1 – Commissione parlamentare di inchiesta su L’Aquila

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La prima volta – a quanto ricordo – che ebbi modestamente occasione e modo di associare l’austero concetto di commissione parlamentare di inchiesta con il terremoto occorso il 6 aprile 2009 fu appena pochi giorni dopo quel triste accadimento del sisma; e precisamente quando, al cospetto dei preparativi per la messa in opera del bellissimo scenografico e costosissimo (nonché inutile, e del tutto fuori luogo) palco dal quale – sullo sfondo delle rovine del piccolo centro – il presidente del Consiglio pro tempore, Silvio Berlusconi, avrebbe di lì a poco pronunziato uno dei suoi discorsi più riusciti (comunque si interpreti e consideri il topos della “riuscita” ovvero della cifra del prodotto di quell’uomo politico): Onna, 25 aprile 2009, festa della Liberazione. L’epifania – nemmeno così complessa o suscettibile di rientrare tra le imitazioni povere delle madeleine proustiane – si inverò quando il giornalista Enrico Fierro, all’epoca in forza a l’Unità, serafico mi disse: «Qui finisce come in Irpinia», con il tono non di chi azzarda una previsione o pronunzia un’iperbole ma semplicemente di chi ti comunica una circostanza palmare, persino scontata.

In quell’occasione, per la prima volta, nel disastro e nel fango e nella disperazione che Onna testimoniava e tramandava – e che la comunicazione dell’allora presidente del Consiglio “magnificamente” volse a favore del messaggio che Berlusconi volle inviare quel giorno al Paese, messaggio transitato alle cronache per alcuni irrituali accenti resistenziali e antifascisti – valutai l’opportunità che nel futuro, a medio termine, potessimo produrre (ovvero: avere a disposizione), quale collettività, un immane corpus documentario del tenore di quello che la Commissione d’inchiesta sul terremoto dell’Irpinia, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro, consegnò agli atti del Parlamento (cinquanta tomi compongono la sola relazione finale) con tutto quel compendio di resoconti stenografici di audizioni e di documentazione acquisita che fanno la gioia di chi è feticisticamente appassionato di Storia. Lavoro molto approfondito peraltro quello sul terremoto del 1980, concluso in termini relativamente brevi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, in tempo per consentire al presidente di essere elevato alla massima carica della Repubblica (crediamo, anche per il lavoro ed il profilo mostrati, da democristiano, nell’attività alla guida di una commissione molto delicata per i riflessi che gli esiti e le emergenze della stessa avrebbero potuto avere sui vertici del partito politico allora di maggioranza relativa).

Nel giro di pochi mesi, chi scrive si è presto convinto che la stampa e la politica, per quanto impegno potessero impiegare allo scopo, non avrebbero potuto – per la prima – e voluto – per la seconda – lumeggiare adeguatamente i diversi aspetti opachi caratterizzanti l’emergenza nel Cratere sismico aquilano e della Valle dell’Aterno, aspetti molto dei quali obiettivamente complessi e non riconducibili ad una sintesi univoca e facile (non sempre la “comunicazione” è la sede per dirimere e sceverare questioni tecniche, delicate, ecc.).

Era stato necessario quasi un decennio perché molti anni or sono il Parlamento avvertisse la necessità di rielaborare ed esattamente conoscere come fosse andata in Irpinia, meno della metà di questo periodo è occorso per L’Aquila, giacché appena eletta – prima metà del 2013 – la senatrice Blundo ebbe a presentare il disegno di legge per l’istituzione di una «Commissione parlamentare di inchiesta sulle problematiche connesse alla ricostruzione dei territori colpiti dagli eventi sismici del 6 aprile 2009».

Come noto, ciascuna Camera – prevede l’articolo 82 della Costituzione Italiana – può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tal fine, istituisce una apposita Commissione composta in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi parlamentari. Le Commissioni d’inchiesta bicamerali, formate da deputati e senatori, sono ordinariamente istituite con legge. Le Commissioni d’inchiesta, anche questo è noto, sia monocamerali sia bicamerali, procedono nelle indagini e negli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria.

La proposta Blundo apparve, all’epoca, una provocazione o quasi, ed in effetti i tempi non erano probabilmente maturi (per chi scrive, sì; per quanto l’osservazione quasi in tempo reale di alcuni processi dovrebbe spettare forse ad altre istanze che non al Parlamento). Dopo questa prima proposta se ne sono registrate due diverse alla Camera, per iniziativa dei deputati Colletti e Melilla ed infine altra al Senato per la penna di Stefania Pezzopane. L’iter si è ravvivato l’anno scorso, e dopo alcune audizioni informali (Prefetto, Sindaco di L’Aquila, ecc.) il Senato è infine addivenuto a deliberarne l’istituzione per quel solo ramo del Parlamento, senza attendere e propendere per la legge che avrebbe consentito di crearne una bicamerale, più autorevole, ritenendo «più utile e immediata» la soluzione della condensazione delle proposte Blundo e Pezzopane pur di crearla, una simile istanza.

Immaginiamo che la tenuta del recente referendum costituzionale vertente sui compiti del Senato abbia frenato la formale costituzione della Commissione di venti senatori, deliberata con atto del 10 novembre 2016. C’è, ora, però, che ad oltre due mesi dal formale concepimento, la Commissione non sia stata ancora insediata (costituita nei suoi membri). Eppure, il battage di stampa che ha accompagnato la delibera del Senato lasciava intendere che da tale Commissione tutte le parti in commedia, a cominciare dalla politica, si attendessero molto. Ed i compiti ad essa attribuiti – dei quali tratteremo prossimamente – sono suscettibili, in teoria, di riportare alla luce tanti fatti purtroppo obliati, o dei quali non si è tratto intellettualmente insegnamento e tesoro.

Per quanto una commissione di inchiesta possa essere “reiterata” nelle legislature successive, non sfugge come la modifica delle sensibilità parlamentari e della composizione delle assemblee elettive possa essere un grave inconveniente per la continuità e il profitto conoscitivi, e si spera dunque che intanto si cominci, e che quindi a tale costituzione possa in maniera solerte mettersi mano, ora che si è compreso – o si sospetta fortemente – si andrà a scadenza naturale della Legislatura. I tempi sono molto stretti. Ad esempio, il deputato Colletti, per quella da egli proposta, indicava una durata dei lavori di almeno diciotto mesi.

Speriamo vivamente non si perda l’opportunità rappresentata da questa Commissione d’inchiesta. Che la politica non stesse scherzando, o “giocando” con le scadenze elettorali amministrative e non solo con quelle politiche.

Torneremo prossimamente a toccare alcune questioni che, indicate nell’atto istitutivo della Commissione, riesaminate ed approfondite, potrebbero aprire prospettive di conoscenza assai utili e persino insospettate. Speranzosi certo di compulsare e seguire i lavori della Commissione.

ilmartellodelfucino@gmail.com

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