Chi comanda in Abruzzo? La pandemia e l’estate che verrà

Il cortocircuito dell'informazione e della comunicazione istituzionale tra morti e dichiarazioni in libertà. Dott. Alberto Albani, esperto del Gruppo Tecnico-Scientifico Regionale: "L'estate folle in Abruzzo ci è costata oltre 500 morti". Marsilio, Presidente Regione Abruzzo: "Riapertura scorsa estate merito dei Governatori"

Abruzzo estate remix 2020

E la chiamano estate

Nell’assistere – va da sé, da remoto – alla recente giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia da Coronavirus, si è rafforzato, in noi, il sospetto che, insieme all’anelito complessivo a transitare finalmente fuori dalla pandemia, spiri fortissimo il vento che condurrà rapidamente alla sua rimozione dal dibattito pubblico; per quanto ci si trovi, in questi momenti, situati sul plateau di picco della terza ondata Covid-19, e in piena drôle de guerre sulla campagna vaccinale.

Nessun reggimento della cosa pubblica, e in particolare quello scombinato che ha contraddistinto e informa la vita italiana da gran tempo, potrebbe reggere, senza collassare sin nelle fondamenta, ad un processo di analisi profonda della crisi sistemica palesatasi nell’ultimo anno. E allora non è un caso che nel luogo simbolo della tragedia, Bergamo, per solennizzare la tragedia, nel primo anniversario di quel 18 marzo 2020 transitato alle cronache per la immagine della colonna dei mezzi militari istradata con i feretri, si sia pensato, ad un ‘bosco della memoria’. Simbolicamente, un luogo nel quale cercare protezione, e la pace, più che la verità. Più Mauro Corona che Ernst Jünger.

Sulle responsabilità della impreparazione italiana (e sull’azione dispiegata a contrastare la prima e, soprattutto, la seconda ondata del Covid-19) , ricercate da alcune procure della Repubblica, tra le quali proprio quella di Bergamo, crediamo si approderà a poco, se non ad individuare, in quel meccanismo di passaggio di epoche bene illustrato nell’opera di René Girard, dei singoli capri espiatori (proprio in questo momento, appprendiamo di un’operazione negli uffici regionali siciliani che calza a pennello).

Anche l’estrema periferia dell’impero, veniamo a noi, ha visto riprodotti, in sedicesimo, quei fenomeni e quei comportamenti che si sono osservati nel triangolo industriale, pur in presenza di indici di contagio, a Dio piacendo, diversi. Anche negli Abruzzi, dal marzo scorso, abbiamo assistito ad un micidiale cortocircuito tra informazione e comunicazione (copyright: Giuseppe De Rita) sul fenomeno virus, che poco ha fatto comprendere dei fatti e dei fenomeni in corso, e pochissimo di cosa si sia messo in campo, istituzionalmente, per provvedere alla bisogna.

A ciò si è aggiunto il canonico infotainment (il ricorso a tale termine è peraltro un tentativo di nobilitare il tutto) politico-paesano, nel quale degli importanti processi di sanità pubblica – aventi ricadute dirette sulla vita e sulla morte dei cittadini dei Tre Abruzzi; e sullo spirito pubblico di tante comunità, molte delle quali piccole e piccolissime, disperse sugli Appennini – sono stati strumentalmente calati nell’agone della lotta amministrativa quotidiana, con tutto il retaggio sulle riaperture, la fruizione degli spazi pubblici, il marcamento zemaniano a zona nei campi di calcetto, sino alla vendita del caffè e la mescita surrettizia degli aperitivi.

La preoccupazione per la salvaguardia dei presìdi essenziali delle società organizzate è così finita nel gorgo del cabotaggio della politica, e nel dibattito tra virtuosi (reclusi) e sconsiderati (in piazza). In scala, come per il dibattito nazionale, una simile cortina fumogena è risultata funzionale ad occultare le criticità del sistema sanitario regionale, sottoposto ad una serie ininterrotta di shock da un quarto di secolo, sulle quali pochissimo si è, sino ad oggi, a nostro modestissimo giudizio, riflettuto con la profondità che un simile ambito necessiterebbe per orientarsi, in futuro (sempre che, per dirla alla Sciascia, gli Abruzzi avranno un futuro).

Per illustrare in maniera esemplare cosa avevamo in animo di dire con il vergare le poche confuse righe sopra riportate, e di mostrare, con un caso-pilota, come le velleità di prestazione mediatica – e una non corrispondente e adeguata profilazione nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa – possano produrre risultati disastrosi, in potenza e non solo, ci è utile partire da un’agenzia dello scorso dicembre, che riferiva, virgolettate, le parole, non equivoche, di Alberto Albani, medico di vaglia, componente della struttura consultiva denominata ‘Gtsr – Gruppo Tecnico-Scientifico Regionale’ istituita con la delibera della Giunta regionale abruzzese del giorno 11 marzo 2020, n. 139, al fine «di fornire all’Assessorato alla Salute ed Dipartimento Sanità un supporto tecnico scientifico per la valutazione e la risoluzione delle criticità occorrenti in ragione dell’emergenza COVID-2019, anche in riferimento all’atto della presa in carico del paziente (sia per il caso sospetto, che per quello probabile che per quello confermato)».

