2.   IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AVEZZANO P.G.91: costruzione del campo di prigionia ad Avezzano

Progetto: vista a volo d'uccello

A seguito del disastroso terremoto del 13 gennaio 1915 che colpì la Marsica e un vasto territorio dell’Italia centrale, il governo nazionale decise di installare un campo di concentramento di soldati austro-ungarici nella città di Avezzano con lo scopo di utilizzare i prigionieri di guerra nelle diverse attività di ricostruzione avviate sul territorio. Nel corso del primo conflitto mondiale il numeroso flusso di prigionieri dell’esercito austro-ungarico fu distribuito su tutto il territorio nazionale in una serie di campi di prigionia, lontani dagli scenari di guerra.

In un primo tempo il Ministero dell’interno non permise l’utilizzo dei prigionieri in lavori manuali all’esterno dei campi, soprattutto per motivi di sicurezza pubblica: la grave crisi economica che l’Italia attraversava in quel tempo, avrebbe potuto alimentare qualche tensione sociale per l’immissione sul mercato di manodopera a basso costo. In seguito anche l’Italia, adeguandosi alle disposizioni dell’art. 6 del Regolamento dell’Aja, impiegò i prigionieri di guerra per lavori esterni, soprattutto per sopperire alla mancanza di manodopera sul mercato del lavoro dovuta ai continui richiami delle classi di leva per la guerra. É in questo contesto che maturò la decisione del governo italiano di impiantare un campo di concentramento per i prigionieri austro-ungarici ad Avezzano e Sulmona. Il lavoro dei prigionieri impegnati nell’opera di ricostruzione della città di Avezzano, è largamente documentata in molti atti amministrativi consultabili pressi l’archivio storico del Comune. A riguardo è significativa la relazione del delegato speciale Italo Pio sulle attività svolte ad Avezzano dal 1915 al 1918. La città di Avezzano presentava una serie di condizioni favorevoli ad ospitare i prigionieri di guerra: – la sua lontananza da tutti gli scenari della prima guerra mondiale; – l’esigenza di trovare in zona un’abbondante manodopera non specializzata per le attività agricole da eseguire nei campi dell’alveo di Fucino, una superficie di circa 15.000 ettari prosciugata dalle acque dell’omonimo lago solo una trentina di anni prima e rimasta in gran parte incolta durante il periodo bellico a causa del reclutamento degli uomini nell’esercito in guerra.

Inoltre c’era l’esigenza d’iniziare l’opera di ricostruzione del territorio marsicano distrutto dal terremoto, per ridare alla popolazione superstite un minimo di normalità di vita.

Fu così che nella tarda estate del 1916 iniziarono i lavori di costruzione del campo di prigionia destinato ad accogliere i soldati dell’esercito dell’Austria – Ungheria. In un primo tempo ad Avezzano confluirono i prigionieri di guerra dell’esercito asburgico appartenenti alle varie nazionalità dell’impero nemico, tra cui i rumeni originari della Transilvania, del Banato e della Bucovina. La mattina dell’8 ottobre 1915, presso il municipio di Avezzano, s’incontrarono una delegazione di ufficiali del Ministero della guerra e i rappresentanti della cittadinanza avezzanese, durante l’incontro il colonnello Giovanni Di Loreto così dichiarava:

Il Ministero della guerra intenzionato di portare aiuti indiretti alla popolazione di questa zona danneggiata dal terremoto, formerebbe qui un campo di concentrazione di prigionieri di guerra. Occorrerebbe però che i cittadini prestassero all’uopo quell’aiuto normale necessario per l’attuazione della cosa e permettessero di usare temporaneamente di parte dell’acqua che attualmente si ritiene superiore ai bisogni della popolazione superstite.

I rappresentanti dell’Amministrazione cittadina, espresso il loro compiacimento per le scelte e la benevolenza dimostrata alla popolazione marsicana dal Ministero della guerra, accettarono di buon grado l’istituzione di un campo di prigionia ad Avezzano, assicurando l’erogazione gratuita giornaliera di acqua potabile da prelevare alla condotta comunale esistente.

Per favorire inoltre l’installazione del campo, l’Amministrazione comunale di Avezzano si

dichiarò favorevole a cedere a titolo gratuito l’occupazione temporanea dei terreni demaniali necessari, nella speranza che, una volta cessato l’uso del campo, le costruzioni realizzate potessero essere assegnate a beneficio della popolazione superstite del Comune.  Nella stessa seduta gli amministratori comunali indicarono in una zona a nord del nuovo centro abitato in via di ricostruzione, oltre la linea ferroviaria Roma – Pescara, la località idonea per l’impianto del campo, tanto più che nelle sue vicinanze era già in costruzione l’ospedale ed esisteva un locale d’isolamento.

Nei mesi seguenti gli accordi con le Autorità militari furono perfezionati con la concessione da parte del Comune di una cava di breccia, in località Cesolino, lungo la provinciale Cigolana.

Alla fine del 1916 il Genio militare iniziò i lavori di costruzione del campo su un’area di circa trenta ettari a nord dell’abitato, occupando terreni di proprietà pubblica e privata. Il campo era suddiviso in quattro settori secondo una viabilità interna regolare disposta a scacchiera con gli ampi assi centrali tra essi perpendicolari.

Riferimenti bibliografici:

  • Lodovico Tavernini “Prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento italiani 1915-1920”
  • arch. Clara Antonia Cipriani “Il Campo di concentramento di Avezzano. L’istituzione di un campo di prigionieri di guerra austro-ungarici e la nascita della “Legione Romena d’Italia” ad Avezzano” in Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915 di Simonetta Ciranna e Patrizia Montuori
  • Prigionieri di guerra ad Avezzano – “Il campo di concentramento. Memorie da salvare” di Enzo Maccallini e Lucio Losardo
  • Le fotografie sono tratte dal web
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Laureatosi in architettura presso l’Università La Sapienza di Roma, ha esercitato la professione di architetto per circa trent’anni, oggi insegna alla Scuola Secondaria di Primo Grado presso l’Istituto Comprensivo GIOVANNI XXIII-VIVENZA di Avezzano. Appassionato di storia recente e di politica, è autore di uno studio sulla Riforma Agraria del Fucino, che si articola in 167 tra capitoli e sottocapitoli, pubblicata sui gruppi Facebook “Ortucchio in parole e immagini” e “Luco, ieri e oggi”.