Avezzano, tagli di metà stagione

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Aggiungo qualcosa a un esauriente pezzo apparso da poco (C. Abruzzo, Avezzano, Motoseghe in azione a Via Mazzini. La Città Giardino è solo un ricordo, 21 luglio 2022). Si tratta di alberi recisi «nel pieno rispetto delle norme urbanistiche», ergo: è una situazione replicabile.

Per cominciare un appunto non da poco: quel posto si chiama in realtà viale Giuseppe Mazzini. Il viale è una «Ampia via urbana o suburbana per lo più caratterizzata dalla presenza di alberi piantati lungo il suo percorso, spesso divisa in due, tre, o più carreggiate mediante marciapiedi spartitraffico alberati e, a volte, sistemati a giardino […]» – Treccani dixit. È pensabile che essa sia più importante di un’altra strada che non inizi da piazza della Repubblica (municipio, un polo della città costruita dopo il terremoto del 1915).

Tempo addietro (21-23 marzo 2022), ho ripubblicato su questa testata una plaquette riguardante la vicenda di piazza del Mercato. (A proposito: è conclusa? Perdonate la ripetizione) Io rammentai, in quella pubblicazione, l’intenzione dell’amministrazione comunale, di abbattere alcune piante su via C. Battisti – anche un paio su via del Mercato – per realizzare un parcheggio per automobili nella piazza; era una questione laterale, in qualche maniera, alla nuova pavimentazione proposta per piazza del Mercato (Di Pangrazio 1, 2013). Non ricordo chi consultai, di sicuro un paio di tecnici; la mia domanda fu: si può interrompere un filare? (Di alberi si capisce). Questa fu la risposta che ricevetti: in teoria no ma nella pratica sì. È bene anche ricordare, che nove anni fa non vi furono articoli o lettere infuocate sulle testate giornalistiche locali, né mobilitazioni per contestare quegli annunciati abbattimenti. (Prevedibilmente).

Tempo addietro (8 settembre 2021), raccontai – ancora su questa testata – del mediocre, triste spettacolo offerto da ciò che restava dei filari lungo via C. Corradini, mi comunicava un senso di povertà; mancavano lungo quella strada ventisette alberi complessivamente.

Abbiamo perciò da una parte l’altrui rispetto delle regole mentre dall’altro il mio senso di repulsione provocato dall’applicazione di alcune norme: incomunicabilità pura. Domanda: a un milanese, un torinese, un romano piacerebbe l’attuale, futura vista su viale Mazzini? No io immagino che tutti, la considererebbero una cafonata, come altre sparse per l’agglomerato. (È una faccenda di abitudine più che di attrezzi in senso culturale: le città sono fatte così da secoli). È purtroppo una questione di cultura cittadina assente nel capoluogo marsicano, anche di responsabilità personale e collettiva tenuta a bada, forse neanche immaginata. Quanto agli esempi citati nel pezzo, bisognerà attendere ancora qualche mese dalla fine delle ricostruzioni in corso per registrare l’impatto dei nuovi edifici sulle creature in questione anche se l’inedita vicinanza di alcune mura (via mons. P.M. Bagnoli) e balconi (via C. Battisti) agli alberi induce al pessimismo. (Quanto dureranno ancora?) Non ho idea nemmeno di quanto possano vivere nuovi alberi dalla chioma meno ingombrante – ammesso che a qualcuno salti in mente di porli a dimora, una volta eliminati quelli esistenti.

Questo episodio denuncia anche la tragica mancanza di una storia dell’urbanistica e dell’architettura riferita all’ultimo secolo ad Avezzano, una narrazione cui fare riferimento. (Una storia degna di tale nome, ovviamente). Quegli alberi, per una città costruita dopo il Settecento, non sono semplici piante ornamentali, mero verde urbano o aggeggi per smaltire la CO2 in eccesso.

(Le disgrazie non arrivano mai da sole. Prima che uscisse il pezzo citato, avevo fotografato di prima mattina un cumulo di sedie – utilizzate per la rassegna Terremerse – ammonticchiato in un prato di piazza A. Torlonia, i giardini pubblici di Avezzano. Per intendersi: più di uno non ha percepito neanche lontanamente l’importanza di quel luogo. Tutti zitti e mosca secondo l’usanza locale).

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