Viaggio in Terrasanta

Il Medio Oriente è storicamente terra di tensioni e conflitti e le vicende sanguinose di questi ultimi anni confermano la centralità geopolitica della zona. A influenzare i destini di tutti paesi dell’area è la questione israelo-palestinese.
Con lo scopo principale di riallacciare rapporti per una conoscenza diretta del problema, una delegazione dell’Arci di Luco si è recata in Palestina dal 17 al 31 agosto.
La delegazione era composta dal direttore di SITe.it Angelo Venti e da Valentina Venditti, studentessa dell’Orientale a Napoli iscritta al corso di laurea in Relazioni internazionali e diplomatiche, che stava preparando la sua tesi sul “Ruolo della donna nella resistenza palestinese dalla nakba alla seconda intifada”.
I due marsicani hanno verificato sul campo le condizioni di vita sotto l’occupazione israeliana e hanno avuto modo di analizzare le dinamiche sociali in atto attraverso visite nei villaggi, nei campi profughi ed incontri con esponenti delle società civile palestinese: forze politiche, cooperative, organizzazioni sindacali e associazioni femminili.
Il viaggio è servito a comprendere meglio la fase che si è aperta dopo la morte di Arafat e l’elezione di Abu Mazen e anche le prospettive di pace dopo il ritiro da Gaza e in vista delle elezioni palestinesi di gennaio.

Erano quasi vent’anni che pensavo di visitare la Palestina, ma ogni volta il precipitare della situazione me lo impediva.
Quando la madre di Valentina mi ha cercato per l’indicazione di un traduttore dall’arabo, senza rifletterci ho proposto alla figlia: “Il mese prossimo scendo in Palestina, vuoi venire?”
Nonostante i suoi 22 anni Valentina ha una buona conoscenza del problema arabo-israeliano, mentre il mio interesse per quell’area e le frequentazioni di tanti amici mediorientali iniziano dagli anni ‘80, ai tempi della invasione israeliana del Libano.
Appena fissiamo la data della partenza, viene annunciato il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza. Presi gli ultimi contatti, decidiamo di partire ugualmente: scegliamo però di non passare per l’aeroporto di Tel Aviv ma di entrare nei Territori occupati dal confine giordano.
Questo per due motivi. Il primo è quello di avere la possibilità, in caso di respingimento alla frontiera, di ritentare nei giorni successivi, poiché spesso la facoltà d’ingresso è affidata all’ufficiale di frontiera. L’altro motivo è dettato dall’esigenza di valutare l’evoluzione del ritiro da Gaza, l’ultimatum scade in quei giorni e coloni e estremisti ebraici hanno già annunciato una dura opposizione che fa temere un innalzamento della tensione anche in Cisgiordania.

Partiamo il 17 agosto dall’aeroporto di Fiumicino. Sull’aereo viaggiamo accanto a una signora che legge Il messaggero che in prima pagina titola: “Terzo disastro aereo in 10 giorni. 161 morti”.
Arriviamo ad Amman, capitale della Giordania, uno stato povero che vive per lo più di aiuti e rimesse degli emigranti. La Giordania è retta da una monarchia e la sua popolazione è composta da circa il 60% da palestinesi profughi dal ‘48.
All’aeroporto troviamo ad attenderci, con tutta la sua famiglia, un amico, Said, architetto laureatosi a Roma. Partiamo subito per Irbid, una città del nord ai confini con la Siria e Israele. Ci ospita una famiglia palestinese vicina al movimento moderato dei Fratelli musulmani. Visitiamo la città e l’indomani l’area archeologica di Umm Qais (la biblica Gadara) e poi il castello di Saladino. Approfitto per un’escursione sul tratto del confine israeliano che parte dalle alture del Golan e scende lungo il fiume Giordano.
La sera, in un ristorante, incontro per caso un palestinese, amico di università. Il giorno dopo partiamo per Amman e lungo la strada visitiamo l’antica Jarash, che fiorì all’inizio dell’era cristiana.

