8. IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AVEZZANO P.G.91: La trasformazione del campo nel periodo tra le due guerre.

Sul finire del 1919, a conclusione del conflitto mondiale, i prigionieri lasciarono il campo e l’Autorità militare, in una nota del novembre dello stesso anno, chiesero al Comune di Avezzano di acquistare le strutture dell’ex campo di prigionia. Nella lettera di risposta il delegato municipale Francesco Benigni, richiamando gli accordi già presi nell’ottobre del 1915 con le autorità governative, rileva i grandi sforzi finanziari che il Comune sta sostenendo per la ricostruzione e ne esclude ogni altro sacrificio economico, pertanto, auspicando la cessione gratuita del campo aggiunge:

           … in questa regione devastata, il campo dovrà essere utilizzato a beneficio della regione stessa e per scopi di rilevanza generale che in esso potranno agevolmente trovare sviluppo, quali quelli attinenti all’educazione tecnica e professionale degli orfani di guerra e dei figli dei tubercolotici.   

Dopo lunghe trattative e l’intercessione dell’on. Camillo Corradini, nativo di Avezzano e sottosegretario di stato al Ministero dell’Interno, il Ministero della Guerra con nota del 7 settembre 1920 concesse a titolo gratuito i terreni e le baracche dell’ex campo di concentramento al Comune di Avezzano.

Ricevuta la comunicazione da parte del Ministero della guerra di cessione gratuita dell’ex campo di prigionia, il Comune ringrazia pubblicamente l’on. Camillo Corradini con un manifesto “AVEZZANESI! Sono lieto di potervi finalmente partecipare che il vostro concittadino S.E. CAMILLO CORRADINI ha ottenuto la cessione gratuita a favore del vostro Comune di tutte le costruzioni stabili dell’ex Campo di Concentramento dei Prigionieri di Guerra. Ho già ringraziato, in nome vostro, l’Illustre benefattore. Avezzano, 11 settembre 1920. IL DELEGATO SPECIALE BENIGNI. La cessione avvenne in più fasi dal settembre 1920 fino al maggio 1923, quando il giorno ventinove fu sottoscritta una convenzione tra l’Autorità militare e quella comunale che definì i terreni, le costruzioni e le infrastrutture del campo da cedere al Comune e stabilì gli oneri che ne derivavano per l’Amministrazione. Analizzando gli atti comunali prodotti in questo periodo, si coglie l’amarezza e la delusione dell’Amministrazione locale che tanto aveva riposto in questa cessione sperando nella redditività delle strutture del campo. Quando si perfezionò l’atto di trasferimento di proprietà gran parte dei baraccamenti di legno erano stati demoliti e venduto il materiale di risulta dal Genio civile di Avezzano, impegnato nella ricostruzione dell’abitato. Inoltre quattro padiglioni in muratura, destinati ad alloggi per gli ufficiali dell’ex campo, e una grande baracca adibita a infermeria nei pressi della stazione ferroviaria, furono assegnati temporaneamente all’Amministrazione delle ferrovie come abitazioni per i propri dipendenti. Le baracche rimaste si trovavano in cattivo stato di conservazione, poiché erano state occupate abusivamente dagli operai che lavoravano alla ricostruzione e dai molti sbandati che circolavano in zona. Inoltre le baracche in muratura erano da ristrutturare e adeguare alle nuove destinazione d’uso.

Secondo gli accordi stipulati con l’Amministrazione militare il Comune aveva l’obbligo di liquidare ai privati le indennità dovute per l’occupazione dei terreni e di acquisire quei terreni su cui insistevano le costruzioni ritenute utili per l’Amministrazione. La gestione dell’ex campo si presentò subito difficoltosa soprattutto per le scarse risorse economiche del Comune, per questo con delibera del 27 maggio 1923 l’Amministrazione decise di restituire ai legittimi proprietari i terreni liberi, di demolire e vendere all’asta i materiali di quelle baracche, costruite su terreni privati, non ritenute utili e non richieste dai proprietari dei terreni stessi. Gli introiti di queste operazioni avrebbero finanziato le ristrutturazioni e gli eventuali espropri dei terreni privati su cui insistevano le baracche da riutilizzare per le quali si prevedevano contratti di locazione per un massimo di nove anni.  Molte furono le associazioni, gli artigiani ed enti locali che fecero richiesta di utilizzare i padiglioni dell’ex campo: la Costituenda società sportiva marsicana, L’Amministrazione del principato Torlonia, la Cattedra ambulante di agricoltura per la Provincia di Aquila. Durante il 1933 alcuni padiglioni furono occupati anche per ospitare una colonia diurna elioterapica per bambini, per locali d’isolamento per una scuola rurale e sede provvisoria della Corte di Assise.

