Assoluzione piena sulla vicenda delle buche di San Benedetto dei Marsi. Meglio tardi che mai.

Una settantina di numeri fa ci permettemmo di chiudere un numero monografico, color giallo paglierino, su uno dei tanti procedimenti penali accesi dalla Procura della Repubblica di Avezzano (ufficio del quale reclameremmo l’immediata chiusura d’imperio, se L’Aquila e Pescara non esprimessero la medesima cifra stilistica e di prodotto, e nulla, dunque, cambierebbe) nei confronti dell’avvocato Paolo Di Cesare – nonché della malcapitata segretaria comunale di Marruvium dell’epoca –, per dei fatti asseritamente criminosi commessi tre anni prima ancora, relativi ad un affidamento di lavori per il ripristino di alcuni tratti di manto stradale dell’abitato di San Benedetto dei Marsi, da parte del locale municipio, di importo inferiore alla soglia di legge di quarantamila euro, e per i quali nessuna gara o bando doveva esperirsi.

Ci diffondemmo chilometricamente sulla questione per rappresentare la totale e palese inconferenza dei gravi reati contestati (l’abuso d’ufficio e il rifiuto e omissione di atti d’ufficio non costituiscono esattamente una passeggiata di salute) rispetto ai fatti, evidente persino a chi, come noi, pure profano del diritto penale e delle regole che informano il funzionamento degli enti pubblici, fosse dotato di una minima capacità di leggere gli atti di causa, e di decrittare quadro e squadro il claudicante italiano in essi contenuto. Rappresentammo altresì il sospetto – per carità! senza costruire castelli complottistici – che la notevole applicazione delle cosiddette Autorità verso alcuni soggetti del Territorio (tra i quali, giustappunto, l’allora primo cittadino sambenedettese Paolo Di Cesare, «nello svolgimento delle sue funzioni di pubblico ufficiale responsabile dell’area tecnica») non fosse esattamente ‘fisiologica’, in specie se raffrontata alla corrispondente fiacchezza esibita per censurare e reprimere comportamenti di taluni altri, incidenti su questioni e somme di danaro a nostro modesto avviso complessivamente molto più rilevanti (ne possiamo parlare in separata sede; negli anni siamo giunti a pensare che un disegno ‘persecutorio’ sarebbe pur meglio di quell’accidia ignorante che ormai ci appare l’unico connotato dell’esercizio della giurisdizione nel nostro disperato territorio).

Ebbene, dopo solo un decennio, la vicenda delle buche è finalmente approdata a sentenza (primo grado, ovvio).

