Avezzano – «Parco urbano più grande d’Abruzzo»: nuove quinte teatrali

Sto trascorrendo queste umide festività con amici e amiche che vivono lontano da anni; diversi mi hanno chiesto altri ragguagli circa il cosiddetto «parco urbano più grande d’Abruzzo».

(«più grande d’Abruzzo». Immagino il comunicato stampa, se lo staff per la comunicazione calcolasse o solo immaginasse la lunghezza della cosiddetta isola pedonale nel mese della Madonna – quella fuori città, a tempo in molti sensi, perfino permeabile al traffico motorizzato. Altro che isola pedonale più lunga dell’Italia Centrale e Meridionale, messe insieme…)

Chi vive fuori da decenni ricorda il precedente nome della strada più importante che tale parco urbano – se fosse veramente tale – dovrebbe spezzare: SS 5. (SS stava per strada statale). Vale lo stesso per un tracciato che li immette nel Quadrilatero provenendo dal cimitero o dalla residenza assistita (via E. Lolli): lo interromperanno davvero per farci passare un ‘erbal fiume silente’? Non ci hanno creduto e anzi, anche loro si aspettano – qualora tale idea andasse in porto – la solita arlecchinata made in Avezzano.

Ho invece parlato intorno al rendering di un sovrappasso ciclo-pedonale che dovrebbe collegare via San Francesco con piazza A. Torlonia scavalcando il giardino del castello, apparso tempo addietro. Ho precisato che si trattava di una vista dall’alto: un prospetto – anche onesto – avrebbe mostrato come detto passaggio coprirebbe, in qualche modo, il lato ovest e quello nord del maniero. È un problema?

Ho tirato fuori qualche ricordo di gioventù. Dovendo descrivere la zona intorno al mio intervento proprio su quell’oggetto in un esame (Restauro dei monumenti), parlai di edilizia fuori scala e di un altro elemento che disturbava la vista di Castello Orsini (distributore di benzina). Glissai sugli alberi che nascondevano la facciata esposta a sud. Due anni dopo, all’inizio della mia tesi di laurea riguardante il centro direzionale pre-1915 (Composizione architettonica), mi fu consigliato dal correlatore di aggiungere nelle prime tavole sia l’eliminazione della stazione di rifornimento sia il taglio di almeno due piani dell’edificio fuori scala. (Erano questioni legate al metodo più che all’etica; ci si comporta proprio così in Europa, da svariati secoli: si è mai visto due costruzioni signorili – con identica altezza – fronteggiarsi nella stessa piazza? È stato mai notato, fotografato un condominio di sette-otto piani – anche dai colori sgargianti –, di fronte a una chiesa del Quattrocento, un museo o un palazzo signorile? No: nella cultura continentale dev’essere immediatamente percepibile la gerarchia). Non riportai il citato boschetto già nei disegni analitici della mia tesi.

Sparirono sia le pompe di benzina sia la vasta copertura, in seguito; negli anni Novanta a margine del «restauro» del castello, l’allora sindaco Mario Spallone fece capitozzare gli alberi posti nella parte sud per meglio far vedere quell’importante vecchia costruzione su cui si era intervenuti. Quell’operazione ebbe, in seguito, l’effetto (collaterale?) di far ammalare le piante; l’amministrazione De Angelis farà recidere tutti quegli alberi e proporrà la soluzione che oggi abbiamo davanti agli occhi. È perciò senz’altro migliorata la situazione rispetto al mio periodo universitario; nel senso: Castello Orsini è maggiormente visibile. (Qualcuno ricorderà che, negli spazi pubblici rilevanti, sono poi arrivate – purtroppo tollerate – le vele pubblicitarie).

Ho ricordato ai miei interlocutori anche le prescrizioni di un vecchio piano regolatore (1969) riguardo quell’area. Intorno al castello, era previsto traffico locale sia sul lato ovest sia su quello est attraverso la pedonalizzazione da via M. Colonna fino via L. Vidimari. (Si cominciava a sfoltire il traffico motorizzato dai centri storici e a istituire isole pedonali intorno a edifici di particolare pregio per risparmiare le vibrazioni legate al passaggio di automobili, camion e furgoni, in quel periodo nel Vecchio continente. Misero nel conto anche San Giovanni Decollato, nel nostro caso). Finì in tutt’altro modo, com’è risaputo.

In questa sede aggiungo qualche domanda. Chi ha consigliato, suggerito un simile percorso sopraelevato all’Amministrazione comunale? Il piano traffico? Certo che no. Vi è davvero il bisogno, la necessità di un nuovo tracciato – pressoché parallelo – che faccia risparmiare dieci, quindici metri a chi deve immettersi in piazza A. Torlonia provenendo – a piedi, in bicicletta – da via San Francesco? No! È quella una pensata come tante, senza capo né coda; non è un’idea né tantomeno un progetto. In fine: si tratta di un estemporaneo, passeggero interesse, da parte dell’attuale Amministrazione, nei confronti del traffico debole? Nemmeno, considerando lo smantellamento, mesi addietro e alla chetichella da parte di Di Pangrazio 2, di un paio di «porte» lungo via C. Corradini e via S. Cataldi che avrebbe dovuto far parte di un’isola pedonale («crocetta») – una vicenda risalente al Di Pangrazio 1. (Erano, in realtà, gli elementi scenografici di una stucchevole farsa che – Deo gratias! – ci è stata risparmiata). Racconta invece almeno la non conoscenza di situazioni critiche da parte degli amministratori locali – in uno sputo di città, non un grosso agglomerato o una metropoli – l’ultimo pezzo che ho pubblicato: via XX Settembre non è un qualsiasi vicoletto della periferia bensì un’arteria che scorre dentro la città, da oltre un secolo; lungo il suo marciapiede sinistro circolano centinaia di studenti per sei giorni la settimana, nel periodo scolastico.

Spero che la nostra Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio – questa volta –, metta una pezza a tanta superficialità e superbia, se e quando sarà giunto il suo momento. (È ineguagliabile la hýbris raggiunta con la bucatura della facciata sud di Castello Orsini – una costruzione risalente al Trecento – per farci passare niente meno che… una condotta d’aria. Erano sempre gli anni Novanta).

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