Coronavirus – “Africa non sia la cavia di sperimentazioni scientifiche”

Proposta shock di un gruppo di medici francesi: “potremmo fare uno studio in Africa, dove non hanno mascherine, trattamenti mirati e la rianimazione".

Francesco Barone: “la schiavitù esiste ancora in forme diverse. Sono sparite le catene dai polsi e dalle caviglie delle persone ma sono rimaste quelle invisibili, più subdole e pericolose delle prime“.

Se ne parla poco, ma anche in Africa l’epidemia di Covid-19 prosegue inesorabilmente la sua avanzata con 50 paesi su 54 colpiti: finora si contano più di 7mila contagiati e oltre 300 decessi.

L’avanzata del Coronavirus in Africa è più lenta rispetto all’Europa ma è molto più preoccupante poiché le conseguenze sarebbero molto più devastanti. I sistemi sanitari africani sono molto deboli e la sola mancanza di acqua corrente (imprescindibile anche per la sola misura preventiva di lavarsi le mani) colpisce circa 300 milioni di persone. Inoltre, in vaste aree del continente sono ancora molto diffuse altre malattie come il morbillo, l’Hiv o la tubercolosi.

Molti stati africani sono in stato di allerta ed hanno emanato misure preventive, eppure le abitudini degli africani non possono cambiare di molto nemmeno di fronte alla minaccia di questo nuovo virus: “devono uscire di casa per procurarsi il cibo – la testimonianza di alcuni italiani residenti in Congo – preferiscono rischiare di morire di coronavirus piuttosto che di fame”.

La proposta shock dei medici francesi

Pochi giorni fa un gruppo di medici francesi aveva avanzato l’idea di sperimentare un presunto vaccino anticoronavirus sugli africani, come già successo nella lotta all’Hiv: potremmo fare uno studio in Africa, dove non hanno mascherine, trattamenti mirati e la rianimazione. Affermazioni che avevano suscitato non poche reazioni di sdegno e scatenato la rabbia anche di alcune celebrità africane.

DI tutto questo abbiamo parlato con Francesco Barone, docente presso il Dipartimento di Scienze umane dell’Università dell’Aquila e Presidente di Help senza confini Onlus, da anni impegnato a favore dei diritti umani e contro la violenza sui bambini e sulle donne in zone dell’Africa.

Professore qual è il suo punto di vista in merito alle affermazioni dei due medici francesi sulle sperimentazioni da effettuare in Africa?

Se fosse vera la dichiarazione attribuita ai due medici francesi, tali affermazioni sono scandalose e brutali. Vanno rimandate con forza e determinazione al mittente.

Dire che le sperimentazioni relative al vaccino per contrastare il covid-19 si dovrebbero effettuare in Africa è la dimostrazione che nella mente di talune persone risiede la convinzione che esistono individui e culture subalterne alla nostra. Ci eravamo forse illusi che la schiavitù fosse solamente una triste e drammatica parentesi della storia dell’umanità. Invece, la schiavitù esiste ancora in forme diverse. Sono sparite le catene dai polsi e dalle caviglie delle persone ma sono rimaste quelle invisibili, più subdole e pericolose delle prime”.

Cosa pensa in merito al rischio di epidemia in Africa?

Gli africani da tanti secoli devono combattere e resistere per difendersi da malattie molto gravi: HIV, malaria, tubercolosi, ebola. A causa di queste malattie sono morte milioni di persone. Soprattutto bambini.

Vengono chiamate malattie della povertà e proliferano nei Paesi poverissimi costretti a vivere in condizioni disumane. Tra gli abitanti incute timore solo pronunciare i loro nomi. Durante le mie ultime missioni umanitarie in Congo, ho potuto constatare da vicino i rischi di tale malattia. Si tratta di un virus identificato per la prima volta nel 1976, in un villaggio nei pressi del fiume Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo.

Per quanto riguarda il corona virus, invece, alcuni mei amici residenti in Congo mi hanno comunicato che le abitudini degli abitanti non sono cambiate. Sono costretti a uscire di casa per procurarsi il cibo. Alcuni di loro hanno affermato: ‘preferisco morire di corona virus piuttosto che morire di fame’. I mercati affollati e la gente per strada di certo non favoriranno il rallentare dell’eventuale avanzata del virus e di certo non saranno i pochi ospedali a bloccarlo. Il sistema sanitario del Paese non è assolutamente paragonabile con le organizzazioni sanitarie presenti in Occidente”.

Saranno di nuovo i più poveri a pagare il prezzo più alto?

Certamente si. La povertà è il risultato di disuguaglianze e privazioni dei diritti fondamentali della persona. E in situazioni di emergenza sanitaria e sociale come quella che stiamo vivendo emerge con maggiore evidenza: il povero viene ancor più isolato ed estromesso dal contesto sociale ed economico.

La brutalizzazione delle condizioni dell’uomo e l’affermazione sempre maggiore di nuovi modelli socio-economici che considerano le persone come merce di scambio sono davanti agli occhi di tutti. L’Africa è il continente in cui la povertà è maggiormente diffusa. Ma anche in Italia circa 5 milioni di persone vivono in condizioni di assoluta povertà, ciò significa che 1 italiano su 12 non dispone dei mezzi per vivere con dignità“.

Qual è la lezione che si può trarre da questa situazione?

“Siamo immersi in un contenitore comune che raccoglie la solitudine di molti, in un periodo di amicizie quasi forzate, senza abbracci, sguardi e strette di mano.
Estraniati dagli altri, privi di incontri, siamo soli a fare i conti con un tempo modificato che sta diventando tempo interiore.
Questo è il momento per riflettere e confermare la propria identità attraverso il pieno riconoscimento dell’identità altrui.

La sensazione è quella di sentirsi chiusi in una casa, senza porte e finestre, nel ricordo di prima quando fuori c’era la società di massa, pronta a gridare o a restare indifferente di fronte al dolore, al silenzio e alla sofferenza di molti altri.

Ma in questa casa senza porte e finestre ora possiamo concederci una pausa per riflettere, con il fine di ritrovarci ed evitare di allontanarci da noi stessi per non perderci nell’immenso mare agitato del successo e dell’indifferenza. Ora che individualmente abbiamo deciso di respingere un nemico invisibile e pericolosissimo, ci rendiamo conto di quanto ogni possibile vittoria di ciascuno di noi dipenda anche dal comportamento altrui.

Questa è l’ennesima lezione che servirà a farci comprendere che a volte, anche il silenzio può farsi udire. Basta non restare indifferente ai silenzi. E soprattutto basta non dichiarare mai guerra alle persone”.

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