dalla montagna, nel pantano del racconto apocrifo, e mai si riesce ad ascendere alla vetta per avere più chiara la visione di quel che fu, per quel che si può, del nostro essere (stati) comunità. Più che un passato esistono delle versioni leggendarie – e confuse – dello stesso, miscelate alle memorie degli avi, a diffuse zone grigie, alle sagre di rimpiazzo.

Tra i fenomeni deteriori che in questo periodo abbiamo avuto modo di registrare, nell’ottica appena descritta, e con riverberi che non coinvolgono soltanto l’acribia storica ma che, in potenza, sono suscettibili di influenzare le nostre determinazioni presenti e future, sono le propalazioni con le quali alcuni studiosi tanto improvvisati quanto inconsapevoli hanno fatto intendere, ad esempio, che Raffaele Bendandi (un signore che wikipedia definisce, peraltro benevolmente, «pseudoscienziato») avesse previsto il terremoto del 13 gennaio 1915. A queste incredibili affermazioni – che ci auguriamo di aver male compreso – si è proprio in questo torno di tempo aggiunto chi invece ha scritto / senza quel presidio di riserva e prudenza che dovrebbe portare ad avvertire il lettore che ci si trova nel campo dell’aneddotica asistematica, e che non vi sono evidenze riscontrate e scientifiche che avvalorino il racconto (e allora perché farlo?) / che analoga predizione sarebbe stata formulata nientemeno che da un frate delle Cese di Avezzano, ancora egli imberbe (che però, particolare curioso, non salvò le proprie sorelle dalla morte; e nemmeno se stesso a quanto pare, essendo occorso l’aiuto di uno sconosciuto per trarlo in salvo; sconosciuto, rimasto tale, la cui effigie molti anni dopo il ragazzo, divenuto frate, avrebbe riconosciuto in quella del Volto santo di Manoppello. Nientemeno). La predizione è fissata al giorno prima del terribile terremoto che cambiò per sempre le sorti della Marsica e pazienza che tale giorno, dell’annunzio ai suoi compagni di scuola, sia indicato nel 14 gennaio 1915 (tanto per dire: della cura con la quale si redigono questi scritti).

A noi, più modestamente, molti anni fa, il nostro bisnonno raccontò, con dovizia di particolari ma senza attestazione di fonte e pretese di veridicità, la storia del serpentone di Prezuoro, di un enorme animale cioè che si sarebbe aggirato tra gli alberi di quella contrada di Pescina; quasi mezzo secolo dopo, è forte il sospetto che il narratore, analfabeta e senza pretesa di parlare ad una collettività o di essere accreditato quale operatore dell’informazione, insistesse su quell’essere viscido, oltre che per intrattenerci, per far sì che ci dirigessimo al campo sportivo sottostante, e non deviassimo verso la detta contrada, il cui incrocio si trovava sulla strada, correndo il rischio magari di farci del male, salendo sulle piante o Dio sa cosa.

Oggi, chi pure ha studiato, diffonde storie intrise di pensiero magico e credenza devozionale, e certo non con lo spirito del bisnonno; quale che sia la motivazione profonda che spinge a chiudere e ostendere tali narrazioni – che nel XXI° secolo non dovrebbero trovare sponda, in specie in una zona contrassegnata da altissima sismicità come la nostra – si resta stupefatti di come cotanti Tolstoj marsicani non si pongano il problema di quale albergo queste loro creazioni potrebbero incontrare negli animi e nelle menti meno strutturate al pensiero logico e razionale, meno aduse al metodo cartesiano; o, semplicemente, inclini a dare ascolto a chi pretende di fare cultura, a chi scrive per un giornale, a chi ha il patrocinio di un municipio, agisce con il timbro e sotto l’egida di associazioni caritatevoli. Come ragionare di prevenzione, dopo simili discorsi?

Sostenere che oltre cento anni fa si potessero prevedere i terremoti (quando l’unico caso di predizione discusso in ambito internazionale, quello di Haicheng, Cina, è del 1975, e assai controverso), magari in forza di poco congruenti teorie, studi fisici di elementi e materie, visioni mistiche, non può che condurre, nel presente framing, ad alimentare il grande fiume della cospirazione, del complottismo e, infine, della rassegnazione fideistica. Se facciamo passare il dubbio che un secolo fa qualcuno potesse essere a giorno, prima che avvenisse, della tragedia che si sarebbe abbattuta sull’Italia centrale, è facile che oggi io possa sospettare, anche in virtù dello straordinario progresso delle conoscenze nel frattempo verificatosi, che il sei aprile – o Amatrice – mi siano stati sottaciuti, per chissà quali biechi interessi. Servizi segreti, costruttori, sostenitori della sostituzione etnica, terroristi musulmani, ecc. ecc..

Se, apparentemente, il fenomeno di queste “storie” (che con egual metodo e spirito critico vengono diffuse anche sul medioevo, sul prosciugamento del lago, su Torlonia, ecc.) potrebbe – come avviene – rubricarsi alla voce ‘folclore locale’ (ma folclore non è; trattasi di fisime) il loro impatto non è dunque da sottovalutarsi: basti, in occasione del decennale, osservare quali effetti perversi abbia prodotto, nel corso dell’emergenza aquilana, l’azione di alcuni ‘ricercatori’ fai-da-te, per comprendere quali danni possa comportare un certo approccio dozzinale alle questioni di scienza e di tutela dell’incolumità, portato avanti da chi scienziato o operatore dell’informazione non è ma pretende di esserlo. Di chi fa della Storia il campo dove sfogare la propria immaginazione frustrata o esternare un malinteso senso religioso.

Non meno pesanti, visti retrospettivamente – per quanto sostanzialmente ignorati e affogati nel mare delle rievocazioni autoincensanti e autoassolutorie di chi scrisse – appaiono gli esiziali errori di comunicazione commessi dagli organi di stampa, alcuni dei quali hanno fatto da apripista a quel dannato 6 aprile, in un misto di scarsa comprensione dei fenomeni (lo sciame sismico iniziato a dicembre 2008), difficoltà di approccio a temi complessi, scorciatoia per il titolo facile e rassicurante, (in qualche caso) vero e proprio fancazzismo. Cosicché doppia è la responsabilità di chi si incarica, oggi – dai siti internet (diffusori di quella che un noto politologo ha definito «finta acculturazione democratica della rete») e da pulpiti non più presidiati da buonsenso e misura – di popolare di fanfaluche il nostro orizzonte paesano, a corollario delle notizie di un vivere quotidiano che sempre più imbarbarisce, acconciato con simili ricordi mistificati.

Siamo messi così, nel 2019.

TRATTO DA:

Il Martello del Fucino 2019-2 – SCARICA QUI IL PDF

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