Ad Amman ci ospita Mohammed, un medico membro del Fronte democratico di liberazione della Palestina. Visitiamo la sede del Partito democratico del popolo giordano e la redazione del loro giornale: alcuni membri del Comitato centrale ci parlano della fluidità della situazione politica e dell’esigenza di ristabilire rapporti diretti con partiti e organizzazioni democratiche europee per ricercare strategie comuni per riavviare il processo di pace. In particolare ci informano di recentissimi incontri richiesti da nord europei e giapponesi. Valentina raccoglie materiale prezioso per la sua tesi grazie ad incontri con esponenti di organizzazioni e cooperative femminili.
La sera facciamo un picnic fuori Amman, in una zona alberata dove si rifugiano gli abitanti alla ricerca di un po’ di fresco. Qui un altro palestinese ci informa della vita difficile nei Territori occupati, dei casi di corruzione nell’Autorità palestinese e dei problemi dovuti all’assenza di un potere giudiziario, la cui creazione è impedita dalle forze occupanti.
Il sabato è festivo per gli ebrei e la frontiera è chiusa, approfittiamo quindi per la ricerca di altri contatti prima di entrare in Palestina. Ci invita a pranzo un medico palestinese laureatosi in Italia negli anni ‘70, che ci racconta commosso della solidarietà ricevuta dal mondo cattolico e dalle organizzazioni di sinistra italiane e con nostra sorpresa ci parla della sua amicizia con Padre Pio.

La domenica, in taxi, ci dirigiamo verso Ponte Hussein, il confine con i Territori occupati. Passiamo prima i controlli dello sbarramento giordano, poi attraversiamo in pullman la terra di nessuno fino a quello israeliano: un edificio ad un piano circondato da postazioni militari, filo spinato e blocchi di cemento inseriti in un paesaggio desertico fatto di dune di sabbia.
All’interno dell’edificio controlli dei bagagli, metal detector, perquisizione personale e una serie di controlli elettronici tra cui un apparecchio che, credo, ci schedi gli occhi. L’attesa è lunga e snervante.
I palestinesi diretti a Gaza vengono separati e subiscono controlli ancora più pesanti, mi sorprendono famiglie intere che si trascinano dietro taniche d’acqua.
Superato l’ennesimo controllo passaporti e le domande su luogo di destinazione, motivi del viaggio, dove si alloggia e chi si intende incontrare, finalmente ci autorizzano l’ingresso. Risaliamo su un altro pullman e dopo pochi chilometri nuovo blocco, questa volta della polizia palestinese che si limita a controllare i passaporti. Infine raggiungiamo Gerico, quasi 400 metri sotto il livello del mare: siamo finalmente in Palestina.