[Tale Gtsr è da considerarsi struttura gemella, a livello abruzzese, di quel Cts – Comitato scientifico nazionale dei Locatelli Rezza e Brusaferro che tante volte abbiamo ascoltato nelle conferenze televisive alle sei della sera.]

Questa è l’agenzia integrale (10 dicembre 2020):

(ANSA) – PESCARA, 10 DIC – “L’estate folle in Abruzzo ci è costata oltre 500 morti. Le maggiori libertà per le festività natalizie non devono assolutamente essere lette come un ‘liberi tutti’.

Ci auguriamo che ci sia un maggiore senso di responsabilità, anche perché quello che accadrà a gennaio e l’eventuale terza ondata dipenderanno esclusivamente dai nostri comportamenti in queste settimane”. Lo afferma il referente per le emergenze della Regione Abruzzo, Alberto Albani, a capo della task force sull’emergenza coronavirus.

Albani si sofferma in particolare sul dato delle vittime: dei 1.103 decessi complessivi abruzzesi, infatti, 541, cioè più del 53%, sono avvenuti nella seconda ondata, dal 14 settembre, giorno in cui si registrò la prima vittima dopo la tregua estiva, in poi.

Più in generale, l’esperto, che è anche membro del Gruppo tecnico scientifico regionale (Gtsr), sottolinea che “la situazione sta migliorando: i contagi scendono e diminuisce pure la pressione sugli ospedali, anche se in modo estremamente lento”, conclude. (ANSA).

Quelle 541 (cinquecentoquarantuno) persone che, in vista delle scorse vacanze di natale, evoca Albani riandando a quelle estive, erano dei cittadini abruzzesi, di età generalmente avanzata ed afflitti, in buona parte, da altre patologie; ma, ci sentiamo di ipotizzare, avevano certamente l’idea e la ragionevole speranza di proseguire nel loro percorso di vita, godersi i nipoti, la pensione, l’orto, la partita a carte al bar, il teatro. E lo avrebbero ragionevolmente fatto, per diverso tempo ancora, ove non fossero stati attinti dal contagio; e mai avrebbero pensato, sino allo scorso marzo, di essere tumulati, oltre che così repentinamente, in un regime di semi-clandestinità, senza amici intorno.

Dinanzi a questa prospettazione del professor Albani (che indossa, lo ripetiamo, in questa narrazione, la casacca di ‘referente sanitario regionale per le emergenze’; non un passante), ove si sostiene una diretta correlazione tra un fomite (i comportamenti dell’estate folle) e determinati effetti (contagi e morti) ci siamo chiesti se la cabina di regia, ovvero il novero di chi gestisce le operazioni, si sia posta per tempo la questione, l’abbia esaminata o meno, magari per scartare ogni fattibilità di ulteriori restrizioni. Immaginiamo infatti non fosse facile, allo scoccare della scorsa estate, negli Abruzzi come in tutte le altre regioni italiane, stringere le redini slacciate da Roma, ed anche solo discuterne senza precipitare nel vortice dell’insulto social-spiaggistico.

Ebbene, di detta questione, della fungibilità di queste riaperture in rapporto alla tutela dal Covid-19, i verbali del ‘Gruppo tecnico scientifico regionale’ non recano traccia. Sconosciamo se esista della corrispondenza interna al riguardo (che sarebbe, in caso affermativo, interessante conoscere; da divulgare, da parte della Regione). Addirittura, da metà maggio 2020, riunioni di tale ‘Gruppo’ non se ne tengono sino alla seconda settimana di settembre, quando quel consesso, a buoi scappati, mentre il virus ha ricominciato a correre, si trova a valutare la situazione ingenerata da diversi focolai di Covid-19 presenti in Valle Peligna, Per dire di come un certo meccanismo politico-populistico funzioni, nello stesso momento, settembre 2020, Marsilio ancora dichiara: «Riaprirò tutti gli stadi».

