Vedere vicino, guardare lontano: Giuseppe Pantaleo vivisezionatore delle quinte di Avezzano

Tra le (non molte) cose commendevoli dalle quali, in futuro, la memoria collettiva di questo declinante brandello di Abruzzo Ulteriore potrebbe ricevere piacere riteniamo non prescindibile la lunga teoria di testi che Giuseppe Pantaleo ha consacrato ad Avezzano. Con «Beth» – che sabato 27 gennaio (ore 17, Vieniviaconme, via Colaneri 8-10, vicino municipio di Avezzano), sarà presentato dall’avv. Renato Simone e dall’archeologa Emanuela Ceccaronisiamo giunti a quota 21. Una saga.

Un grande scrittore slavo sosteneva – forse – che se si desidera essere universali occorre(rebbe) scrivere del proprio villaggio. Affermazione che da sempre abbiamo trovato condivisibile, quando pure essa risultasse infine apocrifa; a patto che l’esercizio in questione non si estrinsechi e termini con la pura aneddotica, il ricordo della vigna in piazza o dei bei tempi andati (nei quali, va da sé, ci si divertiva di più, c’era più rispetto, l’aria era più sana, i costumi più semplici ecc. ecc.).

Questa premessa è necessaria perché, al contrario di quanto suggerito da una stupenda filastrocca ripresa da Sciascia (bianca aratura nera semenza chi la fa sempre la pensa), troppo spesso ci si trova – e non abbiamo problemi ad includerci nel non lodato novero – dinanzi ad elaborati e prodotti di non robusto pensiero, quando non decisamente sciatti, ed utili solo a demolire la consistenza e l’idea stessa dell’oggetto sottoposto a così immeritata attenzione di dilettanti affetti da Dunning-Kruger.

Un simile rischio non si corre con Pantaleo, figura la cui affezione modesta per il centro di Avezzano cela un cosmopolitismo che lo profila quanto di più lontano dai fumi e dalle esalazioni di provincialismo combusto che ci stanno letteralmente soffocando (in specie con manifestazioni similculturali e fintostoriche kitsch, da sempre oggetto degli eleganti strali del Nostro – basti compulsare la [a suo modo] feroce trilogia dedicata alle iniziative per il centenario del terremoto del 1915). In molti fanno mostra di non avvedersi di questo spettro secessionistico del e dal pensiero che si aggira per i nostri poveri luoghi ma la sua presenza – con tutta la sintomatologia di ignoranza che ci si accompagna; e che sola la legittima agli occhi di quel che resta degli operatori culturali e della politica – si avverte in ogni dove, prima ancora degli effluvi di quei fertilizzanti ancora largamente utilizzati in agricoltura a Fucino, e in maniera financo più ammorbante.

Pantaleo è un potente antidoto a tutto ciò, uno stampo di politezza di stile che è poi quello del suo italiano (perché, ancora Sciascia nella sua ultima opera: l’Italiano è il pensare) come delle sue magistrali opere di illustratore. La di lui lettura è dunque ampiamente consigliata.

Anche l’assunzione delle sue manifestazioni, residuali, di idiosincrasia di villaggio è, come certe sostanze venefiche o tossiche assunte in modesta quantità: corroborante, ricostituente. Manifestazioni, cordiali, più che legittimate dai fatti.

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