A Gerico sperimentiamo cosa è la separazione tra i due popoli: i cellulari giordani e italiani non funzionano, acquistiamo una scheda locale ma non riusciamo a telefonare a un amico. Il tassista ci spiega che esistono due gestori, uno palestinese e uno israeliano …ma che tra loro non comunicano.
Durante il viaggio verso Ramallah ammiriamo ammutoliti il paesaggio e notiamo sulle alture gli insediamenti dei coloni che dominano la valle. Dopo un lungo giro tra le montagne, raggiungiamo la casa del nostro amico che è quasi sera.
Facciamo un giro per la città e ci accompagnano nel vicolo dove un carro israeliano uccise il fotoreporter italiano Ciriello: proviamo tanta amarezza nell’apprendere che una notte l’esercito è tornato in forze per rimuovere anche la lapide commemorativa.
Subito dopo visitiamo la Mukata, il quartier generale dove per mesi è stato assediato Arafat e dove infine è stato sepolto.
E’ ormai notte ed è chiusa, ma con nostra sorpresa aprono, riaccendono le luci e rimontano il corpo di guardia per consentirci di visitare la tomba di Arafat: un militare ci racconta quando un gruppo di internazionali, tra cui molti italiani, forzarono il blocco dell’esercito portando medicine agli assediati. Poi aggiunge: “vi ringraziamo per questo”.
Il lunedì giriamo per Ramallah, una città che svolge il ruolo di capitale provvisoria: sede di uffici e ministeri, malgrado la forte espansione edilizia porta ancora i segni delle distruzioni. Il 40% degli abitanti sono arabo-cristiani, il mercato e i vicoli sono animati e pieni di colori, la gente è ospitale.
Ci capita di parlare con un quarantenne nato a Gerico, la cui famiglia è originaria di un villaggio vicino Jaffa. Conserva ancora la chiave della casa abbandonata nel ‘48 e cita come paese di nascita il villaggio d’origine della famiglia, altrettanto fa sua figlia che ha solo 4 anni.
Il pomeriggio incontriamo un dirigente del Fronte democratico che ci parla della situazione politica, delle difficoltà e dell’alleanza tra i partiti laici per presentarsi insieme alle elezioni. La loro situazione è difficile, schiacciati tra Al Fatah che ha tessuto una sua rete clientelare gestendo un minimo di potere, e gli islamici di Hamas, che finora hanno potuto contare sugli aiuti sauditi e dei Paesi del Golfo che gli hanno consentito di realizzare una rete di mense e centri di assistenza. Ma i laici sono fiduciosi, alle elezioni di gennaio sperano di ragiungere insieme il 20%.
Poi ci illustra l’accordo sottoscritto anche da Hamas, con cui si impegnano tutti a non organizzare attentati dentro Israele.
Subito dopo ci rechiamo a casa di Amneh Rimawi, leader del movimento femminile palestinese candidata al Nobel per la pace 2005. Rilascia una lunga intervista a Valentina sulla situazione della donna palestinese e parla della lotta contro l’occupazione e per l’emancipazione di genere.
In particolare ci illustra la nuova legge elettorale, che fissa quote del 40% riservate alle donne: una novità che sta costringendo anche Hamas a dare spazio a candidate donne.
La serata la passiamo con i colleghi dell’amico che ci ospita e che provengono da diverse città e villaggi della Cisgiordania.
Martedì ci aspettano ad Al Amari, un campo profughi della periferia di Ramallah gemellato con il comune francese di Stains e con Luco dei Marsi. Nel campo vivono oltre settemila persone in nove ettari, il 70% della popolazione ha meno di 35 anni: nei vicoli strettissimi non entra il sole, i servizi sono praticamente inesistenti, l’unico spazio per i bambini non supera i 30 metri quadri.
Come tutti i campi è amministrato dall’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i profughi che qui delega parte delle funzioni al Club, un organismo popolare che raggruppa associazioni e cooperative del campo.
Visitiamo alcuni centri gestiti da cooperanti internazionali che si occupano soprattutto di bambini: istruzione, formazione, assistenza psicologica, riabilitazione. Nel campo sono forti le Brigate al Aqsa di Marwan Barghouti, la componente di sinistra di Al Fatah. Al Club ci sorprendono per la grande dignità, hanno bisogno di tutto ma ci chiedono solo: “Fate conoscere la nostra situazione: inviate persone per vedere direttamente come si vive sotto l’occupazione”.
Visitiamo una famiglia che da sola sintetizza tutto il dramma di questa gente: profuga dal ‘48, conta un figlio morto e quattro in galera. La madre ci parla del figlio ucciso da una granata israeliana, di quello arrestato durante la cerimonia del suo matrimonio, di due arrestati durante un’irruzione in casa e infine ci mostra la foto del quarto accecato, portato in ambulanza al processo dove è stato condannato a 5 ergastoli: “Non me lo fanno vedere, perché? – ci dice – Chiedo solo che venga curato. Potete aiutarmi per questo?”
La donna ci racconta delle difficoltà della vita nel campo, della disoccupazione, dell’assenza di spazi per i bambini e poi ci dice: “Una giornalista italiana mi ha intervistata e poi ha scritto che mandiamo i nostri bambini a morire lanciando sassi contro i carri armati. Avete visto il campo, come facciamo a tenerli dentro casa? E poi, ce li uccidono anche dentro casa. Qualsiasi mamma – aggiunge – piuttosto che vedere un figlio morire preferirebbe non farlo nascere!”. Poi afferma che lei è credente e accetta quello che Allah ha deciso, ma vuole che questa sofferenza finisca: “Così non possiamo vivere né noi né loro. Io sono una profuga, ho già lasciato la mia casa una volta, ora che se ne tornino in Israele così viviamo in pace ognuno nel suo stato”.
Poi gli amici del Club ci spiegano cosa significa una condanna a 5 ergastoli e rimaniamo di sale: ognuno corrisponde a circa venti anni di carcere, se il detenuto muore prima, il corpo viene restituito alla famiglia solo dopo aver scontato tutta la pena residua.
La sera, nell’unico parco della città, un nuovo incontro casuale con un altro vecchio amico di università. Il giorno dopo partiamo per visitare Gerusalemme est e Betlemme.

