Cronaca dalla tendopoli. Detriti e pensieri

di Filippo Tronca [tratto da abruzzo24ore.tv ]

Si è spezzato qualcosa anche nella capacità di raccontare. Nella forza di fissare con lo sguardo lucido la morte che è arrivata dal sottosuolo con un sinistro ed interminabile ruggito. Il silenzio dei nostri occhi si è sostituito alle parole. Restano solo detriti di pensieri, che si ammucchiano in fondo all’anima con un tonfo sordo. Pensieri da raccogliere con fatica, in ordine sparso.

Sotto un sole indifferente i bambini della città di tela disegnano la tragedia con le matite colorate, che prende la forma di casette tutte storte e senza forma. Uno di loro ha perso il padre, gli hanno detto che è dovuto partire per un lungo viaggio.

Poco lontano un’anziana dallo sguardo fiero di chi è sopravissuta anche alla guerra e alla feroce miseria lavora all’unicinetto e aspetta con dignità la morte.

Risponde una madre: “Se sono ottimista? Certo che devo esserlo…”. Ed indica il suo bambino che prova a costruire un castello di sabbia sul campo di salto in lungo.

P., un mattarello di una cooperativa sociale che non esiste più , ha una crisi. Ha bisogno di un taglia-unghie. Vuole tornare a cercarlo sotto le macerie. Scappa dal campo. Un ragazzo della protezione civile è riuscito a risolvere in poco tempo anche questa piccola emergenza.

Esiste una forma di pazzia comune a tutti noi: è quella di chi non ha più nulla ma gli è rimasta solo la consapevolezza. Una rabbia però sta lentamente montando. Colpevole della tragedia è la Terra che è cosa viva e ogni tanto freme e distrugge le creazioni effimere di chi vive sulla sua pelle, sbriciolando certezze che si credevano eterne in poche secondi. Ma esiste anche una colpa più vicina che non fa parte del destino ineluttabile. Che ha un nome e un cognome. E’ la colpa di certi illustri Palazzinari aquilani, e dei loro tirapiedi piazzati come assessori e consiglieri, ad approvare tutti i loro desideri di cemento. Sono loro che hanno costruito nei decenni case che in realtà erano bare. Sono i loro miserabili tirapiedi che non hanno controllato e vigilato. Sono loro che hanno pensato ad ingozzarsi come maiali, divorando appalti al ribasso e dispensando mazzette a destra e sinistra, per comprare silenzi e indifferenza. Costruttori li chiamavano, in realtà stavano con certosina pazienza edificando la distruzione di una città. In Giappone, si sente ripetere nel campo, un terremoto di pari entità non avrebbe provocato vittime. Verrà il tempo di occuparsi anche di loro. Ma ascoltando i discorsi sempre più accalorati che scandiscono le ore nella città di tela, i Palazzinari farebbero davvero bene a fuggire il più lontano possibile.

Le telecamere degli sciacalli del dolore sono state piazzate davanti alla lunga fila di noi cenciosi superstiti in attesa di un pasto. Meno male che c’è ancora la voglia di scherzare, e un sorriso, anche se rovina il pathos dell’inquadratura, è per noi un raggio di sole. “Frà, che ti ridi! -escalma ad esempio Epifanio – dobbiamo fare la faccia triste, dobbiamo sembrare deportati, sennò gli spettatori non si commuovono, e non mettono mano al portafoglio…”

“Fate finta di trovarvi in un campeggio al mare”, ha consigliato il Presidente. Qualcuno prova a chiudere gli occhi, immagina oltre le tende il profumo delle onde e della salsedine. Oppure il vento che accarezza i pascoli dei nostri altopiani, che sembrano il Tibet. E verrebbe però voglia di non riaprirli mai più. “Morire è addormentarsi nello spirito”, scrive Anna su un foglietto pensando alla sorella che non c’è più.

