Cupio dissolvi elettorale abruzzese – La Giostra della Bufala

di Franco Massimo Botticchio

Il turno elettorale regionale appena consumatosi è stato uno dei peggiori mai svoltisi. Fagocitata da una parallela e invasiva lotta in corso nei palazzi romani, la campagna elettorale è stata letteralmente subornata, per toni e contenuti, per trasformarsi presto in un azzuffo paraministeriale di dichiarazioni e pretensioni che, quando non totalmente estranee al contesto delle quattro residuali province degli Abruzzi, si sono distinte per acriticità, banalizzazione delle questioni, smodato tifo demagogico, magliette del Giulianova, ferrovie nuove di zecca in mezzo ai parchi nazionali.

Tutte cose delle quali non si avvertiva la necessità, utili essenzialmente a pesarsi in vista delle future tappe di una campagna elettorale nazionale che appare infinita (e che finirà per stancare un’Italia già molto provata; già domenica l’altra, in una giornata di tempo primaverile, quasi la metà degli aventi diritto al voto ha bellamente disertato il proprio seggio elettorale: dato allarmante ma poco considerato), e che le forze politiche hanno già archiviato, dopo tre giorni di analisi politologiche, per passare alla prossima casella (la Sardegna, il latte, ecc.).

Senza che l’accostamento suoni o possa sembrare offensivo – che riteniamo sacro il metodo democratico concorrente per la scelta di chi chiamare a decidere l’indirizzo politico di una comunità, sia essa il condominio box o l’Unione Europea (ambiti ultimamente da molti confusi ed equivocati) – le elezioni abruzzesi del 10 febbraio scorso ci hanno richiamato alla mente un episodio della storia romana contemporanea che crediamo ne condensi emblematicamente i tratti: la Giostra della Bufala.


Nella seconda metà del XVIII secolo, venne l’idea, ad uno spagnolo, di adibire ad arena quelli che erano noti come i giardini Soderini, per proporre, al popol(in)o romano sempre avido di giochi ed eventi, una sorta di corrida rivisitata, non meno cruenta dell’originale, ma utilizzando gli animali a disposizione nell’agro della Città eterna. Fa una certa impressione riflettere che per circa mezzo secolo, sino a quando cioè il Papa-Re, nell’anno 1829, ne proibì l’ulteriore tenuta, tale giostra ebbe ad allietare i cittadini dell’Urbe, che si raccoglievano esattamente sopra al mausoleo dell’imperatore Augusto, fisicamente calpestandolo, per applaudire cotanto sanguinosissimo spettacolo.

Ecco, le elezioni appena archiviate ci sono simbolicamente apparse questo: un pestare l’immagine e le memorie del vecchio Abruzzo (morto e sepolto), agitandosi, con i piedi sulle sue spoglie, per meglio ammirare lo spettacolo di potenti e presunti tali accorsi da fuori, dai ministeri romani, per venderci un prodotto ricreativo che si rivelerà presto fatuo, all’esame della realtà di tutti i giorni.

Il consenso, riteniamo, non si possa contestare (se non quando non si addensi per sovvertire lo stato di diritto, aggrumandosi e avvitandosi intorno alla frustrazione: preghiamo di non trovarci in questa fattispecie); ma pensiamo sia lecito interrogarsi se il risultato uscito dalle urne possa determinare quel cambio di passo che la collettività regionale sembra reclamare. E prima ancora: se tale cambio di direzione dell’inerzia del nostro destino lo si debba pretendere o chiedere alla Politica, e solo ad essa, e non anche al corpo dei cittadini. O se non si stia chiamando in causa la Politica, sotto forma di politica, per ragioni che politiche non sono ma personali.
Senza essere dei fini analisti politici, non ci vuole molto per avvedersi che il consiglio regionale appena eletto sia il più reazionario tra tutti quelli eletti dal 1970 in poi, l’opposizione non meno della maggioranza (per quel che si comprende: ché la legge elettorale non è così cristallina, e la proclamazione potrebbe comportare qualche sorpresa): un fatto non da poco per chi, come noi, ritiene che poco potendosi armeggiare su produzione interna e indici macroeconomici, la prima tentazione di chi governa la piccola Italia e di chi amministra i suoi mille campanili, in specie se nascosti, sarà quella di conculcare i diritti civili, di martellare le regole di garanzia dei procedimenti amministrativi, ribattendo l’involucro della convivenza quotidiana. Sotto questa luce, l’esito delle elezioni abruzzesi è piuttosto inquietante; ma è pur sempre una nostra fisima, che probabilmente si rivelerà del tutto fallace, per quanto da certe piccole piazze salga una richiesta di arbitrio e di scorciatoie piuttosto evidente ed allarmante, e che se assecondata ci precipiterà nei guai. Grossi.
Certo, la modalità condominial-tribale con la quale i singoli candidati si sono uniti e combattuti, sotto i vessilli di sigle e loghi disinvoltamente abbracciati, non lascia ben sperare. Potremmo essere stati disattenti ma non ci sembra che la campagna elettorale ci abbia portato in dote la minima testimonianza di tracce o la speranza – anche in nuce – del sorgere di una nuova visione della nostra regione, l’abbozzo di un’elaborazione, di visione del futuro; senza quest’ultima, ripercorrendo le vie e i sentieri già battuti, i singoli eletti (nuovi, vecchi, e parecchi riciclati), ora osannati, non potranno che incontrare il destino di entropia vissuto dai loro predecessori. Senza partiti politici, intesi quali aggregatori di progetto e di iniziativa, non si va da nessuna parte: nessuno di quelli attualmente presenti sul territorio regionale può considerarsi un partito per come prospettato in Costituzione: noi vediamo solo piccole aggregazioni di interessi particulari che di volta in volta si camuffano da leghisti o progressisti, in un eterno carnevale che tuttavia non può durare. Come detto, un incrocio tra delle designazioni di clan e delle elezioni del direttivo del centro anziani. Anche qui, i sedicenti nuovi risultano i più antiquati di tutti, nonché i più pericolosi; la qual cosa fa specie, avendo potuto studiare.


