Avezzano – Transgender Day of Remebrance: Francesca racconta la sua esperienza

Ieri, 19 novembre alle ore 18, nella Sala Di Nicola del Municipio di Avezzano si è tenuto l’ incontro “Transizioni di genere – voci dalla Marsica”  nato dalla collaborazione di Marsica LGBT, Presenza Femminista e Arcigay- L’Aquila.

Al tavolo dei lavori erano presenti il presidente dell’Associazione Marsica LGBT, Francesco Rubeo, la presidente  di Presenza Femminista Mariaelisa  Serone e due giovani, Francesca Riccitelli e Stephan Mills che hanno riferito le loro esperienze.

Il presidente di Marsica LGBT ha precisato che per questo evento è  stato scelto il  mese di  novembre poiché rappresenta il mese dedicato alle persone trans e nella giornata del 20 novembre si celebra il TDoR, il Transgender Day of Remebrance, in cui si ricordano le vittime della transfobia in tutto il mondo.

Sono state introdotte diverse tematiche relative alle persone transgender attraverso dibatitti e testimonianze.

La Presidente Serone precisa che attraverso l’associazione “Presenza Femminista”  si promuove e divulga la cultura contraria ad ogni forma di discriminazione e sessismo.

In questa occasione abbiamo intervistato Francesca, che ha riportato la sua difficile ed articolata esperienza sia dal punto di vista emotivo e sociale che dal punto di vista giuridico.

***

Francesca Riccitelli

Ciao Francesca, grazie per averci concesso questa intervista. Puoi raccontarci la tua esperienza? Quando hai raggiunto la consapevolezza di non riconoscerti nell’identità maschile assegnata alla nascita e quando si è generata in te l’idea di cambiare genere?

Certamente, sono io che ringrazio la testata Site per lo spazio concessomi. Mi chiamo Francesca, sono una ragazza in transizione nata e cresciuta ad Avezzano, sono dottoressa in Giurisprudenza ed ho 26 anni.

Sin dai primi anni della mia vita ho avuto molta difficoltà nel riconoscermi nel genere maschile assegnatomi dalla nascita, ma non sapevo dare un nome a questo mio profondo senso di disagio, credevo di non avere altra scelta se non quella di reprimere il mio vero essere per uniformarmi a ciò che la società pretendeva da me in quanto bambino/ragazzo/uomo.

Il contesto che mi circondava era tutto fuorché accogliente ed inclusivo, inoltre non si parlava quasi per nulla di percorsi di affermazione di genere e di persone trans.

Ho sentito per la prima volta parlare di transessualità intorno ai 10 anni, in una serie televisiva. Successivamente mi è capitato ancora di sentirne parlare, ma sempre in maniera negativa era costante infatti l’associazione dell’esperienza di vita delle persone trans alla prostituzione o comunque a situazioni ai limiti della legalità.

In famiglia era un tema tabù, ho iniziato ad accennare il discorso (per “tastare il terreno”, prima di fare coming out) solo dopo i 20 anni.

Quando è avvenuto il coming out in famiglia e come è andata?

Il mio coming out è avvenuto abbastanza tardi, anche se ritengo che non esistano in realtà momenti giusti e momenti sbagliati per farlo.

Ho attraversato, specie dopo la perdita di mio padre, anni di sofferenza e frustrazione, in cui riuscivo ad essere me stessa e ad esprimere ciò che mi rendeva davvero felice, soltanto di nascosto, indossando abiti femminili e truccandomi all’interno della mia stanza, chiusa a chiave.

Nel Giugno del 2019, finalmente, anche grazie al sostegno di alcune persone che in quel frangente mi sono state vicine, ho trovato la forza di parlare apertamente della mia condizione con mia madre.
Non sapevo esattamente cosa aspettarmi in quanto le poche volte in cui ero riuscita a carpire le opinioni di mia madre, sul tema della transessualità, non mi sembravano particolarmente positive.
Per fortuna, invece, devo dire che è andata bene: lei se lo aspettava (d’altronde le mamme conoscono benissimo i propri figli) ed oggi abbiamo un rapporto davvero bellissimo, che è uscito rafforzato da questa esperienza..