Arriviamo al checkpoint di Qalandiya e restiamo colpiti dal Muro, che non è una barriera difensiva: un muro di cemento alto otto metri, filo spinato, torri con mitragliatrici e blocchi di calcestruzzo. Lo attraversiamo a piedi: metal detector, perquisizione, controllo passaporti, poi con un taxi multiplo ci dirigiamo verso Gerusalem-me Est e lungo il tragitto vediamo il Muro che con un percorso contorto ingloba terre palestinesi e insediamenti di coloni.
Entriamo a piedi nella Città vecchia dalla Porta di Damasco e ci infiliamo nel dedalo di viuzze affollate. I turisti sembrano pochi, ma incontriamo diversi gruppi di pellegrini delle varie chiese cristiane che si aggirano lungo la Via dolorosa e il Santo sepolcro. Ci dirigiamo verso il Muro del pianto e con piacere vedo un anziano ebreo ortodosso accompagnato da un bambino che percorre tranquillamente i vicoli salutando i commercianti palestinesi, suoi conoscenti: la scena contrasta terribilmente con la presenza dei militari israeliani, armati di tutto punto, quasi ad ogni incrocio dei vicoli. In uno di questi blocchi un militare ci invita a tornare indietro e gentilmente ci dice: “So che in Italia non ci amate, però noi vi diamo ugualmente il benvenuto qui”. Sto quasi per ringraziare, poi ricordo che i padroni di casa lì sono i palestinesi.
Mentre passeggiamo, Valentina trova una scala che porta sopra la copertura del suk arabo, saliamo per fare delle foto e rimaniamo di stucco: ci ritroviamo dentro un insediamento di coloni, con le bandiere arancioni dei gruppi che in quei giorni si oppongono al ritiro da Gaza.
Torniamo giù e dopo un po’ assistiamo ad un’altra scena surreale: notiamo del trambusto e poi sfreccia tra i passanti un colono armato di tutto punto che in mountain bike scende dalla scalinata affollata.
Sono quasi le due di pomeriggio, l’ora in cui i militari consentono l’ingresso alla Spianata delle moschee anche ai turisti: passiamo altri due checkpoint e visitiamo prima il Muro del pianto e poi i luoghi santi dell’Islam, pattugliati sempre da militari.
Per il pomeriggio abbiamo in programma una visita a Betlemme, città araba completamente circondata dal Muro e chiusa da un checkpoint che sottopone palestinesi e pellegrini a rigidissimi controlli. Ma con una telefonata ci richiamano perché è stato anticipato di due giorni il viaggio che avevamo programmato al paese di Salfit. In fretta torniamo a Ramallah.

