10. IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AVEZZANO P.G.91: il secondo dopoguerra nasce Borgo Pineta – il P.R.G.

In una planimetria del 1946, redatta dall’ufficio tecnico del comune di Avezzano, sono riportati i danni causati dai bombardamenti al patrimonio edilizio della città: la zona occupata un tempo dal campo dei prigionieri di guerra compare in gran parte distrutta o gravemente danneggiata, resta visibile solo la viabilità principale originaria.

Nei primi anni del dopo la guerra si assiste alla ripresa delle operazioni di ricostruzione soprattutto grazie ai privati che ripararono le case danneggiate o le ricostruirono con l’aiuto dello Stato, ma senza alcun miglioramento funzionale o urbanistico rispetto alla situazione prebellica. Questo accadde anche nell’area del concentramento dove si costruirono e ripararono case a semplice elevazione, accanto ai pochi padiglioni rimasti dell’ex campo, lungo la viabilità già consolidata prima dell’ultimo conflitto mondiale.

Cartolina della città del 1948 dove si evince che dell’ex campo di concentramento è rimasto poco

Per iniziativa privata e pubblica, soprattutto del locale ufficio del Genio civile, si recuperano così alcune baracche per alloggiare i senza tetto e per le funzioni religiose; il villino Cimarosa, ex uffici del campo, tornò ad ospitare l’asilo. Ad Avezzano, infatti, dopo la seconda guerra mondiale senza un piano di ricostruzione o di un piano regolatore efficaci, si è ricostruito in modo episodico e irrazionale. Non solo l’iniziativa privata è senza regole, anche quella pubblica a cominciare degli enti che s’interessavano di edilizia sovvenzionata come l’INA-Casa o gli IACP. Questi enti hanno dato luogo ad insediamenti casuali sorti su aree messe a disposizione dal Comune, realizzando modesti volumi isolati in zone senza attrezzature né stradali, né di servizio in mezzo al disordine di casupole o baracche. Anche per la zona del concentramento l’INA-Casa costruì a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta padiglioni di edilizia pubblica su terreni demaniali a nord, a confine con la pineta, e lungo via degli Eroi, sul sito di precedenti baraccamenti. Con decreto ministeriale 7 aprile 1956 il Comune di Avezzano fu obbligato ad adottare un piano di ricostruzione ai sensi della Legge n° 2402/1956 con l’intento di esaminare i problemi più urgenti e generali della città, lasciando poi alla redazione del piano regolatore generale del Comune ed ai successivi piani particolareggiati di attuazione, la soluzione delle problematiche urbanistiche più complesse. Il Comune di Avezzano incaricò nel 1957 l’ing. Marcello Vittorini di redigere il piano di ricostruzione del Comune, a cui seguì nel 1959, elaborato dallo stesso professionista, il programma di fabbricazione. In entrambi gli strumenti urbanistici si riconosce alla zona dell’ex concentramento una vocazione residenziale, un’area dove la città può espandersi, ma anche l’esistenza di difficoltà di collegamento con il centro urbano, per via della presenza del doppio passaggio a livello sulla linea ferrovia Roma-Pescara e Sora-Avezzano. Inoltre l’area è stata interessata dopo la guerra da una ricostruzione spontanea, caotica e squilibrata, tanto che gli indirizzi del piano di ricostruzione rimandano all’adozione di un piano particolareggiato della zona il compito di risolvere i problemi viari di collegamento e quelli relativi agli insediamenti residenziali ed infrastrutturali.  

Per la prima volta in questi strumenti di pianificazione la zona a nord dell’abitato non è più indicata con il toponimo“ Concentramento”, ma con la nuova denominazione “Borgo Pineta” voluta dall’Amministrazione comunale per testimoniare la volontà di riscatto e ripresa della popolazione avezzanese nei confronti dei danni e delle sofferenze sofferte durante i conflitti mondiali. Alla vigilia dell’adozione del piano regolatore generale del Comune, progettato dagli architetti Romano De Simoni e Massimo Santoro nel 1968, il quartiere di “Borgo Pineta” è in via di strutturazione perché già dotato di quelle attrezzature di servizio di tipo religioso e scolastico – elementare, fondamentali per favorire l’aggregazione sociale di una popolazione. Alla metà degli anni Cinquanta inizia l’opera di costruzione della nuova chiesa, dedicata alla Madonna del Passo, e subito dopo della scuola elementare Don Bosco.

É comunque con l’adozione del nuovo piano regolatore e del piano particolareggiato di attuazione nel 1975, che la zona dell’ex concentramento si struttura secondo l’attuale schema urbano. Oggi il quartiere è dotato di una serie di strutture pubbliche come il campus scolastico, il centro culturale, il centro servizi, il centro sportivo e zone di espansione edilizia che hanno spostato l’asse di sviluppo della città a nord e non solo sotto l’aspetto fisico, ma anche socio-culturale.

Riferimenti bibliografici:

  • Lodovico Tavernini “Prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento italiani 1915-1920”
  • arch. Clara Antonia Cipriani “Il Campo di concentramento di Avezzano. L’istituzione di un campo di prigionieri di guerra austro-ungarici e la nascita della “Legione Romena d’Italia” ad Avezzano” in – Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915 di Simonetta Ciranna e Patrizia Montuori –
  • Prigionieri di guerra ad Avezzano – “Il campo di concentramento. Memorie da salvare” di Enzo Maccallini e Lucio Losardo
  • Le foto sono tratte dal web
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Laureatosi in architettura presso l’Università La Sapienza di Roma, ha esercitato la professione di architetto per circa trent’anni, oggi insegna alla Scuola Secondaria di Primo Grado presso l’Istituto Comprensivo GIOVANNI XXIII-VIVENZA di Avezzano. Appassionato di storia recente e di politica, è autore di uno studio sulla Riforma Agraria del Fucino, che si articola in 167 tra capitoli e sottocapitoli, pubblicata sui gruppi Facebook “Ortucchio in parole e immagini” e “Luco, ieri e oggi”.