Dal momento del mio coming out con mamma ho aspettato un altro anno prima di uscire definitivamente allo scoperto in ambito sociale, presentandomi a tutti come Francesca.

Quando hai iniziato il percorso medicalizzato e quali traguardi hai già raggiunto?

Dal momento in cui ho iniziato ad essere me stessa, apertamente, all’inizio del percorso psicologico (primo step del percorso medicalizzato) è trascorso circa un anno e mezzo, durante il quale praticamente da sola e senza alcun supporto psicologico ho affrontato il cosiddetto “Real Life Test”, previsto dalle linee guida per l’accompagnamento delle persone in transizione.

Trattasi di un periodo di un anno nel corso del quale la persona vive nel genere che sente proprio per iniziare la sua nuova vita e sperimentare l’inserimento sociale in una veste diversa da quella in cui, fino a quel momento, è sempre stata conosciuta.

Purtroppo, venivo da una situazione economica a livello familiare abbastanza difficile, sono figlia unica ed ho perso mio padre 7 anni fa.

Mia madre ha sempre fatto la casalinga e questo non le ha consentito di avere un’indipendenza economica, per cui dopo la morte di mio padre ci siamo ritrovate a dover andare avanti con la sua esigua pensione di reversibilità e la borsa di studio che prendevo ogni anno, in quanto studentessa di giurisprudenza, grazie al mio rendimento universitario.

Conseguita la laurea, nel dicembre 2020, anche la fonte di reddito legata alla borse di studio è venuta meno, pertanto ho perso dei mesi preziosi (in un iter burocratico destinato in questo caso a durare anni) non potendo iniziare il percorso vero e proprio già in quel periodo. Mia madre non ha potuto aiutarmi sotto il profilo economico, ed anche per lei è stato frustrante.

Ho comunque intrapreso il percorso psicologico negli ultimi mesi del 2021 e, finalmente, ad inizio aprile di quest’anno ho iniziato anche la terapia ormonale femminilizzante.

Hai avuto timori nell’affrontare il percorso di transizione?

Si, i timori sono stati diversi. Innanzitutto avevo il timore di perdere amicizie ed affetti familiari, a causa del mio coming out e del percorso che avrei conseguentemente intrapreso.

C’era poi la paura del giudizio altrui e il timore che, almeno nella fase iniziale (la più delicata ed impegnativa in ogni percorso di affermazione di genere), sarei stata esposta a discriminazioni ed avrei avuto pochi strumenti per veder tutelata la mia privacy, oltre che la mia vera identità.

Purtroppo, in Italia la normativa di riferimento, contenuta nella legge n. 164/1982, in 40 anni è rimasta nel suo impianto sostanzialmente immutata, pur avendo subito alcuni miglioramenti grazie ad importantissime sentenze recenti della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale le quali, in aderenza alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), hanno sancito la non obbligatorietà della preventiva operazione chirurgica, demolitiva degli organi sessuali, ai fini della rettifica anagrafica di nome e sesso.

Per vedere riconosciuto il diritto ad essere se stessi, pur non essendo più necessario il preventivo step chirurgico – per il quale comunque resta necessaria l’autorizzazione del tribunale –  bisogna munirsi di perizie mediche (psicologiche ed endocrinologiche), possibilmente provenienti dai pochi centri pubblici specializzati presenti a macchia di leopardo sul territorio nazionale, contraddistinti da liste di attesa lunghissime.

Ne consegue, quindi, che oltre al periodo di tempo necessario per entrare in possesso delle perizie, bisogna attendere i tempi della giustizia italiana, che spesso non sono brevi per via del carico di lavoro degli uffici giudiziari.

Mediamente, per avere la sentenza, dal momento del deposito dell’istanza con le relative perizie allegate, bisogna attendere un periodo che va da 5 mesi ad un anno e mezzo o due.
Durante tutto questo periodo, finché non si hanno documenti d’identità che rispecchino il genere percepito e vissuto da una persona, ci si trova da un punto di vista giuridico in una sorta di limbo, cosa che può complicare non poco le possibilità d’inserimento della persona nel contesto sociale e lavorativo.