Si ricorderà che la bagatellare questione verteva sull’affidamento diretto dei lavori di ricopertura delle buche da parte del municipio di San Benedetto dei Marsi alla ditta individuale ‘Santilli Carlo Filippo’, per circa trentatremila euro (roba da farcisi le ville, detratti i costi!); ditta ‘Santilli Carlo Filippo’ che la pertinacia, degna certamente di miglior causa, dei locali carabinieri, condusse ad equivocare, per via dell’indicazione di una partita Iva sbagliata sul preventivo (non il nome: la partita Iva: il classico errore da copia-incolla), nella ditta ‘Santilli edilizia s.r.l.’, società quest’ultima nella quale deteneva una quota l’allora vicesindaco del paese, Americo Santilli. Tale refuso, solare e pacificamente attestato dal resto dell’incartamento (impegni di spesa, mandati di pagamento, scopo sociale delle ditte, ecc.), si era stratificato su una querelle di un consigliere comunale di minoranza che si era intestardito ad indagare sui lavori – effettuati nello stesso frangente di tempo, su una particolare ed unica strada sambenedettese, gratuitamente – da Carlo Santilli, fratello di Americo il vicesindaco, forse sotto l’egida di un’altra società di famiglia, la ‘Cogesa srl’. Anche qui, nessun mistero: non poteva esistere, in municipio, la tanto reclamata, dal su non lodato consigliere di opposizione, documentazione dei rapporti intercorsi tra il comune e questa ‘Cogesa srl’, non avendo il municipio mai intrattenuto alcun rapporto economico con tale società. E i lavori –  a) quelli gratuiti della strada che conduceva all’impianto dei Santilli (e da essi sostenuti); e, b) quelli delle buche sulle altre strade commissionati e pagati dal municipio – non erano sovrapponibili o equivocabili, e mai avrebbero dovuto esserlo, come pure la denuncia e le caotiche carte prodotte fecero in qualche modo pensare (ammesso che un simile fascicolo potesse sollecitare a elaborare induzioni sensate, oltre a quella sul fallimento dell’istruzione elementare e della logica) a chi operò il rinvio a giudizio. Incredibilmente, infatti, tale giudizio contemplava, tra i capi di imputazione addebitati al Di Cesare, (anche) quello di non aver fornito risposta all’accesso sulla questione delle buche poi rivelatisi gratuite, al fine di coprire la pretesa magagna di quelle a pagamento. Come si può vedere, fatti messi in relazione che in realtà non lo erano, per tacere della circostanza che sulla richiesta inerente le buche gratuite (e che l’istante consigliere probabilmente, errando, assumeva a pagamento, e sospettava affidate alla cura bituminica del vicesindaco) una risposta l’allora sindaco la pure fornì, assicurando – correttamente – che con tale ‘Cogesa srl’ il municipio non aveva avuto rapporti (questa era la domanda, che invero fece persino pensare ci si riferisse al consorzio che cura[va] i rifiuti del sulmonese). Difficile mostrare carte che non esistono. Ancor più arduo dimostrare che non è responsabilità di chi amministra se vi è chi sabota la teoria degli insiemi, e mette insieme mele e pere, buche gratuite e buche a pagamento, e le confonde, e trova udienza.

Nella sentenza, del 18 luglio 2019, queste cose vengono rimesse in fila, non senza una tanto irrituale quanto dura reprimenda del collegio giudicante al sempre non lodato consigliere comunale di opposizione che diede il via alle danze giudiziarie (danze: poiché egli produsse plurimi esposti, sui fatti più svariati, tutti parimenti inconsistenti [ma tutti testardamente istruiti dalle Autorità, circostanza che cozza, oltre che con lo scarso contenuto oggettivo delle denunce, anche contro la statistica]); e con la piana constatazione del tribunale che, fosse pure successo quel che si adombrava, ovvero l’affidamento dei lavori da parte dell’allora sindaco-responsabile dell’ufficio tecnico ad una società ove era parte il vicesindaco, ben altro avrebbe dovuto essere il passo per far rilevare il sedicente inguacchio, prima delle denunce, ovvero la contestazione di incompatibilità in seno al consiglio comunale (meccanismo che, oltre ad essere quello appropriato, avrebbe consentito di chiarire in fretta la questione, sgravando così gli imputati di un decennio di causa, permettendo alle Autorità di pensare ad altro: ma proprio qui, probabilmente, casca l’asino).

Soprattutto, dai verbali di udienza rifulge cristallina la pessima (p-e-s-s-i-m-a) figura fatta da chi condusse, all’epoca, le indagini, ovvero i locali carabinieri; pessima figura sulla quale non insisteremo sia perché solarmente pacifica sia per evitare si pensi che noi la si tenga con i rappresentanti dell’Arma nel suo complesso o con i suoi singoli brillanti esponenti che abbiamo visto in azione in questi anni (non sia mai!).

Restano sul terreno, a latere del ripristinato manto stradale e del principio di realtà, due cose: 1) la domanda se non ci fossero cose serie da perseguire, magari non sempre in danno del Di Cesare, in luogo di prodursi in questa pantomima avvilente; 2) la convinzione che, per quanto assurdo e defatigante, cotanto procedimento penale, se possibile, poteva andare ancor peggio, come dimostrano i recenti arresti, del tutto sbagliati ed improvvidi, dei primi cittadini di Tagliacozzo e di Capistrello.

cobianchi

Tratto da: il Martello del Fucino 2019-10 – SCARICA IL PDF

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