Avezzano – Elezioni cinque/8

La novità di questa tornata elettorale è il politico locale – senza fare nomi per carità – che la prende con il governo nazionale, come se il ministro, il parlamentare (eletto, in maggioranza o all’opposizione) perdesse del tempo ad ascoltare le chiacchiere provenienti da uno sputo di città. (Non è stato un buon affare per Avezzano far giungere la notizia del carabiniere pestato in cronaca nazionale attraverso due leader politici di rango, lo scorso giugno. Sono stati aggrediti sette membri delle forze dell’ordine, lungo la Penisola, ogni giorno, durante il 2019. Tanto per restare in tema).

Nelle recenti campagne elettorali per le Amministrative sono proposti alcuni temi nazionali progettati, evidentemente, per un altro genere di consultazione. (Tra l’altro, ciò che «passa» per l’area Nielsen 1 o 2, non è detto che renda allo stesso modo nella 3). Le questioni locali invece subiscono delle tali torsioni, degli spostamenti fuori testo da essere irriconoscibili, improbabili. L’uso della bicicletta – promosso, a suon di denari, da politiche nazionali e comunitarie –, non appartiene alle politiche del traffico, secondo l’immaginario collettivo, la discussione locale corrente. Ad Avezzano, tale mezzo di trasporto è generalmente inserito – partiti, liste – in tre diverse cornici interpretative: estate, sport, élite – è un passatempo per riccastri annoiati e snob «con il papillon». È in realtà un espediente per impedire la discussione sulla mobilità: quale progettista sciuperebbe il suo tempo per controbattere a simili argomentazioni? (Nel pensiero comune la pista ciclabile centrale sottrae spazio al parcheggio dei clienti dei negozi, mentre succede il contrario per i dehors di bar e locali: è rigidamente applicato il principio della penetrabilità dei corpi. Per Avezzano, potrebbe scapparci un Nobel collettivo per la Fisica se solo lo sapessero a Stoccolma…). Tanto per fare un esempio, il morinese Augusto D’Amico (Avezzano Città Territorio): «Il mio impegno, se verrò eletto, sarà quello di regolarizzare la pista ciclabile al centro [1.200 metri, ndr] perché, oltretutto, così come concepita, rappresenta il male dell’economia di Avezzano», TerreMarsicane, 27 agosto 2020 – è mio il grassetto. Non è messa meglio la cosiddetta società civile; ecco una domanda posta ai candidati sindaci dal Centro giuridico del cittadino – è mio il grassetto. «Piste ciclabili: cosa ne pensa di una pista ciclopedonale da Avezzano[-]museo [delle] [Paludi] di Celano, una pista ciclabile Avezzano[-]via Nuova (passando per l’[Aia] dei Musei [e] arrivare alla Cavallereccia), una pista ciclabile Avezzano[-]Borgo [Incile] con diramazione ai Cunicoli [di Claudio, ndr] [e] infine rendere ciclabile tutta la zona nord creando collegamenti tra aree verdi, uffici pubblici e scuole?», 16 agosto 2020. Sparuti avezzanesi conoscono il Museo delle Paludi, inaugurato oltre trent’anni fa; immagino invece che ogni residente in quella città, una volta nella vita, voglia prendersi lo sfizio di visitarlo spostandosi di 10 + 10 km, in bicicletta o a piedi… alla folle velocità di 5 km/h. I miei calcoli (approssimativi per carità) danno in media tre avezzanesi (1,5 + 1,5) ogni giorno: tutto ciò equivale a mezzo minuto di ciclisti transitanti lungo la ciclabile lungo via G. Marconi, in questi pomeriggi d’estate. (È una mia rilevazione e perciò non ufficiale). Diversi politicanti hanno idee simili perché in realtà vogliono smantellare la pista ciclabile al centro. Riassumendo: chi abita a 8,5 chilometri (Castelnuovo) deve raggiungere Avezzano in bicicletta – lungo la pista ciclabile di una strada poco trafficata e perciò scarsamente pericolosa – per non passare come nemico dell’ambiente e con qualsiasi condizione meteorologica –, mentre chi abita a due-trecento metri dalla piazza principale, può continuare a spostarsi in automobile e reclamare nuovi parcheggi intorno a… piazza Risorgimento senza timore di passare, nell’opinione pubblica della sua città, per stravagante o ridicolo. (Il dramma è rappresentato dalle amministrazioni comunali che prendono il secondo perfino in considerazione).