Con un fuoristrada ci dirigiamo verso nord, non troviamo blocchi lungo il percorso e all’imbrunire raggiungiamo Salfit, un paese agricolo amministrato da sempre da movimenti di sinistra. Ci lasciano negli uffici di una cooperativa agricola che commercializza l’olio prodotto dai contadini e si occupa anche di allevamento. Ci spiegano le difficoltà per raggiungere i terreni da coltivare, per esportare l’olio, di approvvigionarsi di prodotti e mezzi per l’agricoltura e l’allevamento.
Un medico ci offre del thè e ci racconta della sua esperienza durante la prima Intifada, costretto a correre per tutto il distretto a curare i ragazzi feriti. Più tardi partecipiamo alla commemorazione di un ragazzo ucciso qualche settimana prima da un missile lanciato da un elicottero Apache. Si parla della situazione politica e sul ritiro dicono: “Va bene, ma devono tornare dentro i confini del ‘67 – poi esprimono i loro dubbi su Hamas – con gli attacchi dentro Israele fanno il loro gioco. Se vogliono combattere perché non colpiscono i gruppi paramilitari dei coloni? “.
Più tardi, durante la cena, ci parlano della costruzione del Muro che in questa zona per inglobare gli insediamenti di coloni che spuntano come funghi, si inoltra per più di 25 km in territorio palestinese confiscando terreni e sradicando uliveti.
La notte è pericoloso uscire dai centri abitati, perché i coloni sparano dall’alto sulle auto, e anche se si deve andare in ospedale si può farlo solo in ambulanza. La notte precedente i coloni hanno portato gli animali a pascolare negli orti dei palestinesi, i quali hanno sentito i camion ma non sono potuti uscire: la mattina era tutto distrutto.
L’indomani visitiamo il municipio e il paese che risulta ben attrezzato e organizzato, poi partiamo per l’Università di Bir Zeit. L’ateneo è moderno e funzionale, costruito con donazioni dei Paesi del Golfo. Valentina incontra nel Dipartimento studi di genere alcuni docenti che gli forniscono altro materiale e spunti per la tesi.
Nella tarda mattinata, in taxi, raggiungiamo di nuovo Ramallah.

Partiamo in pullman alla volta di Tulkarem. Lungo la strada notiamo decine di insediamenti annidati in alto e ci fermano in diversi blocchi. Nella notte un reparto israeliano a caccia di membri della Jihad ha ucciso 5 palestinesi, Tulkarem è ancora circondata e l’ingresso interdetto.
Scendiamo dall’autobus, dopo un’attesa di quasi due ore in mezzo alle montagne, arriva un taxi che ci porta a Beit Lid, un villaggio di contadini. Visitiamo una scuola costruita dalla cooperazione italiana a due km dal paese, con gli arredi e i vetri completamente distrutti dai vandali.
Il centro storico, per buona parte diroccato, ha lo stile tipico dell’architettura siriana. Il villaggio è carente di molti servizi: la rete elettrica è dissestata, le strade malridotte, le sorgenti dell’acqua sono controllate dagli israeliani e i contadini sono costretti a riacquistarla a caro prezzo. Gli abitanti sono molto ospitali, mi colpisce un contadino che pur di offrirci qualcosa raccoglie delle erbe, ci fa sentire l’odore e ci spiega l’uso.

