Avezzano, la storia al macero

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Riprendo dal mio pezzo precedente per allargare il discorso in un paio di direzioni, partendo ancora dalla vicenda del cosiddetto villino Cimarosa.

La prima riguarda il clima amministrativo in città. Alfredo Chiantini (21 agosto) ha ribattuto – si fa per dire – a Gabriele De Angelis per la sua lettera del giorno precedente. Egli ha ripescato un documento del 2013, quando De Angelis: «votò a favore dell’alienazione del bene». (Mancanza di coerenza, ok). Nella lettera del 20 agosto, l’ex sindaco aveva però ricordato di aver coinvolto Fondazione Carispaq (2019) nella vicenda del recupero della costruzione: «l’immobile sarebbe rimasto di proprietà del Comune di Avezzano». Sorge spontanea la domanda: perché Chiantini ha aspettato due anni per denunciare alla pubblica opinione l’incoerenza di De Angelis versione 2013? Siamo prossimi alla purezza più che alla coerenza – Afghanistan a km 0. De Angelis fa propri i timori del senso comune corrente in città, in regione e nel resto della Penisola: finiscono spesso male tali alienazioni per la collettività. Chiantini, invece, non risponde nel merito della questione. (In breve: doveva dimostrare che vendere quella costruzione a un privato per rimetterla su, è uguale se non meglio ristrutturarla con dei fondi del Comune o altrui, mantenendone la proprietà). Va da sé che quest’Amministrazione non replicherà – Noblesse oblige – a qualche associazione (FAI-Marsica, Archeoclub della Marsica) che è intervenuta sull’argomento (23 agosto).

Nel pezzo precedente (22 agosto) ho in realtà mostrato – spiegandone i motivi – più interesse alla vecchia posta di via Mazzarino che non allo stabile in fondo via D. Cimarosa. Avezzano è costellata di costruzioni (pubbliche, private) in rovina, obsolete, semplicemente rimosse dalla memoria collettiva; esse non sono tutte uguali per diversi motivi, ciò mi conduce alla seconda direzione legata all’urbanistica, all’uso spicciolo della città.

Riporto dei brani pubblicati anni addietro (Di Pangrazio 1), riguardante la vendita della Collodi – la questione degli «immobili improduttivi» riguarda anche la scuola di via Napoli e alla fine dell’anno le medie di via C. Corradini. «La pletora dei nostri storici locali non è finora riuscita a chiedersi perché altri compaesani abbiano voluto costruire una scuola proprio da quelle parti, lungo via G. Garibaldi – un tracciato del “tridente” – nel secondo dopo-guerra. Io azzardo: per riunire, far studiare i bambini che abitavano nella zona sud-est del nucleo abitato; per indirizzare lo sviluppo di quella parte di Avezzano: era un elemento direzionale e anche un presidio dello Stato», AvezzanoBlu2 19 settembre 2016. Copio anche questo per far capire come divagare su una questione, trovare analogie dove esse non sono è una pratica purtroppo diffusa nella vita amministrativa locale. «Il sindaco e l’assessore ai Lavori pubblici hanno rintracciato nella vendita degli elementi comuni con la vicenda dell’ex-ospedale di via Monte Velino, a fine giugno. Non è andata proprio allo stesso modo, a mio avviso:

a) è stata venduta un’ala del vecchio ospedale – inutilizzata da anni, tra l’altro – e perciò una porzione del complesso – mentre è stato messo in vendita tutto della scuola elementare: […];

b) i due edifici servivano aree geografiche molto diverse per ampiezza: […];

c) last but not least, la Collodi era l’unico servizio presente in quella zona; c’è invece di tutto intorno al vecchio ospedale», cit. 19 settembre 2016. La situazione è ben diversa: l’ex scuola Collodi è sicuramente più appetibile del villino Cimarosa per un qualsiasi imprenditore. (Gli investitori fuggono al semplice nome: Soprintendenza – gli accordi con il Comune si possono aggirare con un po’ di fantasia; qualcuno che chiuda un occhio si trova sempre). Questo è un altro caso dove spicca l’abisso morale, di chiarezza delle idee, di futuro, di concezione della città e della collettività tra gli amministratori usciti dall’ultimo dopoguerra e quelli recenti. (Li definiremmo «poco scolarizzati» ai nostri giorni, i protagonisti della ricostruzione post-bellica. Abisso significa proprio guardare dal basso). Loro gettarono le basi per una città che si sarebbe espansa sicuramente: servivano a ciò le nuove scuole e qualche chiesa; peccato che i loro successori abbiano abbandonato (definitivamente) quel solco entro gli anni Cinquanta. Al «quartiere» Cupello si sta costruendo, ricostruendo e ristrutturando abbastanza nell’ultimo biennio; dovrebbero giungere perciò nuovi abitanti e il Comune anziché inventarsi qualcosa per tutti o una loro parte (bambini, adolescenti, anziani, donne), elimina uno spazio pubblico utile in ogni modo a chi risiede in quella zona. (Realizzino un’area verde se proprio non hanno uno straccio d’idea, ci piantino degli alberi – anche una sorta di piazzetta. Eppure, durante la pandemia è stato più volte consigliato di rendere pressoché autosufficienti le periferie)

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