Ed è proprio al presidente della Regione Abruzzo che vogliamo arrivare. Pochi giorni fa (10 marzo 2021) abbiamo letto, di Marsilio, delle dichiarazioni pubbliche, così riportate dalle agenzie (testo e accenti sono riportati esattamente per come scaricati):

COVID. MARSILIO: RIAPERTURA SCORSA ESTATE MERITO DEI GOVERNATORI

RIVENDICO DI AVER GIOCATO SPESSO D’ANTICIPO RISPETTO AL GOVERNO

(DIRE) Roma, 10 mar. – “Rivendico il fatto che se in quella nottata di maggio le Regioni non avessero lavorato gomito a gomito al di la’ del partito di appartenenza, per individuare i protocolli e farli inserire nel Dpcm, l’Italia non avrebbe riaperto. Non mi sono pentito del fatto che a tarda primavera si e’ potuto aprire e far turismo. Si e’ permesso a una parte importante della nostra economia di sopravvivere. Siamo nel pieno di una pandemia non solo sanitaria, ma economica devastante. Mantenere l’equilibrio e’ un tema che non puo’ essere sottovalutato”. Lo ha detto il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, nel suo intervento in Senato nel corso della presentazione del libro “Ci metto la faccia” di Giovanni Lamberti ripercorrendo l’anno di pandemia trascorso. Un intervento nel corso del quale, in diversi passaggi, ha rivendicato l’aver piu’ volte anticipato il Governo nella gestione dell’emergenza. Parlando quindi del rapporto Regioni-Governo Marsilio ha parlato di tre periodi. “Il primo in cui noi non potevamo fare nulla. Dovetti adottare misure restrittive istituendo zone rosse in diversi Comuni del territorio contro il parere di Roma. Ho fatto bene a farlo perche’ in alcuni le condizioni erano drammatiche. Dopo un po’ il Governo capi’, tant’e’ che non fece mai ricorso contro questi provvedimenti, che era corretto e iniziarono a dare il permesso di adottare misure piu’ restrittive. Poi c’e’ stata la seconda fase, quando e’ stata la possibilita’ alle Regioni di assumersi la responsabilita’ di allentare le misure rispetto al quadro nazionale, cosa che ho fatto nella fase primavera-estate – ha ribadito in riferimento all’ordinanza di maggio con cui, di fatto, riapri’ il territorio -. In quel momento l’Italia era divisa in due. A nord i contagi erano tantissimi, ma in altre parti d’Italia l’impatto era minore: tenere tutto il paese bloccato quando in alcuni territori i contagi erano gestibili erano un errore”. (SEGUE)

 (Afa/Dire)

14:30 10-03-21

Il lancio dell’AGI su quest’intervento di Marsilio, sintetizza bene il di lui pensiero: «non mi sono pentito di riaperture estive»:

(AGI) – Roma, 10 mar. – “Sono stato dipinto, come altri colleghi, come quello che voleva fare polemica contro Conte perche’ volevano aprire tutto. Non mi sono pentito del fatto che dalla tarda primavera e in estate si sia potuto lavorare, fare turismo. Abbiamo permesso a una parte importante dell’economia di sopravvivere”. Lo ha detto il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, alla presentazione del libro di Giovanni Lamberti “Ci abbiamo messo la faccia”.

(AGI)Rmb/Alf

10/03/2021 13:56

Ora, a meno di non voler ritenere e teorizzare buone le cosiddette riaperture (o, magari, alcune di queste) e cattivi i comportamenti dei singoli in seno alle stesse riaperture, è abbastanza evidente l’intercetto tra le argomentazioni tecniche del professor Albani dello scorso dicembre e di quelle politiche di Marsilio di pochi giorni fa. Qualcuno potrebbe sostenere, oltre la diacronia, che le due agenzie – di Albani e Marsilio – costituiscano, per dirla con i latini, una callida iunctura ma la questione (iattura/rivendicazione della iattura) esiste, e non è di poco conto. Ci sono i morti. Trattasi del nodo sostanziale delle questioni in essere, e delle loro implicazioni e ripercussioni su tutta una serie di sfere solo in apparenza secondarie (per dirne una: la comunicazione istituzionale: chi deve farla? In quale forma?).

Una maggiore cautela nelle esternazioni – oltre che nella preventiva riflessione sulle azioni da elucubrare ed intraprendere – sarebbe assai consigliabile. Non tanto, per come detto sopra, per le iniziative giudiziarie correnti (quella, ad esempio, del sostituto Sciarretta a Pescara sulla tardiva nomina dei vertici Asl, che avrebbe determinato un rallentamento nell’azione amministrativa, e quindi una ripercussione sul numero dei contagi di Covid-19) e future, che affluiranno presto negli archivi per la gioia di storici-sociologi di domani (anche se è sempre possibile finire nel novero dei capri [più o meno] espiatori) ma, più semplicemente, per il rispetto dovuto a quei cittadini abruzzesi transitati a miglior vita per via del virus (e forse, è il terribile sospetto che potrebbe essere indotto da alcune frasi, per via della pretensione di far vendere più gelati).

(in memoria di Re.Ri)

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