La frammentazione degli interventi di ristrutturazione dei padiglioni, l’utilizzazione sporadica e diversificata degli stessi, come la scelta di demolire parte del patrimonio delle baracche,  determinò la modifica radicale del primo insediamento dell’ex campo di concentramento, anche a livello viario: restò tracciata la strada centrale di nuova realizzazione e quelle già esistenti prima della costruzione del campo come via Macerina e via Comunale per Antrosano. Fuori del perimetro del campo, per la presenza della palazzina uffici e dei padiglioni già adibiti a laboratori, acquistò rilievo la nuova strada comunale per Antrosano, l’attuale via Massimiliano Kolbe, all’inizio una semplice carrareccia. Fondamentale fu anche la mancanza d’interesse da parte dell’Amministrazione comunale di Avezzano di destinare ad uso residenziale e/o artigianale l’impianto delle baracche, considerando l’area dell’ex campo di prigionieri come zona di espansione del piano di ricostruzione elaborato nel 1916 dall’ing. Sebastiano Bultrini. In una nota del 4 marzo 1926, il commissario straordinario di Avezzano, rispondendo al Ministro dei lavori pubblici che lamentava la distruzione delle baracche da parte del Comune, rilevata la scarsa redditività delle strutture e le difficoltà di gestione delle stesse per le scarse risorse economiche del Comune, così scriveva:

 … tutto ciò che si poteva utilizzare dell’ex Campo è stato dall’Amministrazione regolarmente fatto; si è alienato e distrutto ciò che costituiva un danno economico ed un incentivo alla delinquenza … una ragione gravissima e contingente avrebbe dovuto consigliare la non conservazione dell’ex Campo l’evitare il frazionamento del Comune e il sorgere di un grosso nucleo abitato molto distante dalla località della risorgente città dove si sono spesi ingenti somme per opere igieniche e dove conviene convergere tutte le forze per affrontare la rinascita stessa.

La volontà del Comune è quindi molto chiara: non si può ampliare l’abitato oltre quello indicato nel piano regolatore del 1916, giacché comporterebbe un aggravio economico insostenibile per le casse comunali. Inoltre la presenza dello scalo ferroviario da attraversare per raggiungere la zona del campo, avrebbe rappresentato una grossa difficoltà per i collegamenti con il resto dell’abitato. Oltre alla volontà dell’Amministrazione comunale di non ampliare il piano regolatore generale dell’ing. Sebastiano Bultrini, è da considerare che il piano stesso risultò troppo rigido e schematico, avverso a ogni modello d’espansione una volta raggiunta la saturazione del piano d’ampliamento, avvenuta già alla fine degli anni Trenta. Negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, per mancanza di direttive pianificatorie, si assiste ad Avezzano alla nascita di quartieri miseri ed informi senza il minimo controllo anche solo edilizio, soprattutto nelle zone esterne a ridosso del centro. Non fu risparmiata nemmeno l’area dell’ex concentramento che costituì, in tal modo, un fattore di squilibrio edilizio per la città che mantenne per lungo tempo.

Riferimenti bibliografici:

  • Lodovico Tavernini “Prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento italiani 1915-1920”
  • arch. Clara Antonia Cipriani “Il Campo di concentramento di Avezzano. L’istituzione di un campo di prigionieri di guerra austro-ungarici e la nascita della “Legione Romena d’Italia” ad Avezzano” in – Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915 di Simonetta Ciranna e Patrizia Montuori –
  • Prigionieri di guerra ad Avezzano – “Il campo di concentramento. Memorie da salvare” di Enzo Maccallini e Lucio Losardo
  • Le foto sono tratte dal web
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Laureatosi in architettura presso l’Università La Sapienza di Roma, ha esercitato la professione di architetto per circa trent’anni, oggi insegna alla Scuola Secondaria di Primo Grado presso l’Istituto Comprensivo GIOVANNI XXIII-VIVENZA di Avezzano. Appassionato di storia recente e di politica, è autore di uno studio sulla Riforma Agraria del Fucino, che si articola in 167 tra capitoli e sottocapitoli, pubblicata sui gruppi Facebook “Ortucchio in parole e immagini” e “Luco, ieri e oggi”.