Lascia sgomenti il grido di «prima gli abruzzesi», in difetto di qualsivoglia riflessione e considerazione sul nostro status. Echeggia come una rifregatura da film della commedia all’italiana. Ma anche qui: non tutte le orecchie sono uguali, e per qualcuno una simile cacofonia è musica.
Poco pensiero – chissà se della preoccupazione, ben nascosta – per una regione territorialmente molto estesa, complessa e poco popolata, in grave crisi di identità prima che economica, dedita più alla recriminazione e alla rimozione che alla costruzione. Non è un caso se tra le prime reazioni all’esito elettorale, vi sia stata quella, propalata da una delle maggiori testare regionali, della richiesta, non si sa da chi esattamente partorita (anche questo è un segno dei tempi: l’azione politica anonima), di rimuovere lo schiacciassi dall’ingresso di palazzo Silone, a L’Aquila, che Luciano D’Alfonso aveva voluto ivi fisicamente installare (con tanto di consolidamento della pavimentazione), a compendio-manifesto delle sue intenzioni verso una elefantiaca macchina regionale dall’azione di dubbia efficacia. Ebbene sì: uno schiacciasassi dell’ANAS. Gli antropologi del futuro avranno parecchio materiale da vagliare.
Ora monta questo tale Marsilio, e volendolo accreditare della stessa preparazione e cazzimma di Lucianone, e persino di un miglior carattere, non si riesce a speculare perché – e in ragione di quali sopravvenute diverse alchimie – il nuovo arrivato dovrebbe riuscire ove il suo predecessore non ce l’ha fatta. Toglie il fiato il pensiero che possa esserci, in plancia di comando, gente che non ha neppure il dubbio che la nostra sia una crisi di sistema – Italia; e Abruzzi – innescata da dinamiche globali sulle quali possiamo incidere poco o nulla: persone che ritengono evidentemente di essere più fregne e non apprezzano quanto gli strumenti a disposizione – gli uffici dell’ente Regione e tutto l’apparato statuale sul Territorio – siano drammaticamente inadeguati, come sono strutturati oggi, a misurarci con le terribili sfide del futuro, e persino a mandare avanti decentemente l’esistente. Che stanno implodendo.
A dirla tutta, senza voler apparire più realisti del re, il discorso più avanzato sulle prospettive degli Abruzzi è fermo alle fumose speculazioni intellettuali di Luciano D’Alfonso su Spaventa, e alle sue iniziative su macroregioni, fusioni di comuni (la Grande Pescara, in via di smobilitazione), corridoio Adriatico.


