2 e 3 febraio 1957, la rivolta del distretto. Sulmona: Jamm’ mo’

f-x-sulmona-treno.jpgNel momento in cui ci si appresta – con tanto di apparato celebrativo, curato da un apposito comitato – a commemorarne il cinquantesimo anniversario, in Sulmona è ormai sedimentato, a proposito dell’agitazione per la soppressione del locale distretto militare, un universale sentimento di orgogliosa rivendicazione, per quanto l’iconografia l’abbia dipinta, negli anni, nelle maniere più svariate, spaziando da «rivolta eminentemente borghese» sino a «intifada ante-litteram».
E’ il 1954 quando la questione della cancellazione del distretto – decisa nell’ambito della generale riorganizzazione del sistema italiano territoriale della Difesa – entra prepotentemente nel dibattito cittadino, sino a causare le (prime) dimissioni dell’intero consiglio comunale. Nasce, in tal frangente, il «Comitato di difesa cittadina», che troviamo affannato, per i due anni successivi, a tentare di scongiurare, presso tutte le autorità competenti, la paventata misura.
La situazione precipita quando, tra il 27 ed il 28 gennaio 1957, con una repentina operazione protetta dalle tenebre, i militari prelevano le pratiche dagli uffici di Sulmona per trasportarle a L’Aquila. Immaginarsi la mortificazione di quel gruppo di notabili, con alla testa il sindaco, che si trova, il giorno successivo, su appuntamento fissato la settimana precedente, al cospetto del ministro Taviani, a patrocinare non più la difesa di un ufficio ma a dolersi, vanamente, di una irrimediabile spoliazione. La questione si sarebbe forse chiusa lì, con le ennesime sdegnate dimissioni dell’intero consiglio comunale, se non si fosse verificato un fatto che venne interpretato, a torto o a ragione, come un’autentica provocazione: la visita del dottor Ugo Morosi, prefetto della provincia, alla città di Sulmona.
Invero, il 2 febbraio 1957, quando il prefetto si avvia, da L’Aquila, «per la consueta visita mensile [per il ricevimento dei sindaci del circondario peligno, ndr] e per far visita al Vescovo della Città», non mancano le persone avvedute che intravedono, in quell’accorrere in una Sulmona appena scottata dalla beffa notturna, un potenziale pericolo. I primi a preoccuparsene sono proprio i responsabili dell’ordine pubblico della città ovidiana, che si provano a dissuadere l’incauto viaggiatore dal mettere piede nel centro, intercettandolo per la via. Senza fortuna.
A metà mattinata, dinanzi agli uffici della curia dove il prefetto si è effettivamente recato ad omaggiare il vescovo, si raduna una discreta folla, che comincia a rumoreggiare minacciosamente. Sia come sia, il bilancio della giornata sarebbe consistito in una semplice, per quanto sgradevole, contestazione (e in una serrata degli esercizi commerciali) se il dottor Morosi non decidesse, una volta sano e salvo, sulla circonvallazione, e con solo qualche ammaccatura alla berlina di ordinanza, di recarsi comunque in Comune, a Sulmona.
Manovra, questa, tanto improvvida quanto palese, alla quale la popolazione reagisce attuando un vero e proprio blocco, da via Mazara e tutto intorno palazzo San Francesco. Solo in tarda serata la forza pubblica (primi fra tutti i soldati di stanza a Sulmona) riesce a sottrarre il prefetto all’ira di migliaia di persone, istradandolo, su un autoblindo, per dove era venuto. In città è ormai scoppiata una battaglia che si consuma vicolo per vicolo, con mattoni, sassi, panche ed ogni oggetto utile alla bisogna, contro gli artifici lacrimogeni dei quali fanno uso le guardie e i carabinieri, accorsi dai più vicini presìdi della regione. Si erigono vere e proprie barricate in centro, mentre ponte San Panfilo è interessato da un enorme incendio che impedisce ai rinforzi romani e marchigiani della Celere di entrare in città.
Il 3 febbraio il prefetto Morosi, dal suo ufficio nel capoluogo, comincia ad analizzare i fatti, prendendosela con il «Comitato di difesa cittadina» (egemonizzato, in buona sostanza, dai partiti d’ordine, e con un militare al suo vertice) e con le forze di sinistra – i cui capi «comunisti e socialisti (moderati almeno nell’apparenza) si sono presentati e si sono offerti a me come scorta», scrive però, contradditoriamente, il prefetto. Gli scontri riprendono furiosi nel pomeriggio. Alla fine della seconda giornata le forze dell’ordine (seicento gli elementi utilizzati) prevalgono definitivamente. Decine gli arrestati e i fermati, oltre duecento i feriti ufficiali (uno solo da arma da fuoco).
La rivolta sulmonese del 1957 fornì lo spunto, all’epoca, per richiamare l’attenzione sulla Valle Peligna e per avviare quel dibattito che di lì a poco condurrà all’adozione di molteplici provvedimenti governativi in campo economico. Episodio che gli stessi protagonisti ritengono puramente accidentale nel suo scoppio, la rivolta non lo è, forse, nelle origini e nelle cause.
A questo proposito si segnala, in particolare, l’analisi della lotta intestina tra i locali esponenti dell’allora partito egemone in Sulmona, la Democrazia Cristiana (e di questi, uniti, contro i loro sodali aquilani), sceverata dal compianto Maurizio Padula, che un quarto di secolo fa ha dedicato un libro ai fatti del distretto.

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