Una prosperosa e rimmellata giornalista, dall’aria particolarmente cretina, apre le tende ed entra con tanto di cameramen e faro per chiedere agli ospiti: “Come state trascorrendo la notte?”. Una sua collega poco lontano definisce “suggestiva” la visione di Onna completamente rasa al suolo. Un reporter d’assalto piazza la tecamera in faccia ad un padre appena svenuto, fuori la casa dello studente, ostacolando i soccorsi. Un giovane vigile del fuoco, che sta rischiando la vita da ore scavando sotto le macerie, lo prende a calci e a male parole. Facce di plastica, vengono chiamate al campeggio, i giornalisti, sciacalli dello strazio. Indifferenza suscita invece il continuo via vai di politici, che passeggiano sotto scorta in mezzo alle tende. Le sventure non vengono mai da sole.
Qualcuno di loro, servile cane al guinzaglio dell’ignobile casta dei Palazzinari che governano l’Italia, è resposabile di aver rimandato sine die l’approvazione della legge che impone rigidi criteri anti-sismici anche nella costruzione di abitazioni private nelle aree più a rischio. Verrà il tempo di fare anche il loro nome e cognome. Un regale velo pietoso poi su Emanuele Filiberto di Savoia, che si è presentato al campo di Piazza d’Armi di buon mattino, facendo bene attenzione di essere inquadrato dalle telecamere mentre accarezzava il capo di una mite vecchina.

“Che ne sarà di noi?” E’ questa la domanda implicita e senza risposta sottesa ai momenti di silenzio che scandiscono le giornate al campo. “Ci faremo un campeggio lungo una decina d’anni”. “Professione terremotato, questo ci toccherà in sorte”. “L’importante è far ripartire l’Università, rimettere in piedi Palazzo Carli, la casa dello studente, costruire un campus bello e sicuro, poi viene il resto…”. ” Io mi compro un gregge di pecore”. “Ci sarà lavoro solo come muratore” commenta un altro. “E per chi gli venderà la birra e i panini con la mortadella”, conclude un terzo.

Il problema, par di capire non è la speranza, è la totale mancanza di fiducia nei confronti di chi dovrà gestire la ricostruzione: “Ci hanno messo dieci anni per fare una strada lunga ottocento metri, figurati quanto ci mettono per ricostruire una città, per ridarci un tetto vero sopra la testa”. Un volontario della protezione civile di Lioni racconta l’esperienza del post-terremoto in Irpinia e rivela: “Hanno fatto sparire nel nulla o sprecato la metà dei 70mila miliardi stanziati, e le case sono state consegnate ai senza tetto anche dopo venti anni”. Dopo il sisma i proprietari di yatch nell’avellinese sono intanto passati da quattro a oltre cento, e si è battuto il record italiano di vendita di Mercedes e Volvo. Un capolavoro di infame sciacallaggio istituzionale, tuttora impunito, che porta la firma di Ciriaco De Mita e Antonio Gava. La presenza del primo, e dei suoi epigoni, non è gradita in Abruzzo.

Da dove ricominciare ? Senz’altro dalla dignità composta con cui si è vissuto un lancinante dolore in mondovisione. Dalla tenerezza dei gesti e delle parole. E poi…il sangue e i sogni spezzati delle vittime. Il cuore enorme di chi ha scavato a mani nude tra le macerie, di chi non dorme da tre giorni. La riconoscenza per tutti gli uomini e donne che ci stanno aiutando, da ogni parte del mondo. Il sentirsi mai come ora tutti fratelli. Il non pensarci due volte a dividere un tozzo di pane con uno sconosciuto. La voglia di restare e ricominciare nonostante tutto. Lo scoprire che questa non era affatto una città di persone egoiste e attaccate alla roba. Lo scoprire di essere una città aperta e multietnica, vedendo gli aquilani che piangono davanti alla minuscola bara di Iovan, rumeno di quattro mesi, e quella della madre Bobu. L’orgoglio di essere abruzzesi e montanari capatosta, di essere persone semplici e buone. La consapevolezza che una città non è una somma di abitazioni, ma la sintesi di ricordi, emozioni, di una storia comune che attraversa i secoli. L’Aquila come la fenice dovrà riemergere dalle sue macerie, con le sue chiese, le sue piazze, i suoi palazzi, le sue stradine romantiche, i suoi scorci incantati. Se ciò non sarà tanto vale seguire il destino dei nonni, che è quello di emigrare, come gli stormi di rondini che durante il funerale esplodono nel cielo di primavera.

Filippo Tronca
, 11/04/2009 20:12

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