Senza voler giungere a conclusioni definitive, i primi passi del nuovo presidente della Regione Abruzzo non ci sembrano il massimo.
Il primo roboante annunzio è stato quello sul rifiuto che gli Abruzzi opporranno al trattamento dei rifiuti della sua città, Roma. Questione della quale abbiamo trattato negli ultimi anni, illustrando debitamente in cosa consistesse l’originario accordo stipulato tra Zingaretti e Chiodi. Non D’Alfonso. Chiodi. Centro-destra. [Centro-destra: ovvero l’entità che ha chiuso i piccoli ospedali che ora il ministro dell’Interno – che all’epoca appoggiava quel centro-destra al governo che fece fuoco e fiamme, sino a dismettere dei giudizi amministrativi, per confermare la chiusura di quelle strutture voluta dal centro-destra insediato a L’Aquila – ci ha promesso che riaprirà (incredibile sciarada): altro che memoria del cane!]. Nel corso degli anni, non è che Aciam S.p.A., il cui impianto di Aielli provvede al trattamento di 70.000 tonnellate l’anno di rifiuto romano (trattamento meccanico-biologico ovvero separazione del secco dall’umido, per l’indifferenziato: poi i camion ricaricano il tutto e l’immondizia la smaltiscono altrove) ci abbia entusiasmato, e dopo Valle dei fiori avremmo potuto, su questa storia dei rifiuti dalla Capitale, toglierci la soddisfazione di insultarli in tutte le lingue del pianeta, senza pagare dazio; ma non lo abbiamo fatto, perché la demagogia non ci piace, e la irrilevanza del flusso di tale aiuto fornito a Roma, unito al ritorno economico che ha comportato, ci è parso animato da ragionevolezza; ed è stato formalmente avallato dai comuni soci di Aciam S.p.A. (solo contrario, ci pare di ricordare, ma potremmo essere in errore, fu il nostro amico sindaco di Cerchio, l’abogado Tedeschi: la qual cosa dovrebbe eliminare ogni dubbio in ordine alla bontà della decisione). Annunziare, ora, che questo aiuto cesserà, è poco sensato: soprattutto perché l’impianto di Aielli sarà presto riconvertito per trattare il rifiuto differenziato che ora fortunatamente produciamo massicciamente nella Marsica, e la linea dell’indifferenziato potrà soddisfare solo esigenze locali, e quindi il tutto si archivierà presto da sé. A volerci mettere nei panni di quel lungo soggetto eletto presidente dell’Abruzzo, noi avremmo esordito dicendo qualcosa sui Laboratori del Gran Sasso, e sulla tutela dell’acquifero nel quale questa struttura inopinatamente e fuori di ogni norma si trova , su INFN e Strada dei Parchi S.p.A.. Al limite, Bussi, che è vicino al suo luogo di origine. Sanità. Avremmo capito anche qualcosa di ruffiano sui pedaggi autostradali. Cose così. Nulla. Ma noi voti non ne abbiamo. Per fortuna.
Ancora peggiore la figura rimediata da Marsilio il 15 febbraio ultimo scorso, intervistato dal Corriere della Sera, dove cimentato sul terribile progetto di autonomia differenziata per Veneto Lombardia ed Emilia-Romagna in via di approvazione a Roma-Governo si è prima trincerato in una risposta di comodo, cioè di non conoscerne il testo (è ancora senatore; e dovrà optare, essendo incompatibile, e avrebbe potuto chiedere ai suoi colleghi parlamentari; al limite, scaricare la bozza pubblicata dallo stesso Corriere in grande evidenza) e poi farfugliando che «se l’Abruzzo aveva 100 deve continuare a prendere 100» e che in tal caso non ha preclusioni su tale idea di autonomia (che però non conosce: e farebbe bene a leggere, se non altro per rendersi conto del punto di analfabetismo costituzionale al quale siamo giunti). Succede questo quando più di metà dei tuoi voti sono timbrati Lega: devi far finta di mostrare di credere che per svolgere un nutrito numero di nuovi compiti e funzioni (e perché a quelle Regioni sì e a noi no?), le zone più ricche d’Italia continueranno ad ottenere e gestire le stesse risorse, lasciando le nostre, perché siamo belli, intonse. E perché non chiederne di più, di soldi?
Poi, attraverso un’intervista collocata a pagina tre dell’uscita domenicale del maggiore quotidiano abruzzese, la scorsa settimana, Marsilio si è palesato per juventino, appassionato di quel mattone che noi a casa usiamo per fermare gli altri libri, Il signore degli anelli (eletto presidente della terra di Ovidio Silone D’Annunzio Flaiano, costui cita Tolkien!), maratoneta. Da piccolo, addirittura, abbiamo appreso, voleva fare l’astronauta! Nessuna notizia invece se abbia bigiato la scuola, qualche volta / Vero che è difficile dire qualcosa quando non ti viene chiesto nulla ma anche qui un desolante deserto di programmi e progetti. E via così, con Azione politica che chiede un assessorato esterno, l’accordo con la Lega (ma non siete una coalizione?), ecc.. Quindi, il solito incontro a casa di… per decidere gli assessori, chi tira a destra e chi a sinistra, e se ne riparlerà: d’altronde Marsilio non c’è, al suo posto, a spartire le poltrone, ci dicono i giornali, c’è in sua vece il tesoriere di Fratelli d’Italia (mica cazzi!). Dove sarà finito, il presidente? Le agenzie di stampa lo ripescano infine alla presentazione di un libro:

