Avezzano, cortine fumogene pericolose

Ho recentemente pescato questo brano in un comunicato firmato «Ufficio Stampa Comune di Avezzano», il 19 agosto: «un attento restauro conservativo volto a “riqualificare urbanisticamente sia l’immobile che l’area circostante». Il virgolettato era attribuito all’assessora Maria Teresa Colizza; si parlava della «vendita all’asta» da parte del Comune del cosiddetto villino Cimarosa – chi abita in quelle parti lo chiama in un altro modo. È possibile che la messa in sicurezza, il restauro («conservativo») di una qualsiasi costruzione, riqualifichi «urbanisticamente» un pezzo di città? Io credo di no. (Una ristrutturazione che cambia le prescrizioni di un Prg? Mah…).

Io ho raramente scritto di quella costruzione, inserendola nella zona in cui ricade. Mi si chiederà: in termini urbanistici, di zonizzazione? No, un paio d’anni fa, ho usato un altro tipo di classificazione: bloodland. (Land è senz’altro più vasto di 120, 150 o 200 mq). Parlando del Concentramento, appuntavo un paio d’anni fa: «Eppure altrove si è prestato almeno un minimo di attenzione nei confronti di simili luoghi in cui recarsi per coltivare collettivamente, individualmente la memoria, come pellegrinaggio o semplice curiosità», Scantonamenti, attraversamenti, p. 58. Non capita spesso ma talvolta, alcune aree interessate da eventi bellici, sono trattate come se fossero delle riserve naturali, delle parti del territorio quasi monumentali. Avezzano si trova perciò in buona compagnia, ho perciò poco da ridire sull’utilizzo del Concentramento dopo la Seconda guerra mondiale; la rilevante ampiezza di tale campo di prigionia consigliava in realtà un simile trattamento – in buona o in piccola parte per carità, trattandosi di un’area che poteva contenere oltre 16mila persone tra ospiti e maestranze. (Non ci voleva molto a ricavare – anche in tempi recenti – un parco della memoria anziché cancellare pressoché tutto. Il Prg del 1916 cancellò il tessuto urbano dell’allora downtown ma non il suo perimetro – tanto per dirne una).

Si è parlato molto in città e si è anche agito riguardo quella costruzione negli ultimi anni; l’ex sindaco Gabriele De Angelis ricordava qualche episodio della sua breve amministrazione e mostrava di non digerire il passaggio di quell’immobile dal Comune a un possibile privato – 20 agosto. Spero di sbagliarmi ma ritengo che non se ne caverà un ragno dal buco, conoscendo la logica che muove un generico investimento privato: quell’edificio potrebbe rimanere sospeso in una sorta di limbo per chissà quanti altri anni.

Mi è capitato una volta, in realtà, di scrivere qualcosa su un singolo oggetto. Si trattava dell’edificio della vecchia posta (via Mazzarino) – da non confondere con quello della posta vecchia (via C. Corradini). «Negli ultimi decenni, è spuntato un albero dall’interno, sfondando il vetro di una finestra», cit. p. 32. È quella una costruzione purtroppo ignorata da decenni, dimenticata alla grande – prevedibilmente – durante il centenario del terremoto; essa precede il citato villino e contiene perfino qualche testimonianza pre-1915 – glisso su materiali e fatture diverse anche se… –, esso dovrebbe essere maggiormente impresso nei racconti e perciò nella coscienza locale considerando le migliaia di avezzanesi che lo frequentarono per un trentennio o giù di lì. (Non c’è paragone tra i due edifici a dirla tutta).

È il «villino Cimarosa» – la «casa della famiglia Addams» per la generazione successiva alla mia –, una manovra diversiva come altre in questo periodo? (Come il cosiddetto «parco urbano» che è tale solo nella mente di chi l’ha concepito). Lo ignoro, so che con una simile decisione – di là dalla sua origine –, c’è il rischio di perdere un altro pezzo importante (poco, tanto, così-così) della storia avezzanese.

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