Chi è l’ospite?

di Francesco Barone

Quando le persone attraversano i confini del proprio paese, probabilmente non sono completamente consapevoli che il mondo non li guarderà più con gli stessi occhi poiché hanno acquisito una nuova condizione personale: sono dei migranti. E’ un dato di fatto ed è impossibile negarlo. I flussi migratori dall’Africa verso l’Europa sono determinati da diversi fattori: lo squilibrio demografico fra aree del mondo, le disuguaglianze di reddito e ricchezza, lo sfruttamento di molti paesi e l’impoverimento della popolazione.

Il dato viene confermato dal Brookings Institution, un centro studi statunitense. Secondo recenti ricerche è la Nigeria ad ospitare il maggior numero di persone in condizioni di estrema povertà. Nonostante la Nigeria detenga il primato di produttore di petrolio del continente africano, si calcola che milioni di cittadini vivono con meno di due dollari al giorno. La presenza straniera, che si manifesta con l’ingerenza delle multinazionali, si concentra in paesi poveri dove la manodopera è a basso costo, le risorse sono facilmente fruibili, e il governo, finanziato ed appoggiato dalle stesse multinazionali, agevola i loro programmi di sfruttamento.

Tutto ciò spinge gli individui ad emigrare. Per gli esperti, l’Africa al momento è il continente più giovane del mondo ed è destinato ad arrivare a 2,3 miliardi di persone nei prossimi 30 anni. La crescita demografica e la situazione in cui vivono milioni di persone (circa 600 milioni di persone, per esempio non hanno accesso all’elettricità), stanno generando la fuga dalle aree rurali e il concentrarsi nelle metropoli sempre più caratterizzate da disordine e sovrappopolamento.

Alcune volte per comprendere la realtà c’è bisogno di “allontanarsi per osservare più da vicino” le dinamiche sociali e storiche del nostro pianeta. Come è noto il processo di colonizzazione dell’Africa ha inizio nel XVI secolo, e vede come protagonisti gli Stati europei, veri e propri padroni nell’appropriazione delle ricchezze e nella spartizione dei popoli africani.

Ora che ci sono anche i cinesi, quella tendenza non è affatto sparita, si è soltanto trasformata, infatti, negli ultimi decenni, il processo di globalizzazione ha condizionato l’origine del fenomeno “land grabbing”. Ennesimo strumento di impoverimento attraverso il quale, multinazionali e governi stranieri iniziano ad avere il controllo di vasti terreni. E’ un fenomeno che non riguarda soltanto l’Africa, ma anche altri Paesi come l’America Latina, l’Asia Centrale e il Sud-est asiatico. Nei Paesi in cui la coltivazione delle terre rappresenta la principale fonte di reddito, tale fenomeno genera un marcato impoverimento della popolazione. E la storia si ripete!

E’ facile evincere che il periodo post-coloniale non rappresenti affatto una rottura con il passato. La brutalizzazione delle condizioni dell’uomo e l’affermazione sempre maggiore dei nuovi modelli socio-economici che considerano le persone come merce di scambio sono davanti agli occhi di tutti. Ci troviamo di fronte a una scandalosa situazione sociale di una società che potrebbe assolutamente evitarla e che, invece, non vuole evitare. La povertà è il risultato di continui crimini commessi nei confronti di persone deprivate di diritti e ricchezze.

La povertà, quindi, resta una delle poche condizioni dell’uomo non provvisorie. In questo senso, la povertà esprime l’angosciosa realtà dell’imprevedibilità del futuro, che ha avuto sempre un posto principale nella mente umana, in quanto gli esseri umani hanno bisogno almeno di una predizione degli eventi che accadranno, in modo di apprezzare già il semplice fatto di esistere.

In questo senso nessun carpe diem è possibile. Majid Rahnema scrive:

il povero universale svolge il ruolo del personaggio negativo, un personaggio definito “per sottrazione”, ovvero per ciò che non ha, contrariamente al “ricco”, che invece viene ammantato di tutte le “qualità positive”; pertanto, il povero diventa un peso costante per una economia che peraltro rappresenta la sua unica possibilità di salvezza, ma nella quale non riesce ad integrarsi.

Da qui la necessità di interrogarci su una possibile inversione di rotta per pervenire ad uscire dal dominio dell’economico che rappresenta il codice del capitalismo e che rileva in maniera inequivocabile la riduzione di ogni bene a merce. Viviamo in un “periodo gelido”, non certo per le condizioni climatiche, in cui sta divenendo azzardato anche dubitare e in cui la società appare sempre più stanca. Partendo dalla constatazione secondo la quale ogni uomo non è in grado di scegliere anticipatamente delle proprie condizioni sociali, familiari ed economiche, non può non essere accettata la legittimità dell’emigrazione come atto volto a ricercare un migliore contesto entro cui poter sviluppare il proprio percorso di vita. Tuttavia, la speranza dell’uomo non può essere ridotta a utopia sospesa. La speranza è il motore che spinge alla spoliazione di tutte le forme di indifferenza e al riconoscimento concreto dell’Altro, perché ci si può sentire essere umano per tanti ragioni, ma soprattutto escludendo l’idea di essere al centro dell’universo e attraverso il riconoscimento dei diritti e della vita degli Altri che non siamo noi.

L’etica del limite è una delle possibili risposte all’incessante divario tra poveri debitori e impostori creditori, tra ospiti e ospitanti. Si dovrebbe pensare a una relazione di compenso tra ospite e ospitante, anche se nella maggior parte dei casi l’ospite è debitore nei confronti dell’ospitante.

In Africa avviene il contrario: l’ospitante è il debitore. In Africa, l’ospite non solo non chiede dimora temporanea al padrone di casa, la riempie di inganni, maschere e controfigure.

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