Cave e discariche (1) – Assalto alla Marsica fucense

di Angelo Venti e Claudio Abruzzo

A far accendere la spia rossa bastano i dati. Con l’ultimo “Piano regionale attività estrattiva” in Abruzzo sono state censite 246 cave attive e addirittura 499 abbandonate e dismesse. Di queste ben 274 sono quelle presenti in provincia dell’Aquila, concentrate soprattutto nel comprensorio marsicano. Anzi, per essere ancora più precisi, la maggiore densità si ha nell’area sottostante l’area archeologica di Alba Fucens, nei comuni di Massa D’albe, Magliano dei Marsi e nella zona intorno all’aviosuperficie di Celano.

Buchi che fanno la fortuna di pochi ma che di fatto – per la collettività – rappresentano un disastro paesaggistico e ambientale.

[ guarda il video “Ferite Marsicane“, a cura di Raffaella Rose e Michele Saullo ].

Le Cave storiche A Massa d’Albe, nel versante che scende verso Avezzano, l’attività estrattiva inizia con la ricostruzione dal terremoto del 1915 e aumenta negli anni ’50 con la ricostruzione post bellica. Sono queste le cosidette Cave storiche, ormai quasi tutte dismesse.

L’assalto degli anni ’70 – Il problema diventa serio con la seconda e più devastante ondata che vede la micidiale combinazione tra il boom edilizio e la costruzione dell’autostrada Roma-Pescara. La forte richiesta di sabbia e ghiaia, infatti, ha provocato lungo tutto il tracciato l’apertura di molte cave, spesso abusive, in particolare nelle zone dello svincolo direzionale Roma-L’aquila-Pescara, Magliano-Massa d’Albe e nell’area intorno all’area dell’aeroporto di Celano. Nuovi buchi che riducono il territorio come una groviera, un disastro paesaggistico e ambientale.

velino web1I ripristini ambientali. Quando la cava non è direttamente abusiva, una volta esaurita, per legge, al concessionario resta l’obbligo del ripristino delle aree, ma il grande esborso economico necessario fa si che molte di queste ditte prima temporteggiano, poi abbandonano gl’impianti e, infine, spariscono. E questo spesso avviene nel disinteresse –colpevole – delle amministrazioni locali che prima non vigilano sulla corretta coltivazione delle cave, poi non riscuotono i canoni annuali delle concessioni e infine non si attivano per obbligare i concessionari al ripristino ambientale. Storia complessa, questa dei ripristini ambientali nelle cave marsicane, che affronteremo nei dettagli in uno dei prossimi articoli.

Teoria keynesiana in salsa marsicana – Come insegnava Keynes, in una situazione di crisi economica anche “scavare buche per poi riempirle” è di stimolo per la ripresa. E qui nella Marsica c’è chi questa teoria l’ha applicata, con qualche aggiustamento. Infatti,  – è proprio il caso di dire – qualcuno ha fatto soldi a palate scavando buche, e altri soldi li fa chi quelle buche le riempie …con i rifiuti.

La Marsica negli anni ’90 ha tutte le caratteristiche geomorfologiche e – eccezion fatta per i basisti locali – anche l’impreparazione sufficiente a favorire lo smaltimento illegale dei rifiuti: ad aiutarla contribuisce pure la congiuntura nazionale, che vede le altre regioni talmente sature da rendere difficili ulteriori occultamenti.

Il nostro territorio si presenta disseminato di tante buche che attendono solo di essere riepite e così, molte di esse, iniziano a diventare vere e proprie discariche: abusive, naturalmente. E vi viene smaltito e tombato qualsiasi tipologia di rifiuto, compresi quelli speciali e pericolosi provenienti da altre regioni. A confermarlo per la prima volta, nel 1996, è la cd Operazione Ebano, con cui i carabinieri del Noe e i forestali stroncano un traffico di rifiuti urbani, speciali e industriali – tra cui fanghi di concerie – provenienti dalla Lombardia e smaltiti abusivamente anche all’interno di due cave marsicane: Rosa Raniero (località Campo di Massa d’Albe) e Cesidio Mai (località Campo agro, Magliano dei Marsi). Nell’occasione vennero inquisiti – oltre a basisti locali – anche Antonio Iovane e Pietro Ventrone, rispettivamente autista e amministratore della casertana “VECA Sud”, una delle ditte più impegnate nel trasporto fuori regione dei rifiuti napoletani, finita anche in diverse grosse inchieste sulle ecomafie.

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Celano – Ex cava abusiva trasformata in discarica illegale

Parte di questi rifiuti vennero smaltiti anche in terreni adiacenti la megadiscarica abusiva di Celano, di cui site.it si è già occupato nel 2009 e di  recente sequestrata dai Noe.

Stessa sorte anche per una cava di Torano di Borgorose, dove, nel 1999, la forestale sequestra decine di migliaia di tonnellate di fanghi di cartiera, prodotti dalla Burgo di Avezzano e da altre cartiere del Lazio e regioni limitrofe. E capita pure che ci si ritrovi, oltre vent’anni dopo, a parlare ancora di Ve.Ca. sudfanghi di cartiera e di ex cave trasformate in discariche, come con Le grottelle: L’ombra della camorra sulla discarica di Collelongo?

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