Decadenza della politica, senza rispetto e responsabilità viene meno il rapporto con la verità

Avezzano – Quali sono le ragioni profonde che spingono una persona a iscriversi a un partito, una comunità, dove la militanza viene sempre più spesso vissuta come affermazione della propria identità personale oltre che politica?

La questione dell’identità è importante, perché essa serve a definire noi stessi rispetto al mondo e ci fornisce gli strumenti per interpretare la realtà circostante. Ci permette di sviluppare gli anticorpi per crescere e fortificarci, per essere più solidi e resistenti.

L’identità però, non può essere una clava da brandire contro chi non ci è affine solo perché cresciuto sulla base di valori diversi. Non è forse la diversità che caratterizza l’unicità della persona? Non è forse la capacità di accogliere l’altro, che testimonia la forza delle proprie convinzioni?

Non è forse l’immenso valore del confronto tra diversi, che fa maturare e crescere una comunità politica? L’identità politica, non può essere qualcosa da registrare agli atti o enunciare all’occorrenza, l’identità politica deve essere traduzione visibile nell’agire quotidiano con atti concreti attraverso scelte chiare, responsabili e rispettose delle idee altrui.  

Valori universali come il rispetto e la responsabilità, sono sempre più marginali rispetto all’agire di una politica avvitata verso un decadente nichilismo barbarico, in discesa folle verso un autismo dialettico in cui ogni genere di relazione interpersonale è compromessa ed inquinata dal personalismo e da una sorta di sindrome di Dio che attanaglia molti rappresentanti delle istituzioni.

Il rispetto non è ossequio, deferenza, riverenza; ma al contrario è attenzione, riguardo, considerazione per le persone, le istituzioni e le cose. “I care … mi riguarda…” diceva Don Milani, che ha parlato di rispetto come prima categoria di ogni forma di educazione, che non può essere insegnata, ma si apprende con l’esempio, l’imitazione, l’identificazione.

Si tratta semplicemente buona educazione, di gentilezza. Il rispetto dipende essenzialmente da ciò che ognuno di noi ha ricevuto dagli altri. Se tu sei stato rispettato nella tua entità di persona, tu rispetterai le persone, ma anche le Istituzioni e le cose.

Se hai ricevuto rispetto nelle forme giuste, riuscirai a darlo correttamente, al contrario, lo impari solo come una lezione scolastica, che non è la stessa cosa perché rimane un apprendimento razionale lontano dal vissuto emotivo.

La responsabilità è la capacità di rispondere prima di tutto a se stessi e alla propria coscienza, poi agli altri, a chi ci dà fiducia, a chi scommette su di noi. E’ farsi carico delle scelte, è provare a cercare una strada da indicare a chi crede in noi. Rispetto e Responsabilità sono in stretto rapporto con la verità, con la lealtà, la coerenza e la trasparenza.

In tutto ciò che si trova, tra lo scetticismo di chi non crede più a niente ed il dogmatismo di chi invece ha sempre le certezze in tasca, è da preferire il dubbio alimentato dalla curiosità di sapere come andrà a finire. In fondo, possiamo avvicinarci alla verità solo attraverso le parole che indicano cosa la verità non è, senza dimenticarci, che le parole hanno sempre il volto di chi le pronuncia.

Ecco allora che, il dire non seguito dal fare, o peggio ancora, il dire seguito da un fare opposto al dire, produce almeno due affetti negativi: squalifica chi dimostra incoerenza, ma, soprattutto squalifica il concetto, magari giustissimo, che è stato enunciato.

Occorre fermezza nei principi, quella fermezza che si manifesta col rispetto delle regole, differentemente dall’ottusa puntigliosità del presidio di posizioni “contro” qualcosa o qualcuno, posizioni che esprimono al massimo, solo un distruttivo e inconcludente risentimento.

Al rispetto delle regole segue la condivisione di un percorso o di una modalità di approccio ai molteplici temi di cui la politica può e deve farsi carico. Poi, si può lavorare insieme per il piacere di farlo, oppure solo per opportunismo, non vedo contraddizione in ciò, perché tutto in politica, si può riconnettere in relazione alla visione che ognuno ha dell’altro.

Corre però l’obbligo del rispetto dei ruoli, riconoscersi ognuno nell’altro, per collaborare ad un fine più alto delle proprie legittime aspettative, ma sempre nel massimo rispetto, l’uno dell’altro, non più, nemici da abbattere, ma componenti in gioco nella stessa partita, dentro la stessa squadra.

Spesso invece, certi politici somigliano a quei ragazzini capricciosi che portavano il pallone alle partitelle dell’oratorio, e se capitava che perdevano, si riprendevano il pallone e se ne tornavano a casa senza far giocare più nessuno.

Forse andrebbe rimodulato il rapporto che una certa politica ha col potere. Il potere dovrebbe essere e rimanere uno strumento, mai fine della politica. Non può, il potere, essere concepito come possesso o dominio degli altri.

Se si dice di voler stare dalla parte dell’uguaglianza ed essere credibilmente alternativi allo stile dominante, occorre praticare un profondo cambiamento nel modo di gestire il potere, di certo non basta sostituire una classe dirigente con un’altra all’insegna del “vattene tu, che mi ci metto io”.

Esercitare il potere è un atto di profonda responsabilità e di enorme umiltà. Non sovrapporre la professione e il lavoro alla politica, non dipendere dalla politica, significa salvaguardare la propria autonomia di giudizio per esprimere libertà di scelta, libertà di agire, libertà di parlare, e anche libertà di contrapporsi senza paura e senza ipocrisia.

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