[…]Ha poi preso la parola Marsilio, che viene anche citato per un suo scritto all’interno del libro “I Padroni del Caos”: “Il professore Cristin ha individuato il male dell’Europa che nasconde la propria identità nell’apertura all’altro, la quale è tipica dell’occidente, a differenza di altre culture, ma che è diventata una paranoica esibizione di questo principio con un rovesciamento sostanziale dei valori. Bisogna essere talmente aperti alla diversità da perdere la propria identità – ha proseguito -, così si cade nel caos senza un punto di riferimento per impostare un confronto e allora tutto diventa relativo. Chi pone confini oggi viene etichettato come retrogrado dal progressista occidentale”. […] Infine, il presidente Marsilio ha indicato l’Islam come “il nemico più pericoloso, che arriva con una propria identità precisa, a differenza dell’Europa, e rischia di conquistare terreno”. “Penso che debba essere riproposto un pensiero conservatore nella tradizione liberale e nazionale”, ha concluso Marsilio.
(ITALPRESS). smo/sat/red 20-Feb-19 19:56

Siamo messi così, nel 2019! Principio sì giolivo ben conduce, scrisse oltre mezzo millennio or sono il Boiardo (che non era abruzzese ma che come amministratore dava parecchi punti a tutti gli odierni fratelli d’Italia).


Sul livello locale e di cortile, poco da dire. A L’Aquila hanno compreso il meccanismo elettorale, nella Marsica parrebbe di no. Amministratori di centri di un certo rilievo, Avezzano su tutti, si sono divisi in maniera sconsiderata – non esistendo la politica, almeno si tuteli la tribù! – generando un esito che meriterebbe uno studio sociologico approfondito e anche un approccio psicanalitico. Tale è stato il disastro che i protagonisti non riescono neppure ad azzuffarsi in cortile.
La parte orientale del Fucino continua a distaccarsi dal mondo civilizzato, indulgendo in pratiche elettorali che persone più preparate di noi hanno classificato quale manifestazioni di “puro spirito gregario”, nella più fulgida tradizione dell’avvocato del popolo, (non Conte ma) Don Circostanza, e sulle quali poco altro vi è da dire (sia chiaro: per noi, Don Circostanza è preferibile a Conte). Unico risultato positivo del turno è che perde di attualità lo spinoso problema che ha attanagliato e ottenebrato molte fulgide menti del circondario: l’indennità percepita in Regione da Maurizio Di Nicola. Al quale, per chiudere, esterniamo tutta la nostra simpatia e solidarietà per il mandato svolto, in una condizione precaria – si veda sopra: la complessiva crisi di sistema e di senso, che lo ha portato a votare, talvolta, provvedimenti irricevibili –, tentando di riflettere e studiare sulle questioni. Un cristiano che ha fatto il suo, dignitosamente, eppure destinatario di una maldicenza (generica, pusillanime ed opaca) che non merita(va), se non altro per avere materialmente impedito che il punto di primo intervento di Pescina chiudesse la notte. Tra poco, temiamo, cesserà proprio l’oggetto del contendere (e ci sarà chi ci dirà che era inutile cotanto presidio, pericoloso, e che si fa prima ad andare ad Avezzano, ecc.: è solo questione di tempo, poco. Al limite, sarà colpa di quelli di prima, panacea consolatoria di tutte le analisi).


Com’è andata a finire? Dopo la giostra, quel luogo, il mausoleo dell’imperatore Augusto (e di diversi suoi familiari), a due passi dal Tevere, è ridiventato un giardino, che ha ospitato, in ossequio alla tendenza festaiola romana, i giochi pirotecnici. Successivamente lo si è trasformato in un bellissimo auditorium, purtroppo dismesso e sventrato sotto il regime fascista per riportare alla luce i resti degli antichi fasti, allo scopo di proclamarne dei nuovi, rivelatisi posticci (Marsilio sarà di altra opinione / ma «quel che è comune è vero, quel che è simile è falso» [Georges Braque; non il professor Cristin]). Attualmente non è più possibile calpestarlo, il mausoleo. Inaccessibile da decenni, anche intorno.
Il futuro è già scritto.

TRATTO DA: ilmartellodelfucino 2019-1

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