Si è inoltre costretti a dare continuamente spiegazioni e rassicurazioni sul fatto che il documento, pur riportando un nome che non ci rappresenta, è l’unico mezzo che in quel momento abbiamo per poter essere identificate legalmente. E questo può dar luogo a situazioni spiacevoli e stressanti  nella vita quotidiana,  ad esempio quando ci si deve recare in banca per fare una qualsiasi operazione oppure alla posta per ritirare un pacco.

Hai riscontrato difficoltà ad inserirti nella società e nel mondo del lavoro come Francesca, qui nella Marsica?

Fortunatamente non sono stata oggetto di episodi eclatanti di discriminazione, la maggior parte degli amici che avevo ha serenamente preso atto della mia condizione trattandomi con il rispetto dovuto, lo stesso dicasi per i familiari.

Purtroppo ci sono state persone che si sono gradualmente allontanate da me non avendo compreso il mio cambiamento, e quanto fosse importante per me poter esprimere me stessa senza ipocrisie, in tutti gli ambiti della mia vita.

Per quanto riguarda il lavoro, anche sotto questo profilo sono stata fortunata, l’ho trovato a pochi mesi dalla laurea, peraltro trattasi un lavoro attinente con il mio percorso di studi giuridici e che svolgo con passione ed impegno.

La mia preoccupazione al momento è data dal fatto di non avere i documenti ufficiali non ancora aggiornati alla mia attuale identità  ma, nonostante questo, non ho mai smesso di credere in me stessa, anche nei momenti più difficili, perché sarebbe stato impossibile per me continuare a vivere una vita fatta di menzogne, timori ed ipocrisie.

Quali saranno i prossimi step del tuo percorso e cosa ti aspetti dal futuro?

A fine ottobre abbiamo depositato, con l’avvocato, l’istanza finalizzata ad ottenere  la rettifica anagrafica e la contestuale autorizzazione agli eventuali interventi chirurgici, allegando le relative perizie mediche.  In questo momento sono in attesa della prima udienza in Tribunale, che dovrebbe tenersi, salvo rinvii, a fine Gennaio 2023.

Spero di ottenere la sentenza in tempi brevi, perché avere anche sui documenti ufficiali il nome che rappresenta la mia persona sarebbe il traguardo più importante della mia vita, oltre che un presupposto per poter vivere una vita più serena, mettendo da parte il mio passato – pur senza disconoscerlo né negarlo, anzi continuando a fare tesoro di tutte le esperienze che ho affrontato – .

Dopo la sentenza avrei l’opportunità di  mettermi in lista per l’intervento chirurgico di riassegnazione, che mi consentirebbe di vivere più serenamente con il mio corpo.

So che sei molto impegnata nell’attivismo, e che fai parte di un’associazione locale che si batte per la difesa dei diritti della comunità trans ed LGBT. Puoi dirci qualcosa delle iniziative che avete in programma?

Esatto. Faccio parte ormai da due anni di Marsica LGBT, una realtà associativa presente nel territorio marsicano, la quale si propone di diffondere una cultura del rispetto, in particolare nei confronti delle persone LGBTQ+, anche attraverso la promozione di buone prassi e di una corretta formazione ed informazione tra i cittadini, su queste tematiche.

In occasione dell’assemblea di luglio, sono stata eletta consigliera del direttivo dell’Associazione. Sono stata onorata di aver ricevuto questo incarico, avverto la grande responsabilità di rappresentare la comunità trans all’interno dell’Associazione e nelle iniziative che stiamo mettendo in campo.

Ti ringraziamo ancora Francesca per l’intervista, ti confessiamo che ammiriamo molto il coraggio e la determinazione con cui stai affrontando il tuo percorso e ti facciamo i nostri migliori auguri per il tuo futuro!

Print Friendly, PDF & Email