I candidati alla carica di sindaco amano incontrare più gente possibile per farsi conoscere; nasce da quest’esigenza la cosiddetta visita al quartiere – impostata generalmente da un ras del posto. Avezzano non ha quartieri ma un’informe periferia ed è dirimente riconoscere un fatto del genere. La popolazione del capoluogo marsicano ammonta alla metà o alla terza parte di un quartiere di una grossa città, in fondo: che cosa c’è da capire, da «ascoltare»?

Il primo tour di questa campagna elettorale è stato quello di Sergio Di Cintio (Psi); sembra che una priorità di chi vive lungo la storica via San Francesco, sia… l’alta velocità dei mezzi motorizzati di passaggio (MarsicaLive, 19 dicembre 2019). Vi sono dei passaggi pedonali rialzati e un limite di velocità (20 km/h): che altro aggiungere? Dissuasori? Ridurre lo spazio per le automobili allargando un marciapiede o imponendo una pista ciclabile? (Le testate giornalistiche hanno finora segnalato un «tour nel degrado» e un giro a Cese della Lega e un presidio di Avezzano Bene Comune dedicato all’edilizia popolare).

I consigli, i comitati, le associazioni di quartiere e frazioni non hanno finora elaborato proposte se non in rari casi, nel corso degli ultimi decenni. (Come ci si dovrebbe comportare). Discutendo tra vicini di casa, si scopre che vi è bisogno del servizio Alfa nel «quartiere» X; essi stabiliscono anche la sua sistemazione ottimale, secondo loro: l’incrocio tra le vie Emme e Pi. Ci si rivolge al sindaco, in un secondo momento; s’imbastisce un movimento, una vertenza, eccetera. Durante tali escursioni elettorali non sono stati – prevedibilmente – notati cambiamenti e soprattutto miglioramenti lungo la fascia esterna del capoluogo, negli ultimi nove-dieci anni: nuove scuole, farmacie, negozietti, studi professionali, ufficetti. Riprendo ora il (banale) tema delle strade. Vi sono carreggiate e soprattutto marciapiedi dissestati, senza illuminazione; che si allagano quando piove. Quali marciapiedi asfaltare? Quelli spaziosi dove non passa nessuno, quelli larghi 50 cm e perciò tradizionalmente inutilizzati? Posso realizzare dove uno o due marciapiedi senza creare problemi al traffico veicolare? Su quante strade e viuzze posso infiggere dei lampioni? In quante altre posso convogliare l’acqua piovana?

Sono invece sporadici i pareri, perfino le lamentele in periferia. All’inizio degli anni Dieci, spuntò una proposta (Floris-Giffi) d’intervento sul collo di bottiglia tra il Quadrilatero e la zona nord dovuto al sottopassaggio ferroviario, per migliorare il rapporto tra le due zone – era una raccomandazione apparsa nel piano traffico già nel 2003. Andava allargata quella sezione; non si approdò purtroppo a nulla – non è semplice colloquiare con Rfi e a ciò si aggiungano i loro tempi biblici. Era quella una bandiera da tenere alta dai residenti in quelle parti, dai pendolari, dagli studenti. Idem, lo spostamento del mercato settimanale nella zona nord: andava bene, male, così-così? (Da parte di chi risiede in quella zona, non da chi gestisce un bar). L’esperienza mi ha insegnato, tra l’altro, che i residenti tendono a coprire alcune magagne per non danneggiare l’immagine del posto in cui vivono e di riflesso, la loro. (Un politico non dirà mai – tanto meno in campagna elettorale – che una parte di responsabilità nella situazione della periferia deriva dall’abusivismo edilizio, dalle persone che hanno costruito infischiandosene della legge).

È un lunghissimo capitolo quello da scrivere sulla periferia ovest e sud, sulle strutture e lo stato delle costruzioni – il nuovo Prg dovrebbe gettare un po’ di luce, proprio nel senso di analisi, in un tal esteso ginepraio. Avezzano è in realtà abitata a macchia di leopardo, tra case disabitate da decenni e 3.700 appartamenti invenduti.