La mattina dopo partiamo alla volta di Nablus. Attraversiamo diversi blocchi e prima di arrivare al checkpoint d’ingresso, ci consigliano di dire al controllo che andiamo nel tal ospedale a trovare Tizio, lì ricoverato. Passiamo invece senza troppi problemi, anzi, il militare israeliano di origine etiopica è estremamente gentile. Quando gli passo il passaporto mi dice che mi aveva scambiato per arabo e alle mie scherzose rimostranze sorridendo mi risponde: “Essere arabo mica è una cosa brutta, anzi!”
Raggiungiamo il centro di Nablus e troviamo ad attenderci un altro amico. E’ una città che mette l’angoscia, Nablus, quasi 200mila abitanti stretti all’interno di una valle con in alto sette insediamenti e basi militari israeliane, mentre alcuni checkpoint posti come cancelli chiudono la città trasformandola in una prigione a cielo aperto.
Visitiamo il bellissimo centro storico che porta tutti i segni della guerra, con gli edifici bombardati dagli F16, i negozi bruciati, su tutti i muri i manifesti dei martiri uccisi dagli israeliani in questi anni.
Ci fermiamo a prendere un thè e fumare il narghilè quando si sente vicinissima una raffica. “E’ un kalashnikov?” chiedo. “Sì, lo conosci? E quest’altro, cos’è?” Gli dico che non lo so, e mi spiegano che è un M16. Poi parte la sparatoria e un altro aggiunge: “C’è pure un Mab, e anche un Uzi”. Dopo un po’ finisce tutto e passiamo tranquillamente a parlare di parolacce in arabo e italiano. Poi gli altoparlanti annunciano che è morta una donna, i nostri amici diventano seri e decidono di raggiungere uno dei tre campi profughi presenti in città.
Arriviamo a Balata: 23mila abitanti in un km quadrato, una sola strada carrabile e vicoli strettissimi. Quando gli israeliani attaccarono il campo nel 2002, per non correre rischi sfondavano i muri delle case e passavano da un appartamento all’altro.
A Balata notiamo molti centri di assistenza di Hamas, ma i ragazzi armati di M16 che pattugliano i vicoli sono solo del Fronte popolare e delle Brigate Al Aqsa. Oltre a pochi negozi e botteghe artigiane, non esistono locali pubblici. Sono frequenti però una sorta di minuscoli circoli privati creati da gruppi familiari, dove i parenti si incontrano per bere insieme un thè o un caffè.
Nella casa dove dobbiamo dormire incontriamo una donna con un bambino di circa due anni che ha problemi di equilibrio, non riesce a stare in piedi e nemmeno seduto senza cadere. La madre ci racconta che i soldati gli lanciarono contro una bomba sonora mentre andava a prendere l’altra figlia a scuola. Era incinta di sette mesi, ruppe le acque e dopo nove giorni partorì il bambino prematuro.
Dormiamo al campo e la mattina alle sette partiamo per Ramallah. Passiamo una serie di checkpoint, poi partiamo in pullman ma incappiamo in un blocco volante, un blindato che sbarra la strada. Dopo una lunga attesa e i soliti controlli riusciamo a passare, ma il pulmann è ormai dimezzato. I militari fanno tornare indietro anche quattro imbianchini armati di secchio e pennelli solo perché venivano dalla zona di Kalkilia.
Finalmente, dopo mezzogiorno, raggiungiamo Ramallah: oltre cinque ore per percorrere 15 km.