Si conosce poco della periferia, si finisce perciò per puntare il Quadrilatero, una zona capace di ricevere, sopportare qualsiasi tipo d’intervento – soprattutto i più spettacolari. Ne sappiamo qualcosa o molto di più del centro? Circolano più rappresentazioni, ma sono approssimative. Prendo la più gettonata. Il termine «desertificazione» è applicato ad alcune attività del comparto commerciale, come se gli abitanti, gli artigiani, quelli che lo frequentano durante la giornata non esistessero. (La cronaca degli ultimi due, tre anni legata alla movida mostra il suo limite più evidente: quella zona è invece sovraffollata nelle ore della notte). Essa ignora la mancanza di un teatro, un cinema, una biblioteca, uno spazio espositivo; di una scuola media tra non molto. Si è impoverita la varietà delle attività artigianali – si è riempita di mezzi-sarti. È calato soprattutto il numero dei residenti – quelli che fanno il quartiere –, e cresciuto quello delle case vuote, rimaste disabitate insieme a diversi spazi commerciali per via della loro obsolescenza: chi ha voglia d’investirci sopra? (A che prezzo soprattutto? In particolare nel complesso Corradini-Fermi). Si è abbassata la qualità ambientale dell’unica zona di Avezzano che somigliava a una città, almeno nell’ultimo quarto di secolo. È di capitano Uncino, Rapunzel, mago Merlino, Barbarella la responsabilità di tutto ciò? No, si è trattato di decisioni prese dalle Amministrazioni che si sono succedute in tale periodo; sono state le politiche ispirate dalle associazioni di categoria dei commercianti. (Si tratta di proporre iniziative legate più alla rendita immobiliare che non al lavoro, all’occupazione o al benessere degli altri cittadini – come in ogni altra zona depressa che si rispetti. Di nuovo: hanno quale ragione di esistere i partiti, le liste civiche?). Si sono ritorte su molti associati – in termini di aumento dell’affitto e talvolta di abbandono –, tali politiche a vantaggio di chi ha acquistato o fatto incetta di locali; non hanno perciò salvato, prevedibilmente, né un negozio né un posto di lavoro da commessa. Il centro-centro si è così trasformato da zona dello shopping in un’enorme mangiatoia in pochi anni: solo pizzerie, rosticcerie, bar e kebab possono sostenere certi affitti e spese tanto alte per il riscaldamento nei mesi freddi. Vi è meno spazi (pubblici, privati), ma più manifestazioni eterogenee, dalla prima amministrazione Spallone in poi. Inizia proprio in quel periodo il fenomeno degli ingorghi al centro mentre sono più recenti i danneggiamenti, gli schiamazzi notturni e le risse legate alla movida. La zona centrale della città è divenuta più ingestibile, banale, fragile.

(Perdonate se approfitto per togliermi un altro sassolino dalla scarpa). In gennaio, sono stato rimbrottato da Cioni, Masci e Rossi per la seguente frase: «Dietro vi è anche l’insana idea che in un qualsiasi spazio pubblico, può farsi di tutto anzi, proprio tutto». Secondo la loro interpretazione, almeno io l’avevo contro lo svolgimento del mercato del mercoledì in piazza Risorgimento. Non era evidente né vero e avevo perciò precisato: «i lastroni “bianchi” spezzati in particolare –, mostra che va evitato l’ingresso a massicce strutture e a pesanti mezzi meccanici considerando il danno provocato. (Per essere più chiaro: non si tratta di camioncini, furgoni o apette degli ambulanti)», 25 gennaio 2020. Finita lì. Raccontando l’avvio per il restauro della Cattedrale – soprattutto la sua scalinata –, si legge nel quotidiano regionale, a un certo punto: «Un quadro più o meno simile a quello della pavimentazione e delle scale del catino di piazza Risorgimento, dove al posto dei sanpietrini, saltati in più punti, spuntano sempre più toppe di cemento: manifestazioni a cavallo, banchi degli ambulanti e altri eventi, uniti ai pessimi interventi di manutenzione, “hanno deturpato il luogo di aggregazione per eccellenza della città. È un peccato”, commenta Massimo Coccia», Il Centro, 15 maggio 2020. (È mio il primo grassetto). Davanti a quel brano – più chiaro del mio –, sulla stessa testata, quasi quattro mesi dopo, Giovanni Cioni, Roberto Masci e Carlo Rossi sono rimasti invece muti come pesciolini in un acquario. Domanda: perché tutta questa diversità di comportamento? (5/8, 1 settembre 2020)

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Giuseppe Pantaleo
Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.