A Ramallah incontriamo il segretario di un ministro, esponente di Fatah, che ci illustra le loro valutazioni sulla situazione politica e le prospettive per le elezioni di gennaio. “Dipende tutto dagli israeliani – dice – ormai tutte le fazioni palestinesi sono arrivate alla conclusione che, se si ritirano, perché dobbiamo sparare?” Poi manifesta dei dubbi sulle reali intenzioni di Israele di ritirarsi dagli insediamenti in Cisgiordania e giudica interessante la scelta di Hamas di trasformarsi in movimento politico, poi conclude con un “Staremo a vedere”.
Più tardi incontriamo il Presidente dell’Ordine dei giornalisti palestinesi, è anche il primo prigioniero della prima Intifada. Ci racconta la storia dell’organizzazione sindacale, fondata nel ‘79 da ventisei giornalisti isolati dal resto del mondo, ricercati da Israele o agli arresti domiciliari. Le tipografie erano vecchie, la censura militare era pesante e i giornali uscivano sempre in ritardo e con i pezzi cancellati.
Nel giugno 1980 vede la luce la Carta dei giornalisti palestinesi, si stipulano i primi accordi sindacali e si stringono i primi rapporti con i giornalisti arabi e internazionali. Con la prima Intifada subiscono una grossa repressione: 75 membri sono arrestati. Nell’agosto dell’88 viene fermato e torturato e sconta 17 mesi nel carcere di Ansar III. In carcere gli vietano persino di dare briciole agli uccelli e alla terza violazione del divieto i militari lanciano un lacrimogeno in cella, uccidendo un detenuto: da quell’episodio ha tratto il titolo per un suo libro, Gli uccelli di Ansar 3. Dal ‘76 al ‘93 gli israeliani gli hanno vietato di lasciare la Palestina per reati d’opinione. “Fino alla nascita dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) abbiamo cercato di stabilire contatti con le organizzazioni internazionali dei giornalisti – racconta – abbiamo combattuto per i diritti sindacali e contro l’occupazione. Ora con l’Anp c’è libertà di stampa, ma restano i problemi dell’occupazione”.
Ci ricorda che i giornalisti palestinesi non possono entrare a Gerusalemme e hanno difficoltà negli spostamenti, due sono ancora in galera. “Israele non riconosce la Carta internazionale della stampa. E’ necessaria una forte pressione internazionale per fargliela rispettare. Ricordo ai colleghi italiani l’uccisione di Ciriello – conclude – ma dall’inizio della seconda Intifada in Israele e Palestina sono 7 i giornalisti uccisi e 19 i feriti, in un clima di sostanziale impunità”.

La mattina successiva ci prepariamo per il ritorno in Giordania. Salutiamo commossi gli amici che ci hanno ospitato e aiutato in questi giorni.
Il tassista questa volta sceglie un percorso diverso: punta su Kalandia, il checkpoint alle porte di Gerusalemme. Ci perquisiscono i bagagli, ma dopo possiamo imboccare una comoda strada utilizzata dai coloni che ci conduce velocemente verso Gerico. Abbiamo così l’opportunità di vedere meglio il Muro che ingloba decine di insediamenti nei sobborghi di Gerusalemme. La strada che scende verso la depressione del Mar Morto attraversa una zona che sembra desertica, sfioriamo diverse basi militari e insediamenti di coloni che si alternano ad accampamenti di beduini. All’improvviso il tassista ci slaccia le cinture di sicurezza, è il segnale che stiamo per entrare nella città libera di Gerico, sotto il controllo dell’Autorità palestinese.
Ci fermiamo in città per fotografare una banda musicale di ragazzi che attraversa la strada. Li seguo e mi accorgo che è una festa di matrimonio: lo sposo mi vede e mi invita alla festa, gli dico che il taxi mi aspetta. Il tassista invece ci offre un thè e un commerciante di frutta mi regala un dattero dolcissimo: è l’ultimo ricordo che ho della Palestina, prima di riattraversare la frontiera sotto il controllo Israeliano.

La cosa che stupisce di questa esperienza e che in pochi giorni ci siamo abituati a quella vita: militari, coloni e milizie che fanno ormai parte del paesaggio, pattuglie di ragazzi di appena 15 anni armati con fucili mitragliatori. E poi gli insediamenti di coloni, i continui checkpoint, i blocchi stradali.
Infine il Muro in costruzione che incontriamo da ogni parte e che sottrae ai palestinesi un altro 55% di territorio, riducendo quello che resta ad una serie di ghetti chiusi. Una occupazione militare che impedisce a uomini e merci di circolare anche all’interno dei centri abitati, che strangola l’economia e rende impossibile una vita civile e ogni possibilità di pace.
Ma resta anche il ricordo di questa gente estremamente ospitale, che ci ha chiesto solo di far conoscere la situazione in cui vivono. E poi gli sguardi di alcuni militari israeliani, che non riuscivano a nascondere il loro disagio.

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